INTRODUZIONE
Continuiamo a esplorare l’opera di Saint-John Perse, di cui abbiamo già pubblicato su Lapisclamans un brano da Amers, Mi hanno chiamato l’Oscuro e abitavo il fulgore, e una scelta dagli Ultimi poemi, a cura di Mattia Ferrari, pagina a cui rinviamo per una breve introduzione al poeta francese.
Amers, pubblicato nel 1957, è un vasto affresco dove voce e mare si confondono per tessere la lode del mondo toccato dalle acque.
Con questo passo, che va sotto il titolo di Strofe IX e il sottotitolo di Stretti sono i vascelli, la poesia amorosa moderna trova una delle sue espressioni più alte. Dopo due lasse introduttive, che aprono il sipario sul vascello che accoglie i due amanti, ora uniti ora separati, ora acquei ora terrestri, comincia il dialogo tra donna e uomo, di cui riportiamo il primo scambio. Donna e uomo: ma inassegnabile è la pienezza e la vuotezza, la riva e l’onda, la comunanza e la solitudine che tessono l’arabesco delle sorti umane – questo narra il poeta. Segue il testo originale.
Saint-John Perse
STRETTI SONO I VASCELLI
traduzione di
Federico Pietrobelli
IX
Stretti sono i vascelli…
Amanti, o tardovenuti tra i marmi ed i bronzi, nell’allungamento dei primi lumi della sera,
Amanti che tacevate in mezzo alle folle straniere,
Voi anche stasera testimonierete in onore del Mare:
I
…Stretti sono i vascelli, stretto il nostro letto,
Immensa la distesa delle acque, più vasto il nostro impero
Nelle camere chiuse del desio.
Entra l’Estate, che viene dal mare. Al mare solo noi diremo
Quali stranieri fummo alle feste cittadine, e quale astro dalle feste sottomarine
Salì un giorno al nostro letto, a odorare il letto del divino.
Invano la terra vicina ci segna la sua frontiera. Una stessa onda attraverso il mondo, la stessa onda fin da Troia
Rotola la sua anca fino a noi. Così al largo lontano da noi fu impresso un tempo questo soffio…
E il vocìo una sera fu alto nelle camere: la morte stessa, a suon di conche, non si farebbe udire!
Amate, o coppie, i vascelli, e il mare alto nelle camere.
La terra piange una sera i suoi dèi, e l’uomo va a caccia di belve rosse; le città si usurano, le donne sognano… Che sempre vi sia alla nostra porta
Quest’alba immensa chiamata mare – fior fiore d’ali e levata d’armi, amore e mare di stesso letto, amore e mare nello stesso letto –
E questo dialogo nelle camere ancora:
II
1 –
«…Amore, che tanto in alto reggi il grido della mia nascita, amore, quanto mare è in marcia incontro all’Amata! Vigna pigiata su ogni riva, beneficio di schiuma in ogni carne, e canto di bolle sulle sabbie… Omaggio alla Vivacità divina!
Tu, uomo avido, mi svesti: più calmo comandante che il comandante sulla sua nave. E tanta tela si disfa, e più non v’è donna se non accolta. Si apre l’Estate, che vive di mare. E il cuore mio ti apre donna più fresca dell’acqua verde: semenza e linfa di dolcezza, acido mischiato a latte, sale con sangue forte, l’oro e lo iodio, sapor di rame e il suo principio di amaro – tutto il mare portato in me come nell’urna materna…
E sulla riva del mio corpo, l’uomo nato dal mare si è disteso. Si rinfreschi il volto alla fonte stessa sotto le sabbie; e gioisca, sul mio dominio, come il dio tatuato di felci maschio… Mio amore, hai sete? Donna sono alle tue labbra più nuova della sete. E il mio volto fra le tue mani come in quelle fresche del naufragio, ah! nella calda notte ti sia freschezza di mandorla e sapore d’alba, e conoscenza originaria del frutto sulla riva straniera.
Ho avuto un sogno, l’altra sera, d’isole più verdi del sogno… E i naviganti scendono a riva in cerca di un’acqua azzurra; vedono – è il riflusso – il letto rifatto delle sabbie grondanti: sprofondando il mare arborescente lascia queste pure impronte capillari, come alte palme suppliziate, o lunghe ragazze estasiate, che corica in lacrime nei loro parei e nelle trecce sciolte.
E sono figurazioni del sogno. Ma tu, l’uomo dalla fronte retta, coricato nella realtà del sogno, bevi dalla stessa bocca tonda, e sai il suo rivestimento punico: polpa di melagrana e cuore d’opunzia, fico d’Africa e frutto d’Asia… Frutti di donna, amore, sono più di frutti di mare: da me disadorna, e non dipinta, ricevi le arre dell’Estate di mare…»
*
2 –
«…Nel cuore d’uomo, solitudine. Strano, l’uomo, senza riva, accanto alla donna, rivierasca. E mare io stesso al tuo oriente, come mischiato alle tue sabbie d’oro, che vada ancora e che tardi, sulla tua sponda, nel lentissimo svolgersi dei tuoi anelli di argilla – donna che si fa e si sfa nell’onda che la genera…
E tu più casta di essere più nuda, vestita delle tue sole mani, tu non sei Vergine di alti fondi, Vittoria di bronzo o pietra bianca che si tragga, assieme all’anfora, in grandi maglie colme d’alghe dei cottimisti di mare; ma carne di donna sul mio volto, calore di donna al mio fiuto, e donna che nel suo aroma si rischiara, come la fiamma rosa fra le dita semigiunte.
E come il sale è nel grano, il mare è in te nel suo principio, la cosa in te che fu di mare, ti ha fatto questo gusto di donna felice, e accostabile… E il tuo volto è capovolto, la tua bocca è frutto da consumare, nottetempo, nel fondobarca. Libero il mio soffio sulla tua gola, e il montare ovunque delle falde del desio, come nelle maree di luna vicina, quando femmina la terra si apre al flessile mare salace, ornata di bolle fin nelle sue gore e maremme, e il mare alto nelle praterie fa il suo rumore di noria, la notte è colma di fioriture…
O amore dal gusto di mare, che altri pasca lontano dal mare l’egloga nei chiusi fondovalle – menta, melissa e meliloto, tepori di alisso e di origano – e vi discorra di apicoltura e vi tratti di agnellatura, e la pecora infeltrita baci la terra sotto il muricciolo nero di polline. Nel tempo in cui le pesche si annodano e sono scelti i lacci per le vigne, ho reciso il nodo di canapa che tiene lo scafo sulla sua invasatura, sulla sua culla legnosa. E il mio amore è sui mari! e la mia bruciatura è sui mari!
Stretti sono i vascelli, stretto il nostro anello; e più stretta la tua misura, o corpo fedele dell’Amata… E questo stesso corpo che è se non immagine e forma della nave? navicella e naviglio e nave votiva, fin nella sua apertura mediana; istruito a forma di carena, e modellato nelle sue curve nate dal mare… Sempre gli assemblatori di scafi hanno avuto questo modo di legare la chiglia nel gioco delle ossature e dei madieri…
O mio bel vascello, che cede sull’ossatura e porta il carico di una notte d’uomo, tu mi sei vascello che porta rose. Tu rompi sulle acque la catena di offerte. Ed eccoci, contro la morte, sui cammini di acanti neri al mare scarlatto… Immensa l’alba chiamata mare, immensa la distesa delle acque, e sulla terra fatta sogno ai nostri confini viola, tutte le onde in lontananza che sorgono e si coronano di giacinti come un popolo di amanti!
Non v’è usurpazione più alta che sul vascello dell’amore.»
IX
Étroits sont les vaisseaux
Amants, ô tard venus parmi les marbres et les bronzes, dans l’allongement des premiers feux du soir,
Amants qui vous taisiez au sein des foules étrangères,
Vous témoignerez aussi ce soir en l’honneur de la Mer :
I
…Étroits sont les vaisseaux, étroite notre couche.
Immense l’étendue des eaux, plus vaste notre empire
Aux chambres closes du désir.
Entre l’Été, qui vient de mer. À la mer seule, nous dirons
Quels étrangers nous fûmes aux fêtes de la Ville, et quel astre montant des fêtes sous-marines
S’en vint un soir, sur notre couche, flairer la couche du divin.
En vain la terre proche nous trace sa frontière. Une même vague par le monde, une même vague depuis Troie
Roule sa hanche jusqu’à nous. Au très grand large loin de nous fut imprimé jadis ce souffle…
Et la rumeur un soir fut grande dans les chambres : la mort elle-même, à son de conques, ne s’y ferait point entendre !
Aimez, ô couples, les vaisseaux ; et la mer haute dans les chambres !
La terre un soir pleure ses dieux, et l’homme chasse aux bêtes rousses ; les villes s’usent, les femmes songent… Qu’il y ait toujours à notre porte
Cette aube immense appelée mer — élite d’ailes et levée d’armes, amour et mer de même lit, amour et mer au même lit —
Et ce dialogue encore dans les chambres :
II
1 –
« …Amour, amour, qui tiens si haut le cri de ma naissance, qu’il est de mer en marche vers l’Amante ! Vigne foulée sur toutes grèves, bienfait d’écume en toute chair, et chant de bulles sur les sables… Hommage, hommage à la Vivacité divine !
« Toi, l’homme avide, me dévêts : maître plus calme qu’à son bord le maître du navire. Et tant de toile se défait, il n’est plus femme qu’agréée. S’ouvre l’Été, qui vit de mer. Et mon cœur t’ouvre femme plus fraîche que l’eau verte : semence et sève de douceur, l’acide avec le lait mêlé, le sel avec le sang très vif, et l’or et l’iode, et la saveur aussi du cuivre et son principe d’amertume — toute la mer en moi portée comme dans l’urne maternelle…
« Et sur la grève de mon corps l’homme né de mer s’est allongé. Qu’il rafraîchisse son visage à même la source sous les sables ; et se réjouisse sur mon aire, comme le dieu tatoué de fougère mâle… Mon amour, as-tu soif ? Je suis femme à tes lèvres plus neuve que la soif. Et mon visage entre tes mains comme aux mains fraîches du naufrage, ah ! qu’il te soit dans la nuit chaude fraîcheur d’amande et saveur d’aube, et connaissance première du fruit sur la rive étrangère.
« J’ai rêvé, l’autre soir, d’îles plus vertes que le songe… Et les navigateurs descendent au rivage en quête d’une eau bleue ; ils voient – c’est le reflux – le lit refait des sables ruisselants : la mer arborescente y laisse, s’enlisant, ces pures empreintes capillaires, comme de grandes palmes suppliciées, de grandes filles extasiées qu’elle couche en larmes dans leurs pagnes et dans leurs tresses dénouées.
« Et ce sont là figurations du songe. Mais toi l’homme au front droit, couché dans la réalité du songe, tu bois à même la bouche ronde, et sais son revêtement punique : chair de grenade et cœur d’oponce, figue d’Afrique et fruit d’Asie… Fruits de la femme, ô mon amour, sont plus que fruits de mer : de moi non peinte ni parée, reçois les arrhes de l’Été de mer… »
*
2 –
« …Au cœur de l’homme, solitude. Étrange l’homme, sans rivage, près de la femme, riveraine. Et mer moi-même à ton orient, comme à ton sable d’or mêlé, que j’aille encore et tarde, sur ta rive, dans le déroulement très lent de tes anneaux d’argile – femme qui se fait et se défait avec la vague qui l’engendre…
« Et toi plus chaste d’être plus nue, de tes seules mains vêtue, tu n’es point Vierge des grands fonds, Victoire de bronze ou de pierre blanche que l’on ramène, avec l’amphore, dans les grandes mailles chargées d’algues des tâcherons de mer ; mais chair de femme à mon visage, chaleur de femme sous mon flair, et femme qu’éclaire son arôme comme la flamme de feu rose entre les doigts mi-joints.
« Et comme le sel est dans le blé, la mer en toi dans son principe, la chose en toi qui fut de mer, t’a fait ce goût de femme heureuse et qu’on approche… Et ton visage est renversé, ta bouche est fruit à consommer, à fond de barque, dans la nuit. Libre mon souffle sur ta gorge, et la montée, de toutes parts, des nappes du désir, comme aux marées de lune proche, lorsque la terre femelle s’ouvre à la mer salace et souple, ornée de bulles, jusqu’en ses mares, ses maremmes, et la mer haute dans l’herbage fait son bruit de noria, la nuit est pleine d’éclosions…
« Ô mon amour au goût de mer, que d’autres paissent loin de mer l’églogue au fond des vallons clos – menthes, mélisse et mélilot, tiédeurs d’alysse et d’origan – et l’un y parle d’abeillage et l’autre y traite d’agnelage, et la brebis feutrée baise la terre au bas des murs de pollen noir. Dans le temps où les pêches se nouent, et les iens sont triés pour la vigne, moi j’ai tranché le nœud de chanvre qui tient la coque sur son ber, à son berceau de bois. Et mon amour est sur les mers I et ma brûlure est sur les mers !…
« Étroits sont les vaisseaux, étroite l’alliance ; et plus étroite ta mesure, ô corps fidèle de l’Amante… Et qu’est ce corps lui-même, qu’image et forme du navire ? nacelle et nave, et nef votive, jusqu’en son ouverture médiane ; instruit en forme de carène, et sur ses courbes façonné, ployant le double arceau d’ivoire au vœu des courbes nées de mer… Les assembleurs de coques, en tout temps, ont eu cette façon de lier la quille au jeu des couples et varangues.
« Vaisseau, mon beau vaisseau, qui cède sur ses couples et porte la charge d’une nuit d’homme, tu m’es vaisseau qui porte roses. Tu romps sur l’eau chaîne d’offrandes. Et nous voici, contre la mort, sur les chemins d’acanthes noires de la mer écarlate… Immense l’aube appelée mer, immense l’étendue des eaux, et sur la terre faite songe à nos confins violets, toute la houle au loin qui lève et se couronne d’hyacinthes comme un peuple d’amants !
« Il n’est d’usurpation plus haute qu’au vaisseau de l’amour. »