SAGGI ERRATICI – 6. SULLA NATURA DEL SIMBOLO



Il simbolo è ermeneuticamente verticale ed esteso, ovvero non puntuale. Cioè il simbolo è profondo ed è uno spazio ed è percorribile secondo le intelligenze e le aspirazioni di ognuno. Il simbolo contiene colui che non cerchi in esso un contenuto, ma che sia disposto a essere il contenuto stesso della sua ricerca. Tale è la sua virtù: il simbolo accoglie l’uomo, colui che cercava fuori arriva dentro. Il simbolo dà un nome e uno spazio comune a questo dentro, la cui profondità è il vanto del cercatore.
Come il simbolo apra e offra tale spazio è un’inesausta domanda. Ad esempio la donna nella poesia amorosa trobadorica e stilnovista, Beatrice, Laura, le altre, sposa une lettura interiore, nel ruolo di Venere urania, quanto una lettura esteriore, nel ruolo di moglie del Bardi o di ava del Sade.[1] Due vocazioni complementari informano così il simbolo, di cui la prima è didattica: condurre l’intelligenza dal piano materiale a quello intellettuale, dal senso al senno; la seconda dipende dalla prima ma la trasmoda: testimoniare la totale unità del tutto, cioè l’indistinzione di senso e senno. Nel simbolo si mostra un’unione che cela un’esclusione della differenza. Infatti il simbolo è significativo in quanto tale per l’uomo, e non già perché unisca enti differenti. Esso allude ad aspetti di cui sancisce, tramite la sua unità, l’illusorietà, fintanto che tali aspetti siano separati.
Il simbolo donna unisce Beatrice a Venere urania, una giovane fiorentina alla Filosofia boeziana. Questo è il senso religioso, di legamento delle cose, del simbolo. Ma il simbolo segna anche una soglia verso una sapienza che non è un sapere positivo, quello in cui è fatta equazione di enti diversi, e che invece è uno spogliarsi dell’illusione che gli enti che si vorrebbero unire esistano di per sé. Esiste il dio e il mondo? Esiste l’artista e l’opera? Esiste l’io e il tu? Il sapiente risponde no. Uddalaka lo dice al figlio Shvetaketu con formula insuperata: “tu sei quello” gli dice, anche “quello”, perché il tuo “sei” non è altro dall’“è” di quello, e di questo, e di tutto:

Tat tvam asi.[2]

Il simbolo, la sua virtù profonda, porta a escludere che esistano Beatrice e Venere, che questi due aspetti esistano di per se stessi, perché sono i due termini che proprio il simbolo ci chiama a superare verso l’unità che esso esprime. Qui, in questo vivere mortale, ha luogo l’immortale. Beatrice è in Venere e Venere è in Beatrice. Venere è il fondo, Venere è lo splendore di Beatrice. Qui l’uomo cerca la visione di ciò che non è o esterno o interno, o sopra o sotto, ma uno.
Il simbolo insomma sfida il nostro credere che Beatrice e Venere siano. Proprio come, potremmo avanzare, l’enigma sfida la ragione. E in tal senso, il simbolo è il mezzo eminente dell’enigma, luogo da un canto di un’intuizione che non conosce domanda sulla propria realtà, dall’altro di un ragionare che vive di rinnovare tale domanda. Noi abbiamo intuizione certa della realtà della donna, e il gusto per la poesia che ne canta ne è segno e prova anche in chi crede alla realtà esclusiva della materia; tuttavia non v’è maniera per la ragione, perché di ciò essa vive, di arrestare l’interrogazione sul perché o in che modo essa si presenti al pensiero come Beatrice e come Venere.
Ora, l’enigma è una partecipazione logica da parte dell’uomo al mistero del divino. Mistero, poiché il divino mostrandosi acceca, per il suo splendore, che è la sua razionalità suprema, e accecando pare ascondersi. Ma quindi il luogo dell’ascondimento è il mondo stesso, e il linguaggio dell’enigma, cioè simbolico, sorge naturale in chi lo intuisca:

Chi tenta di interpretare il mondo come un enigma è mosso da un istinto serio, ferreo, profondo, violento.[3]

Da dove ci viene questo istinto? Dal mondo? Ma anche noi siamo il mondo. Da cos’altro allora? Non saranno gli splendori accecanti che percepiamo, e a cui demmo nomi divini, a sfidarci, con l’ispirarci luoghi altamente sintetici, luoghi in cui la ragione, sempre in cerca di separazione e analizzabilità, sprofonda?  Che sono questi luoghi, se non i simboli?

È con il decadere della civiltà che l’uomo va considerando il simbolo nel suo aspetto esteriore, di rinvio a un espresso, a un altro, e non come esautoramento reciproco di espressione e di espresso, fino a intenderlo come un segno che significa un significato. La moglie di Simone de’ Bardi finisce per significare la Saggezza, la realtà della donna è che Beatrice è una ragazza fiorentina, quindi solo nella mente di Dante starebbe l’equazione con la Saggezza. È così indicato un movimento univoco da un piano materiale “reale” a un piano immateriale “immaginato”.
Tale simbolo è mozzato: al suo flusso manca il riflusso, manca cioè l’esclusione reciproca degli aspetti cui esso allude, manca la via conoscitiva indirizzata alla comprensione dell’inconsistenza insieme della ragazza e dell’essenza intellettuale angelicante, poiché il loro vivere è uno. Insomma l’esperienza che, per restare al simbolo donna, Dante narra come “dolcezza”, dicendo della ragazza che pare

sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.[4]

“da cielo in terra” dice il poeta, ma noi leggiamo: da terra in cielo, intendendo una trasfigurazione artistica. Ma il poeta dice: “da cielo in terra”.
Questo è un exemplum di un pensare simbolico, ossia qualitativo e sintetico: infatti ogni simbolo traduce l’apice di una visione e di una sintesi. All’inizio crediamo che la sintesi sia forgiata da noi stessi, poi capiamo che quella sintesi è un’unità che non riuscivamo ancora a cogliere se non come unione di differenze. È un pensare opposto a quello quantitativo e analitico della tecnoscienza, fatto di fatti e dati e calcoli e infondatezza metafisica, rappresentazione glaciale, cinica e univoca di un’illusione che si chiama “materia”, fondata su una chimera matematica che si chiama “passaggio al limite”, questo dogma della fede nel discontinuo. Pensare nel simbolo, nel massimamente sintetico, è liberarsi dall’ideologia analitica e dalla sua tecnica ciclopica, che ci ha allontanati dagli dèi, come ogni tecnica che non sia cosciente di dover rimuovere, e non innalzare, barriere contro l’ignoto – se è vero che

ogni creatura è miele per questa terra,[5]

se è vero che non può sottrarsi a tale destino. E più l’uomo si sottrae all’ignoto, non provando la dolcezza del farsi miele per l’altro, per l’ignoto, per la terra, e più l’altro, l’ascoso, gli toglie il senno, ovvero il senso di sé, e diremo: il destino. Ettore lo dice così ad Andromaca:

…nessuno contro il destino potrà sprofondarmi nell’Ade,
ma penso che nessun uomo sia sfuggito alla sorte,
né un vile né un valoroso, una volta venuto alla luce.[6]

Così colui che parte per le strade dell’esistente sa solo che l’orizzonte è la morte. E gli capita di scendere nel regno di Ade, dove parla con gli estinti, nel mezzo della sua vita, la quale tuttavia continua. L’uomo ama presentemente chi è trapassato. Allora ha il sentore che la morte non sia l’orizzonte, ma sia il modo in cui la ragione deforma, per rinchiuderla in un ordine logico, in un ordine finito e analizzabile, la realtà: però la realtà è il continuo, la vita, l’immortale. Allora desidera conoscere altrimenti:

Chi non spera nell’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada.[7]

Nessuna strada all’infinito, se non il finito, l’ora intangibile, il punto immisurabile in cui io sono presente, in cui il mondo è presenza, ovvero tutto ciò che non è una strada, questo espresse Eraclito molto tempo fa, prima che sofisti e fanatici battessero il Mediterraneo.
Ma l’uomo guarda ancora quel mare, con due occhi, con prospettiva e profondità. Vede la linea dell’orizzonte, è nera di una confusione tra cielo e non cielo, mentre il sole traccia una lama e attorno rifulgono i frangenti. Giove in certi anni è vicino alla Terra tanto da specchiarsi come una luna sul Mediterraneo nelle notti senza luna, le notti nere senza vento, le notti senza pensiero, anche Giove traccia una lama sul dorso del sacro mare. Si vedono le stelle, che Omero usa a paragone dei fuochi che i Troiani accendono sulla piana tra lo Xanto e le nere navi achee, quando la sera cade come un muro tra il potente braccio di Ettore e la rovina dei Greci in rotta. I cavalli mangiano la spelta, ondeggiano le loro criniere bionde, gettano ombre contro i fuochi come contro le stelle. Così gli uomini si adunano attorno a degli astri, per condividere cibo e parola. Così anche il simbolo si eclissa, quando negli occhi dell’uomo il fuoco del braciere è il fuoco della stella.

Federico Pietrobelli




Note:

[1] Simone de’ Bardi fu lo sposo della Beatrice dantesca, il Marchese Donatien Alphonse François de Sade fu pronipote della Laura petrarchesca.
[2] Chandogya Upanishad, VI, 8, 7: “तत् त्वम् असि” (“Tu sei il Tat”, “Tu sei Quello”).
[3] Giorgio Colli, Filosofia dell’espressione, Adelphi, Milano 1969, p. 236.
[4] Dante Alighieri, Vita nova, XXVI, Tanto gentile…, vv. 7-8.
[5] Brhadāranyaka Upanishad, II, 5, 1. Per una versione italiana, vedi P. Filippani-Ronconi (a cura di), Upanishad antiche e medie, II, Bollati Boringhieri, Torino 1961.
[6] Omero, Iliade, VI, vv. 486-9, trad. di G. Ceri, BUR, Milano 1996.
[7] Eraclito, ed. Colli 14 [A 63]: “έάν μή έλπηται άνέλπιστον ούκ έξευρήσει, άνεξερεύνητον έον καί άπορον”, in G. Colli, La Sapienza Greca, III, Adelphi, Milano 1980.





Immagine:
Anonimo, Dante e Beatrice nel Primo cielo, miniatura dalla Divina Commedia, ms. It. IX, 276, Biblioteca Marciana.