Bisogna aspettare la sconfitta per cambiare?
Proverbio Dogon
Jeffrey Epstein (1953-2019?). Il caso Epstein. Già sentiamo storici e geopolitici strutturalisti redarguirci: non è un fenomeno fondamentale, le élite si sono sempre dedicate a piaceri abusivi, ecc. Permetterci un po’ di vanità: quello che colpisce nel caso Epstein è come i principali paesi coinvolti siano gli stessi che nell’ultimo Imperium citavamo quali grandi appaltatori del Nobel per la pace: Stati-Uniti, Israele, Gran Bretagna, Francia, Norvegia e Svizzera.
Piccolo giro d’orizzonte per personaggi coinvolti.
Per gli Stati-Uniti basterà citare Clinton e Trump.
Per Israele l’ex primo ministro Ehud Barak — senza dimenticare, per non nascondersi dietro un dito, che Epstein e Ghislaine Maxwell, rispettivamente statunitense e anglo-francese, sono di famiglia ebraica e hanno elargito donazioni importanti ad associazioni filoisraeliane (Friends of the Israel Defense Forces, The Jewish National Fund). Ghislaine è inoltre la figlia di Robert Maxwell (1923-1991), legato a doppio filo a Israele e morto misteriosamente scivolando dal suo yacht al largo delle Canarie.
Della Gran Bretagna più che il Principe Andrew si dovrebbe citare Peter Mandelson: un faiseur de roi, il vero artefice della cosiddetta terza via (New Labour), accusato di aver trasmesso a Epstein informazioni economiche riservate quand’era Business Secretary (Ministro delle attività produttive). Un personaggio uscito dritto dritto da Ghostwriter di Polansky.
In Francia è stato coinvolto Jack Lang, uomo emblematico della sinistra culturale degli anni Ottanta e Novanta, uno dei creatori del modello postmoderno, tra i cui procedimenti spicca quello di trasformare i luoghi della dismessa produzione industriale in aree di ricreazione e diffusione culturale (cinema, auditorium, spazi espositivi). Emblematica a questo proposito la trasformazione delle Halles (il vecchio macello parigino chiuso nel 1974) in parco culturale, un modello poi copiato da tante città europee.
Per la Svizzera citiamo Ariane Langer, moglie del defunto Edmond de Rothschild (da qui l’attribuzione alla Svizzera malgrado Langer sia cittadina francese), prima non Rothschild alla testa dell’impero famigliare e forse la più dedita corrispondente di Epstein (5532 e-mail).
Ma il caso più interessante, perché il più inaspettato, è proprio quello della Norvegia. Non solo per Thorbjørn Jagland, ex Primo ministro, divenuto segretario generale del Consiglio d’Europa e Presidente del comitato del Nobel (guarda guarda), ma soprattutto per i coniugi Terje Rød-Larsen e Mona Juul, tra gli artefici degli Accordi di Oslo del 1993 quando molti pensarono, forse ingenuamente, che si potesse arrivare a una soluzione a due stati per Israele e Palestina. Epstein ha lasciato 10 milioni di dollari in eredità ai figli di Mona Juul.
Ricordiamo tra l’altro che secondo la ricostruzione del giornalista Seymour Hersh, non l’unica ma tra le più coerenti, la Norvegia avrebbe giocato un ruolo fondamentale nel sabotaggio di Nord Stream 2, non solo per fedeltà atlantica ma perché il rarefarsi di gas e petrolio russi avrebbe aperto la strada a quelli norvegesi. La Norvegia è infatti l’unica seria produttrice europea di tali idrocarburi. Un caso non faccia parte dell’UE?
Che il caso Epstein/Maxwell, almeno simbolicamente, abbia valore geopolitico ce l’ha confermato Ali Larijani (1958-2026), il dirigente iraniano specialista d’Immanuel Kant morto sotto le bombe israelo-statunitensi (usraeliane per brevità), che al momento dei primi attacchi definì gli aggressori la “Coalizione Epstein”.
Storicamente strutturale è la parabola stessa di Epstein. Dapprima uomo incaricato di contrastare i sovietici in Africa durante la guerra fredda; poi, quando gli Stati-Uniti decidono di vincere la guerra via l’economia, fervido giocatore in quel di Wall Street, e infine, vinta la guerra, organizzatore di svaghi criminali per le trionfanti élite transatlantiche[1].
Strutturale è che la magistratura statunitense si sia mostrata molto indulgente e addirittura collusa anche quando su Epstein pesavano accuse pesantissime. Per chi crede all’assoluta autonomia del potere giudiziario in democrazia.
Strutturali del caso Epstein sono i suoi rinculi sociologici.
Il primo è la conferma che la politica, partiticamente intesa, agisca ormai come una sorta di oppio. Scemo elettore di destra e scemo elettore di sinistra si sono infatti affrettati a dire che il caso ha coinvolto soprattutto quelli dell’altra sponda, malgrado l’evidente trasversalità dei benemeriti. Il tifo calcistico è meno abbruttente.
Ma l’effetto sociologicamente più profondo è la fobia del complottismo. Pensiamo per esempio al titolo della BBC all’indomani della morte di Epstein : “Jeffrey Epstein – How conspiracy theories spread after financier’s death”[2]. Pensiamo a Radio France che, poche settimane fa, sembra preoccuparsi: “Affaire Epstein : le complot déjà gagnant?”[3].
Come mai tanta complottismofobia? Complotti e complottisti sono sempre esistiti, i primi integrati ai metodi di potere, i secondi in genere inoffensivi e folclorici. Da alcuni anni invece si additano i secondi a fattori di ogni male. Sarà, ma mi sfugge un solo grande evento provocato dal cosiddetto complottismo, mentre potrei elencarne decine provocati da menzogne di stato, mediatiche, o da poco credibili errori giudiziari. Come mai tanta criminalizzazione per qualche uscita demagogica? Che Maria Antonietta non abbia mai pronunciato la famosa frase delle brioches cambia qualcosa alle dinamiche profonde della rivoluzione francese? Bisogna forse citare Gian Battista Vico e ricordare che invenzione, creazione ed esagerazione sono anch’essi strumenti di conoscenza?
L’ipotesi più logica è che l’anticomplottismo sia un ben pratico mezzo di censura da parte di poteri decisi a rendersi indiscutibili. Non a caso esso si sviluppa durante gli anni Novanta, gli stessi in cui fioriscono i traffici Epstein/Maxwell, e un po’ per la stessa ragione. Se la Storia è finita, come teorizzava Fukuyama, perché ormai ha trovato una sua immutabile strada maestra (l’Impero US e la sua propria visione del capitalismo) chiunque non accetti il migliore dei mondi possibili commette un errore gnoseologico/morale prima che politico. Di solito se ne accusano le classi meno colte, se non meno ricche, proprio perché ritenute incapaci di conoscere, di sapere. La complottismofobia sembra dunque strettamente legata al declino di quel tipo di democrazia esistita tra il 1945 e il 1989, fondata sulla riduzione dei divari economici, come dettagliato da Thomas Piketty nel famoso Il capitale nel XXI secolo[4], oltre che su Costituzioni, almeno quelle europee, che avevano definitivamente affiancato i diritti sociali a quelli garantiti dalle costituzioni liberali del periodo 1789-1917[5]. In realtà il patto interclassista prese a scricchiolare già dalla crisi petrolifera del 1973, come mostrano proprio i grafici di Piketty, ma ha forse tenuto finché è esistito il nemico sovietico. Non è un caso se uno dei primi libri che parli di fine della democrazia, nel 1993, sia del diplomatico Jean-Marie Guéhenno, che ne vede la prima causa nella crisi dello stato-nazione e nello sviluppo di un conformismo della funzionalità (allergico a qualsiasi ideale estremo o estremista) per cui il cittadino diventa egli stesso censore, poliziotto, guardiano dell’ordine[6]. Secondo Guéhenno il mondo post guerra fredda sarà un “mondo imperiale senza imperatore”. Due anni dopo, Christopher Lasch scrisse il famoso La rivolta delle élite e il tradimento della democrazia[7] — ipotesi poi perfezionata negli anni 2000 da Emmanuel Todd[8], secondo il quale la specializzazione universitaria (dottorati, master, altri diplomi speciali) di un 30% della popolazione ha creato una spaccatura sociologica in cui le classi di superiori sentono di non condividere più il destino del resto del paese e financo l’idea stessa di nazione. Sensazione per altro del tutto ingannevole[9].
La domanda è dunque se la progressiva costruzione del “muro” geopolitico al centro del nostro primo Imperium[10] non abbia un’origine sociale, ossia se il rifiuto di ogni alternativa abbia cause interne in seguito proiettate in ambito internazionale. Verrebbe da pensarlo, dato che il famoso there is no alternative di Margaret Thatcher[11], equivalente interno della fine della storia fukuyamano, precede quest’ultimo di otto anni. Diversi segni mostrano tuttavia che Stati-Uniti e satelliti erano coscienti di star vincendo la guerra già a partire da metà anni Settanta, grazie primum all’apertura alla Cina (1973), e deinde all’evidente calo delle capacità produttive e tecnologiche dell’Unione Sovietica. Se negli anni Sessanta il PIL dell’URSS era infatti cresciuto più rapidamente di quello degli US, facendo scrivere a Raymond Aron, non certo sospetto di filosovietismo, che il socialismo avrebbe potuto vincere la guerra fredda in ragione delle sue maggiori capacità di produzione e organizzazione sociale[12], gli anni Settanta videro il PIL sovietico crescere sempre più fiaccamente e meno di quello statunitense, che pure visse un periodo di stagflazione. In campo tecnologico l’URSS perse definitivamente quel vantaggio che aveva ottenuto all’inizio delle esplorazioni spaziali. La conferenza di Helsinki del 1975 e la nascita dell’Eurocomunismo[13] finirono probabilmente di convincere gli Stati-Uniti che nessun pericolo potesse più venire dall’Europa Occidentale. Altrimenti si spiegherebbe male la decisione, tra anni Settanta e Ottanta, di deindustrializzarla, scontrandosi con le classi operaie che di quella deindustrializzazione erano le principali oppositrici e che pochi anni prima avevano ancora Mosca come riferimento. Così Reagan, nel 1983, poté bollare l’URSS quale “impero del male”[14] con una tipica frase-muro, per cui con il nemico non si tratta, perché non un semplice nemico, ma un vero e proprio errore morale. E quando questa visione trionfò sul campo, col crollo dell’URSS, fu abbastanza normale che sotto Clinton, non avendo più a temere alcuna alternativa, gli US completassero l’apertura economica con gli accordi di libero scambio del NAFTA (1994), l’entrata della Cina nel WTO (2001) e, sul fronte bancario, con l’abolizione del Glass-Steagall Act (1999). Tutte misure destinate ad accelerare la deindustrializzazione degli gli Stati-Uniti e a fondarne l’economia più sul potere finanziario che manifatturiero.
E se negli Stati-Uniti il cambiamento di paradigma sociale è passato soprattutto attraverso l’economia, in Europa l’accelerazione del processo comunitario successivo alla fine dell’URSS è andato più lontano. Non solo infatti i trattati fondativi (Maastricht e paralipomena) dell’UE non accennano ai diritti sociali (per esempio il diritto al lavoro che apre la Costituzione italiana) e insistono invece sul liberoscambismo. È lo stesso funzionamento istituzionale dell’UE a essere postdemocratico: lo spostamento del potere verso la Commissione e la Corte di giustizia, ossia verso il potere esecutivo e giudiziario, a scapito di quello legislativo (il Parlamento), procede infatti in esatta controtendenza a tutte le costituzioni liberali e socio-liberali dell’epoca compresa tra il 1789 e il 1989, che avevano fatto dei parlamenti l’organo di potere più importante perché quello più direttamente in contatto con il popolo-elettorato.
In sostanza il trionfo della democrazia avrebbe ucciso la democrazia.
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Golfo Persico.
E qui decisamente conviene non perdersi nella cronaca per quanto questa racconti diverse tragedie (morti, feriti, prezzi d’idrocarburi e fertilizzanti in ascesa, etc.). Limitiamoci a dire che l’incapacità di Tel Aviv e Washington di piegare Teheran, malgrado le rivolte manifestatesi in diverse città iraniane a inizio anno, conferma quanto già visto nella guerra del Donbass. Per una grande potenza è diventato difficile piegare delle potenze medie, sebbene prive dell’arma atomica. Certo, il potenziale ucraino è stato di molto aumentato dai finanziamenti US e UE[15], mentre il supporto che l’Iran ha ricevuto da Russia e soprattutto Cina sembra paragonabile a quello ricevuto da Kiev tra il 2014 e il 2022 (reti satellitari, istruttori, qualche arma d’avanguardia). Di contro l’Iran con i suoi 90 e più milioni di abitanti possiede una popolazione più di due volte superiore a quella dell’Ucraina nel 2022 (40 milioni di abitanti)[16] e ha il vantaggio di non doversi confrontare a una forza ostile confinante.
Se la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che l’attacco usraeliano sia stato finora un mezzo fallimento, quantomeno in termini di tempistica e di concezione, è interessante citare l’ipotesi formulata tra gli altri dal blogger Bigserge[17], per cui alla fine il solo scopo di Washington sarebbe non tanto di vincere la guerra bensì di trasformare l’Iran in un ennesimo “Trashcanistan”[18], lasciando così Israele come unica grande potenza della regione. Turchia a parte. Più globalmente, gli Stati-Uniti perseguirebbero una strategia di caos globale, che impantanando gli avversari in diversi conflitti (vedi Ucraina), permetterebbe loro di arrestare quella perdita d’influenza che altrimenti avverrebbe per inerzia. E chi meglio di Donald per seminare caos e sconcerto?
Allargando il campo, la guerra che gli Stati-Uniti muovono all’Iran appare la più cruciale che abbiano condotta dalla Seconda guerra mondiale. Tanto Corea quanto Vietnam potevano essere considerate guerre parzialmente strategiche (e non puramente tattiche) perché volte a mantenere il controllo di quel Rimland teorizzato da Nicolas Spykman (1893-1943)[19] come necessario agli Stati-Uniti per tenere accerchiata l’Eurasia russo-iraniano-cinese, per non essere esclusi dall’Heartland del pianeta. L’attacco all’Iran rappresenta tuttavia un salto di scala.
Esso non si deve tanto alla potenza militare dell’Iran, alla taglia della sua popolazione, o alle sue dimensioni geografiche (sei volte l’Italia), nemmeno al fatto che né la guerra di Corea né quella del Vietnam avessero implicato il blocco di uno dei grandi stretti mondiali costituenti lo scheletro della potenza statunitense, né che degli alleati degli US siano stati colpiti dai missili avversi. È piuttosto in ragione del peso storico e geografico dell’Iran. L’Iran è una delle terre dove è apparsa per la prima volta la scrittura[20],una delle più antiche civiltà indoeuropee[21], poi ricoperta da una religione mondiale come l’Islam (senza mai perdere l’antagonismo con il mondo arabo), e che a partire dalla rinascimento del IX secolo d.C. sviluppa una letteratura tra le più gloriose al mondo (Firdusi, l’autore del famoso Shāh-Nāmeh, il Libro dei Re, ma anche Farid al-Din Attar, Rumi, Omar Khayyam et alii ). L’Iran è inoltre l’unico paese al mondo dove templi delle quattro religioni monoteiste — Cristianesimo, Zoroastrismo, Islam e Giudaismo — convivono in una stessa strada di Teheran. Il farsi non è stato solo la lingua dei diversi imperi persiani, dai Medi ai Kagiari, ma anche dell’impero Moghol (1526-1857) e una delle lingue ufficiali dell’Impero ottomano (1299-1923)[22] e dell’Impero mongolo Yuan (1260- 1368). Se le diverse dinastie persiane (Medi, Parti, Sassanidi, ecc.) si sono espanse di preferenza verso le piane occidentali, scontrandosi con le polis greche e gli imperi romano (la famosa disfatta di Licinio Crasso a Carre nel 53 a.C.) e ottomano, la Persia ha avuto contatti molto stretti e spesso violenti col vicino mondo indiano, che i greco-romani avevano solo sfiorato (Alessandro Magno), ma anche, più pacifici, col mondo cinese, di cui Roma aveva vaghissima concezione. I rapporti tra Persia e Cina risalgono infatti al IX secolo a.C., quando la seta cinese comincia ad affluire nell’altopiano iranico. Lo sviluppo di queste primitive via della seta durante la dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.) segnò l’inizio di vere e proprie relazioni diplomatiche, e la prima traccia della Persia nella storiografia cinese affiora nelle Memorie storiche (91 a.C.) di Sima Qian, in cui si narra del viaggio compiuto quarant’anni prima dall’emissario imperiale Han Wudi nel paese detto Anxi (安息), traslitterazione di Arsak, ossia gli Arsacidi, la dinastia di re parti che governò la Persia dal 250 a.C. al 226 d.C. Alcuni secoli dopo furono proprio due monaci parti a introdurre il buddismo in Cina. Dall’epoca sassanide i persi chiamarono l’Imperatore cinese Faqhfūr (فغفور), traduzione letterale e molto rispettosa del cinese “Figlio del Cielo” (Tian Zi, 天子). Peroz III, figlio dell’ultimo imperatore sassanide Yazdgard III, trovò rifugio e appoggio in Cina per il suo vano tentativo di riconquistare il territorio avito dopo la conquista araba della metà del VII secolo. Quasi millecinquecento anni più tardi i cinesi hanno di nuovo aiutato i persiani, fornendo loro informazioni satellitari che hanno permesso all’artiglieria iraniana di colpire le basi statunitensi nel Golfo.
Alla storia si sovrappone la geografia. L’Iran si trova infatti al centro della diagonale delle comunità sciite che vanno dall’Eritrea al Kashmir e di quelle persiane, che, prendendo come riferimento i festeggiamenti ogni 21 marzo di Nowruz (il nuovo anno persiano), vanno dall’Albania allo Xinjiang cinese passando per zone così svariate quali i territori curdi e le repubbliche russe della Baschiria e della Ciuvascia. L’Iran attuale è dunque solo il nucleo di una civiltà persiana e di un mondo sciita ben più estesi. Da un punto di vista puramente geografico, se vi trovate a Ispahaan, la capitale storica della Persia, più o meno al centro dell’Iran, sarete a 2.900 km da Addis Abeba, capitale dell’impero storico più meridionale, quello etiope, e a 2900 km da Mosca, capitale dell’impero storico più settentrionale, quello russo. Se invece volete prendere come riferimento gli stretti più importanti del pianeta, sappiate che quello Hormuz si trova a 5.200 km da quello di Malacca e 5.700 da quello di Gibilterra. E se pensate che tale centralità sia solo euroasiatica, partite da Hormuz e procedete sia verso est sia verso ovest e scoprirete che da una parte, dopo 12.300 chilometri, toccherete San Diego, e dall’altra, dopo 12.500km, sbarcherete a Miami. Per prepararasi allo scontro, gli Stati-Uniti, hanno aggregato alla quinta flotta di stanza nella regione, forze provenienti tanto da est come da ovest, simbolizzate rispettivamente dalla portaerei nucleare George H.W. Bush (CVN-77), proveniente dalle coste orientali degli Stati-Uniti e la portaerei Abraham Lincoln (CVN-72), proveniente dal Mar Cinese Meridionale, oltre a numerosi altri mezzi navali e anfibi. L’Iran è l’ombelico del mondo, ὁ ὀμφαλὸς τῆς γῆς (ho omphalos tês gês), secondo la definizione greca dell’oracolo di Delfi. Gli Stati-Uniti sono andati a fare la guerra nel centro del mondo. Ed è vertiginoso pensare che se davvero la campagna iraniana si concludesse con un persianissimo scacco[23], in un lasso di tempo ancora indeterminato, le forze statunitensi potrebbero rifluire sia verso est sia verso ovest, abbandonando progressivamente Kiev, Roma, Malacca, Gibilterra, Taiwan, le Azzorre, le Marianne.
Il passo successivo sarebbe recarci in Iran. Non essendo possibile, ho assistito a un incontro che si teneva alla Columbia Global Center di Parigi. Quattro invitati: una membra di un’associazione d’iraniani in esilio in Francia, un’artista iraniana residente negli Stati-Uniti, un dottorando iraniano in storia alla Sorbona e una avvocatessa francese figlia di esuli iraniani del 1979 — mi sembra di capire legati al Tudeh, il partito comunista iraniano tradito e decimato da Khomeini dopo averne favorirono l’ascesa.
Locutori piacevoli, tranne l’artista residente negli Stati-Uniti, che gridava stridulamente nel microfono in un rozzo americano; la bilanciava l’avvocatessa franco-iraniana, vuoi perché l’unica a parlare nella propria lingua materna, vuoi perché dotata di una piacevole voce baritonale. L’incontro era stato organizzato per parlare della repressione dei manifestanti iraniani in gennaio ma nel frattempo erano piovuti i bombardamenti usraeliani. Forse c’era chi voleva condannare più Trump e Netanyahu che Khamenei, forse chi più Khamenei che Trump e Netanyahu, ma alla fine si è scelta l’unanimità: cattivo Khamenei, cattivo Netanyahu e cattivo Trump. E siamo anche d’accordo. Ma è questo il problema strutturale? Forse in rete potete ancora trovare un’intervista che l’ultimo Shah, Reza Pahlavi, rilasciò al giornalista della CBS Michael Wallace all’indomani della crisi petrolifera del 1973. È sorprendente constatare come le accuse mosse allora allo Shah, velo femminile a parte, fossero le stesse che vengono mosse oggi a Mollah e Pasdaran, tanto a livello interno (corruzione, repressione delle dissidenze — nel caso dello Shah proprio quelle religiose) quanto a livello esterno (ostilità a Israele, volontà di fornirsi della bomba atomica). È abbastanza comico che oggi si parli di rapporti idilliaci tra lo Shah e Israele quando nella detta intervista, Pahlavi invita clamorosamente Wallace a introdurre i nomi dei giornalisti del Washington Post e del New York Times in un computer per vedere quanti di essi abbiano ascendenza ebraica. Alle velate accuse di complottismo (guarda guarda) antisemita mosse da Wallace, lo Shah risponde senza scomporsi: put the names in the machine. C’è quindi una continuità geopolitica dell’Iran che trascende i governi e che, a livello di politica esterna, si fonda sulla necessità di rifiutare il veto israeliano all’uso dell’energia atomica[24].
Tralasciando il diritto iraniano di sviluppare il nucleare civile — normale per una nazione dotatissima d’ingegneri —, è chiaro che se nella regione esiste una potenza, Israele, dotata della bomba atomica (fuori da qualsiasi trattato), sarebbe fattore di equilibrio se una potenza nella regione ne fosse ugualmente dotata. Come avviene tra India e Pakistan. Altrimenti si lascia a Israele margine per perigliosi avventurismi e espansionismi, conscio che gli resti comunque l’arma finale per dissuadere il nemico dall’infliggergli una sconfitta decisiva: muoia Sansone con tutti i Filistei.
Se dopo l’incontro fosse stato possibile porre delle domande, come invece non è stato, avrei dunque chiesto cosa pensassero i locutori del diritto dell’Iran al nucleare civile e financo alla bomba atomica.
Temo che le mie domande avrebbero suscitato soprattutto imbarazzo. Bello parlare di diritti umani e prendersela coi grandi della terra, più difficile, ma più necessario, affrontare i veri nodi dei conflitti internazionali. Conferma dell’insipienza di questo comitato delle buone intenzioni la si è avuta quando l’avvocatessa franco-iraniana ha chiuso la serata affermando che ci vorrebbe una sorta di tribunale internazionale che stabilisse rigorosi embarghi contro i governi che violano i diritti dell’uomo. A parte che i cosiddetti diritti umani variano secondo le zone del mondo, a parte che ogni potenza li userebbe contro i nemici e mai contro gli amici, a parte che si tratterebbe di pochi eletti che parlerebbero in nome di miliardi persone, non è già quello a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni in cui Stati-Uniti e satelliti si sono erti a comunità dei saggi? Al tribunale dell’Aja non sono stati condannati quasi solo africani o serbi catturati dopo il bombardamento di Belgrado (condannato dall’ONU) del 1999?
Inquietante che un’avvocatessa specializzata in diritto internazionale possa essere ancora a tale livello d’ingenuità. Facciamo inoltre notare agli umanisti embargofili che, secondo un recente articolo del Lancet, gli embarghi US&UE in cinquant’anni avrebbero causato 28 milioni di morti, e che la categoria più colpita sono bambini al di sotto dei 5 anni[25]. Solo che sono morti lente, silenziose e di solito non propagandate. La pur simpatica avvocatessa ha così mostrato che le classi medie benintenzionate, portatrici della cultura del pensierdebolismo, il weakismo, sono sovente uno strumento terribilmente affilato nelle mani dell’egemone, del più forte.
Agli amici iraniani, che siano per i Mollah, per lo Shah, per i Pasdaran o per i Mujaheddin della rivoluzione, mi sentirei dunque di dare un unico consiglio: amate ardentemente l’atomo.
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Più a occidente, si è molto parlato del rifiuto di Sanchez a concedere lo spazio aereo spagnolo agli aerei statunitensi. E il Primo ministro spagnolo aveva già rifiutato di portare il budget militare al 5% come richiesto da Washington. Una questione ideologica tra un progressista e un conservatore? Molte sinistre stravedono per l’Ucraina (guerra iniziata sotto Biden), eppure la Spagna di Sanchez, se a voce condanna la Russia, ha dedicato solo lo 0,2% del PIL ad aiuti all’Ucraina, ben lontano dal 2,75% della Danimarca, il 2,65% dell’Estonia, il 1,92% della Lituania, il 1,66% della Lettonia. La distanza geografica dal Donbass conta di certo, ma c’è di più, e Sanchez ha sovente parlato della necessità di trovare una pace (non proprio il discorso di Kaja Kallas). La Spagna è storicamente paese bipolare — Hay dos Españas, scriveva Antonio Machado —, sconvolto da guerre civili sia nel XIX che nel XX secolo. Può dunque essere che un governo del PP (Partido Popular) avrebbe concesso le basi a Trump. Quando Aznar volle fare rientrare la Spagna nella storia, dopo la perdita dell’impero e due guerre mondiali fuori dalla mischia, si offrì infatti di aggiungere qualche truppa all’invasione statunitense dell’Iraq. Gli attentati dell’11 marzo 2004 (11M) mostrarono ancora una volta che, per fare la guerra, bisogna essere pronti a pagare un dazio di morti. E la Spagna non lo era e non lo è. Questo spiega perché da allora i governi spagnoli, anche quelli guidati del PP, siano tornati a un rigoroso post-storicismo, mostrandosi tra i più attenti a promuovere un mondo fatto di accordi economici e pochi conflitti — e quindi a prediligere progressivamente la Cina, forza economica, agli Stati-Uniti, forza economica, certo, ma sempre più in virtù del proprio potere militare (a cui è in gran parte legato per esempio il petrodollaro) e sempre più intenzionata a usarlo. Ricordiamo inoltre che la Spagna è paese ben meno manifatturiero dell’Italia, che dagli Stati-Uniti importa più di quanto esporti, contrariamente all’Italia. Insomma le ritorsioni di Washington farebbero molto meno male a Madrid che a Roma. È vero che tra le importazioni dagli US spiccano quelle di gas e petrolio, ma è anche vero che la Spagna di quel gas liquefatto è diventato il principale snodo verso gli altri paesi europei (30% degli impianti di gassificazione europei si trovano in Spagna). Questi non possono certo permettersi oltre al danno la beffa, ossia di perdere l’oneroso sostituto del gas russo che gli stessi Stati-Uniti gli hanno “consigliato” di abbandonare. Persino Trump non osa chiedere tanto.
Ma chi ha letto il nostro Dialogo con Elvira Roca Barrea[26], sa che il disallineamento di Sanchez ha ragioni più profonde. Non solo sono gli Stati-Uniti ad aver sottratto alla Spagna gli ultimi domini d’oltremare (Cuba e Filippine) nel 1898 — e questo in epoca di riassestamento mondiale ha il suo peso. Ma questa data è solo l’inizio di un viaggio a ritroso attraverso il quale la Spagna cerca di ricollegarsi a quel vasto mondo ispanofono al di là dell’atlantico, ai suoi antichi territori americani. Una perfetta inversione di direzione rispetto al cammino percorso dall’atlantismo, che va da occidente verso oriente. Perché in Sud America non amano molto gli Stati-Uniti, visti molto più chiaramente che in Europa come una potenza coloniale, malgrado ogni tanto alcuni paesi (al momento Cile e soprattutto Argentina) scelgano di riavvicinarsi a Washington. E la Spagna non vuole apparire di fronte a questo mondo di 460 milioni d’ispanofoni americani come la potenza “bianca” dell’ispanosfera che segue i gringos nelle loro guerre coloniali in giro per il mondo, tanto più che l’emigrazione sudamericana (Colombia, Venezuela, Perù) è in forte crescita in Spagna. E non è un caso, come ci insegnava Roca Barrea, che al culmine di questo viaggio verso est ci sia la Cina, la cui presenza in Sud America è già molto forte e la cui ulteriore ascesa potrebbe contribuire a ridorare il blasone dell’impero ispanico come primo impero mondiale che collegò l’Estremo Oriente all’Europa – a discapito della narrazione franco-anglosassone. Sanchez è già andato ben quattro volte in Cina negli ultimi quattro anni, e il 14 aprile, da Pechino, si è lanciato in un discorso non nuovissimo ma mai così entusiasta: la Cina è uno se non il garante dell’ordine mondiale messo in pericolo da “altre potenze” (chissà chi), un ordine che deve essere più multipolare, più condiviso (leggi BRICS). Sanchez si è addirittura lanciato in un avventuroso accostamento tra la Cina e la sinistra europea, entrambe impegnate nel produrre energie rinnovabili e lottare contro la povertà.[27]
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Al di là dei partiti, delle statistiche e dei discorsi, chi segue il tennis sa che nel circuito ATP persino i francesi, persino i russi gridano più spesso com’on! che allez! o davai! I soli che si incitino nella propria lingua sono gli ispanofoni, che quando fanno un punto gridano un sonoro ¡vamos! E siccome la scuola tennistica spagnola ha preso molto peso negli ultimi decenni, si sono visti anche italiani, russi o francesi, lanciarsi nel medesimo bisillabo d’incoraggiamento: ¡vamos!
Se ciò vi sembra risibile, permettetemi una seconda citazione:
La domestica di Cicerone conosceva meglio del miglior storico dei tempi di Cartesio gli avvenimenti storico-politici che avevano avuto Cicerone come protagonista.
Se infatti dovessimo dire quali sono i mezzi per conoscere il mondo, non esiteremmo a mettere il dialogo e l’osservazione degli esseri umani davanti a qualsiasi altra fonte.
Se una siriana vi dice di considerarsi europea, ma che gli iracheni non lo sono, e poi vi ricordate che il limes romano passava proprio da Damasco, capite quanto il passato continui a tracciare le frontiere, umane prima che geografiche, dell’oggi.
Se conoscete più di un catalano che si vergogna di avere dei genitori di lingua spagnola, capite che il mito romantico dell’indipendentismo català in voga al di là dei Pirenei nasconda in realtà un regionalismo dai tratti totalitari.
Se un finlandese vi dice che il proprio paese è metà civile e metà militare (la Finlandia non ha mai abolito la leva), capite che tutte le favole belle della Finlandia come paese innanzi tutto dell’innovazione pedagogica vengono da un flusso d’informazioni quantomeno distorto.
E se lo stesso finlandese vi dice che gli svedesi sono delle mammolette (più crudo il termine inglese), capite che “nell’amicizia senza fine” tra i due paesi in ottica antirussa c’è chi fa la locomotiva e chi il vagone.
Se un marocchino vi dice con alterigia che l’Algeria è una nazione creata dai francesi, capite che dovreste stare più attenti alle linee di faglia del Maghreb invece di considerarlo un tutto unico.
Se una turca di Istambul, abitante in piena Beyoğlu (il quartiere cristiano, anche noto come Galata), oppositrice di Erdogan, ossia ciò che di più europeo si possa immaginare, vi dice di averne abbastanza delle lezioni morali europee quando ai suoi occhi siamo soprattutto una “colonia chiacchierona” (chatty colony), capite che l’aura di Bruxelles non solo non passa il Bosforo ma nemmeno l’Evros.
Se un ramo della vostra famiglia, tendenzialmente anticomunista in una zona da sempre governata dal PCI e con tensioni più o meno sottaciute successive alla guerra partigiana, non aveva problemi a viaggiare nell’URSS e in altri paesi del patto di Varsavia, mentre oggi tanti europei diplomati e laureati, di ogni credenza, rifiutano di andare in questo o quel paese perché sarebbero “dittature”, capite perché parlare di un muro occidentale, interno ed esterno, sia questione di vita quotidiana.
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Nel frattempo Grecia, Cipro e Israele hanno stretto un accordo tecno-militare-energetico. Prevede tra le altre cose la creazione di una “brigata comune di reazione rapida” che si eserciterà anche sulla parte greca dell’isola di Venere, in chiara funzione antiturca. La guerra scivola dentro il Mediterraneo.
Filippo Bruschi
Note al testo:
[1] Non meno esemplare la parabola di Maxwell. Morto il padre, si scopre che l’impero mediatico di questi è pieno di debiti e finisce per essere smembrato. Ghislaine, invece di andare all’ufficio del lavoro, fa una chiamata a Jeffrey e nello spazio di qualche mese diventa trafficante di minorenni.
[2] https://www.bbc.com/news/world-us-canada-49312746
[3] A dire il vero tramite la rubrica di Rudy Reichstadt, fondatore di Conspiracy Watch, associazione apertamente atlantista e filoisraeliana. https://www.radiofrance.fr/franceinter/podcasts/l-invite-d-un-jour-dans-le-monde/l-invite-d-un-jour-dans-le-monde-du-mercredi-04-fevrier-2026-2941103
[4] Thomas Piketty, Le Capital au XXIe siècle, Seuil, 2013.
[5] Periodo simbolico tra la rivoluzione francese e quella sovietica. Prima della Costituzione statunitense (1787-1789) e quella francese (1791), accenni di costituzioni liberali c’erano già state in Corsica e Svezia, senza parlare dei vari atti (Habeas Corpus, Bill of Rights) che portarono il Regno Unito a diventare una monarchia parlamentare. La prima costituzione sovietica è del 1918.
[6] Jean-Marie Guéhenno, La Fin de la démocratie, Flammarion, 1993.
[7] The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy, W.W. Norton & Company, 1995. Il titolo contiene un rimando a La rebelión de las masas (1929) di José Ortega y Gasset.
[8] Emmanuel Todd, Après la démocratie, Gallimard, 2008.
[9] Emblematico il caso delle influencer francesi Maëva Ghennam et Élodie Gossuin, istallate a Dubai per svolgere la loro professione. In genere sprezzanti verso la Francia perché troppo provinciale per capire il loro genio, e forse troppo esigente a livello fiscale, hanno poi disperatamente chiesto aiuto al governo francese per rimpatriarle e salvarle dai bombardamenti iraniani. Liquide ma non troppo.
[10] https://lapisclamans.com/2025/01/26/imperium/.
[11] Pronunciato alla Conservative women conference il 21 maggio 1980.
[12] Raymond Aron, Les Étapes de la pensée sociologique, Gallimard, 1967.
[13] In seguito al disgelo della conferenza di Helsinki, i partiti comunisti francese, italiano e spagnolo decisero (1976) di allontanarsi parzialmente da Mosca e di definire la loro posizione europea come in equilibrio tra USA e URSS.
[14] Evil empire. Espressione pronunciata da Reagan alla National Association of Evangelicals l’8 marzo 1983. Il contesto spiega in parte la natura religiosa della frase.
[15] I dati non sono sempre concordi ma grosso modo Kiev ha ricevuto 115 miliardi di euri dagli USA (65 miliardi in armamenti) e 133 miliardi di euri dall’UE (80 in armamenti), senza contare il pacchetto da 90 miliardi di euri (60 in armamenti) appena varato da Bruxelles. Se a questo aggiungiamo i 38 miliardi di euri spesi da Kiev nel 2022 (95 quelli spesi dai russi) e i circa 65 miliardi l’anno investiti (152 miliardi in media per i russi), l’Ucraina arriva à più di 3/5 del budget russo della difesa (378 miliardi €/550 miliardi) e a più di due terzi se consideriamo ogni genere di aiuti ricevuti (480 miliardi €/550 miliardi€) — in realtà un calcolo difficile da fare perché se ogni aiuto rinforza le capacità di una nazione e permette d’investire di più in armamenti, un calcolo puramente aggregativo, per quanto non errato a priori, comporta dei margini d’imprecisione. Dal canto suo la Russia ha ricevuto aiuti da Corea del Nord, Iran, Cina e Bielorussa, ma salvo nel caso di quest’ultimo paese, si è trattato di acquisti e scambi tecnologici, non di prestiti, come nel caso di quelli elargiti dalla NATO all’Ucraina — sempre che i soldati coreani possano essere inclusi tra i “prestiti”. Sappiamo per altro che non pochi soldati della NATO hanno agito e sono morti in Ucraina.
[16] In realtà, con soli 20 miliardi di euri consacrati alla spesa militare nel 2025, l’Iran non sarebbe nemmeno una potenza media, visto che le potenze medie Francia e Regno Unito vi consacrerebbero rispettivamente 55 e 72 miliardi. Naturalmente le spese complessive raccontano solo in parte la forza di un esercito.
[17] https://bigserge.substack.com/p/the-insurgent-empire.
[18] Termine coniato dal politologo Peter Kotkin nel 1994 per descrivere lo stato di corruzione delle repubbliche centroasiatiche emerse dalla frammentazione dell’URSS.
[19] La teoria di Spykman fu pubblicata nel libro postumo The Geography of Peace (1944): https://www.praetoriumstrategy.com/uploads/3/7/7/4/37740703/the_geography_of_the_peace_-e_nichoals_spykman_-_1943_-_questia.pdf. Essa si oppone a quella di Mackinder (vedi Imperium I) perché considera che il controllo delle coste, del bordo “rim” dell’Eurasia sia più importante di quello dell’heart (nucleo) della stessa regione.
[20] In Iran si sviluppò in particolare la civiltà elamita. Benché gli elamiti vivessero a stretto contatto con i sumeri alla frontiera meridionale tra gli attuali Iraq e Iran, la loro lingua, decifrata solo nel 2020 da François Desset, non appartiene alla stessa famiglia. Alcune ipotesi la vogliono apparentata con le lingue dravidiche del sud dell’India. Se alcune ipotesi di Desset in merito all’alfabeto elamita lineare fossero confermate, questo diventerebbe il più antico alfabeto fonetico conosciuto, soppiantando il protosinaico.
[21] I cinque gatha (inni religiosi), composti forse dallo stesso Zarathustra, sono considerati, al pari dei Veda indiani, come le più antiche testimonianze di letteratura scritta in une lingua indoeuropea.
[22] Lo storico britannico Arnold Toynbee (1889-1975), celebre per la sua opera monumentale A Study of History (1934 – 1961), osserva che il persiano, oltre ad aver acquisito lo status di lingua franca in gran parte del mondo musulmano, aveva esteso la sua influenza fino al Sud-Est europeo (i Balcani) grazie al suo uso corrente da parte dell’élite.
[23] Sono infatti i Persiani ad aver inventato gli scacchi. L’espressione “scacco matto”, spesso bizzarra in tante lingue, viene dalla ricerca di equivalenti fonetici dell’espressione “Shah mat”, il Re è morto.
[24] Il sospetto che Khomeini, tra 1978 e 1979, alla vigilia di tornare in Iran per guidare la rivoluzione, sia stato ospitato a Parigi su consiglio di Washington, è sostenuto da molti specialisti, tanto più che l’Ayatollah, prima di prendere il potere, aveva sempre condannato la bomba atomica come “arma del diavolo”. Ricordiamo che il clero sciita fu alleato interno degli anglo-americani quando questi rovesciarono il regime di Mossadek (1953), che voleva ridistribuire più equamente i proventi del petrolio iraniano.
[25] https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(25)00278-5/fulltext.
[26] Prima parte: https://lapisclamans.com/2025/06/27/dialogo-italiano-con-maria-elvira-roca-barea-1-2/. Seconda parte: https://lapisclamans.com/2025/07/25/dialogo-italiano-con-maria-elvira-roca-barea-2-2/.
[27] https://www.lavozdegalicia.es/video/espana/2026/04/14/pedro-sanchez-comparece-ante-medios-tras-reunion-presidente-china-xi-jinping/00311776147556330457487.htm
Immagine:
Miniatura, manoscritto de Il libro dei Re (Shāh-Nāmeh) di Firdusi, Iran, Shiraz, periodo Safavid, ca. 1590-1600.