IMPERIUM – II





Excudent alii spirantia mollius aera,
Credo equidem, vivos ducent de marmore voltus,
Orabunt causas melius caelique meatus
Describent radio et surgentia sidera dicent:
Tu regere imperio populos, Romane, memento.
Hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem,
Parcere subiectis et debellare superbos.

Virgilio, Eneide, VI, vv. 847-853[1]



Dal precedente editoriale d’Imperium molte cose sono successe, la maggior parte legate alla nuova amministrazione statunitense.
Limitiamoci a ciò che ci riguarda più da vicino:


__ Zelensky ha capito tutto il valore della famosa massima di Kissinger: “It may be dangerous to be America’s enemy, but to be America’s friend is fatal”.

__ Russia e Stati Uniti non sono affatto diventati grandi amici in una commedia chiamata “il complotto degli uomini forti”. La Russia continua a definire gli Stati Uniti un “недружественная страна” (nazione ostile) e a diffidare delle proposte dal paese che fino a pochi mesi fa ne augurava lo smembramento. È interessante al riguardo fare un giro sul motore di ricerca russo Yandex e digitare nazism: la prima immagine che esce, ancor prima dei noti battaglioni ucraini, è il braccio alzato di Steve Bannon. Non proprio una bella presentazione al cittadino russo di un uomo considerato vicino a Trump.

__ La cosiddetta coalizione dei volenterosi, pronta a nuovo debito pubblico per comprare le armi necessarie a “difendere l’Ucraina”, non ci appare affatto oppositiva a Washington, poiché si propone di fare precisamente ciò che l’uncle Donald domanda da tempo a gran voce: sorvegliare e spendere al posto degli americani sulla frontiera orientale.  D’altronde tra tutte quelle stelline gialle ci pare di aver intravisto Canada e Regno Unito, che di solito seguono strategie da cinquantunesimo e cinquantaduesimo stato.

__ Sorge il dubbio che la vera indipendenza europea consisterebbe nel non dare un euro all’Ucraina. Tanto non ne uscirà alcun ricavato: gli ucraini, come i polacchi i baltici e gli scandinavi, seguiteranno ad avere come unico referente gli Stati Uniti. Nella conferenza stampa successiva al loro incontro a Washington del 24 febbraio, Macron ha lasciato Trump affermare che finora per l’Ucraina avevano pagato gli USA – e che ora toccava all’UE. Nel precedente incontro coi giornalisti (davanti al famoso caminetto), il presidente francese si era mostrato invece più coriaceo, sottolineando che l’UE aveva speso quasi quanto gli USA. Dopodiché aveva avanzato una proposta guardando Trump di sottecchi: l’UE contribuirebbe alla ricostruzione dell’Ucraina se potesse appropriarsi degli averi russi congelati nelle banche europee. Pare si tratti di una grave violazione del diritto commerciale internazionale.

__ Continua la ridefinizione della Siria. La Turchia, come si sa, è l’azionista di maggioranza del nuovo governo di Ahmed al-Charaa; da parte sua Israele domina in modo ancora più netto le alture del Golan e il suo importante bacino idrico. Alcuni analisti sottolineano come sia la prima volta che Israele si trovi sostanzialmente a confinare con una grande potenza ostile – potrebbero nascerne scintille. La Turchia erdoganiana, oltretutto, al contrario d’Iran e Arabia Saudita, è potenza politicamente affine a Hamas, entrambi ispirandosi all’esperienza dei Fratelli Musulmani; senza dimenticare che è potenza in parte europea, oltre che membro (anomalo) della NATO.

__ Intanto Israele ha ripreso a bombardare la striscia di Gaza provocando centinaia di morti in pochi giorni.


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Sbrigata l’attualità, il secondo editoriale d’Imperium sarà dedicato alla questione culturale.
Cultura non è da intendersi come mera produzione intellettuale (universitaria, mediatica, ecc.) ma, come recita la seconda entrata della Treccani: “l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale: c. primitive, c. evolute; la c. degli Incas”.
Perché parlare di cultura? Perché sebbene la geopolitica possa assomigliare a un Risiko tutto sviluppato in orizzontale, essa ha bisogno di radicarsi nella cultura dei popoli, la quale è determinante nella capacità di questi ultimi a esprimere la propria potestas sullo scacchiere internazionale.
Uso il termine latino perché sublima, amplia e approfondisce la parola potenza, troppo spesso confusa con la volontà, se non il delirio di potenza. La Potestas, anche nella magistratura romana, non implica l’imperium evocato da Virgilio in apertura, ma lo rende possibile, come rende possibile la difesa della propria integrità; la Potestas per certi versi ricorda la potenza aristotelica (dynamis), ossia la qualità necessaria perché un’essenza possa diventare atto (energheia); la Potestas è dunque prima di tutto una facoltà: facoltà di porre dei limiti, tracciare dei confini, rispettare degli accordi.
Già intravedo un levarsi di sopracciglia: non sono la cultura e la potenza due concetti antinomici? Non serve la cultura a smussare la potenza fino a neutralizzarla e vivere gioiosamente in un mondo di bontà e valori universali?

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È evidente infatti che in un Europa (soprattutto occidentale) tarlata dal pensierdebolismo (Vattimo fu conseguenza e non causa), entrare in un campo in cui è questione di potenza e sopravvivenza dei popoli – e non più del loro pentimento o decostruzione – susciti imbarazzo, spesso negli stessi che appoggerebbero tale lotta per la sovranità se essa fosse condotta in altri continenti, da altri popoli. È quello che chiamerei, con un gioco di parole, non wokismo (epifenomeno), bensì weakismo[2] (fenomeno strutturale), ossia il panico di riconoscere i propri interessi come qualcosa di lecito, di legare la loro realizzazione non a un fantasmatico mondo di valori universali ma, per esempio, ai rapporti di forza internazionali.
A coloro che vorrebbero condurre battaglie sociali e culturali senza sporcarsi le mani col contesto internazionale e il suo gioco tra potenze, basti ricordare l’impatto che il crollo dell’URSS ebbe sulla progressiva evaporazione dei partiti comunisti, malgrado fior di filosofi e sociologi “occidentali” avessero elaborato modelli di comunismo alternativo a quello sovietico.
Se domani gli USA entrassero in conflitto con la Cina, l’Europa, dopo il gas russo, si troverebbe privata anche delle terre rare cinesi (70% della produzione mondiale). A quel punto, con tutta la buona volontà, e malgrado fiumi di analisi più o meno scientifiche, la cosiddetta transizione ecologica europea si farebbe tagliando le foreste con l’accetta.
Come mostrano i manifesti europeisti di Kant e Victor Hugo,[3] l’Europa occidentale ha diffuso il proprio idealismo, nonché la concezione di sé stessa, grazie a una posizione privilegiata nel gioco delle forze mondiali. Se tale posizione venisse progressivamente a svanire, come sta accadendo, idee e idealismo svanirebbero assieme alla potestas europea; se l’Europa occidentale non fosse stata potente, la sua versione (e sottolineo sua) d’idee quali individuo, società, natura, dialettica dei sessi avrebbe avuto lo stesso impatto mondiale di quelle veicolate dall’Impero Comanche.[4]
Non è forse un caso che in recenti raduni in Piazza del Popolo si sia sentito parlare, con toni al limite del delirio, di superiorità evidente della civiltà europea: segno palpabile di un’Europa prigioniera tra declino e complesso di superiorità, tra vittimismo e aggressività – un classico sintomo di mancanza di potestas.
È dunque necessario liberarsi dai resti di una cultura che ormai agita simulacri unidimensionali, contribuendo a un progressivo distacco dal reale e dal dominio di sé. Non a caso una delle stelle polari di questo sito è l’urgenza di uscire dagli “schemi concettuali del Novecento” («Ai Naviganti», Lapisclamans). Cosa intendiamo per Novecento? La discussione è aperta, e diverse sono le risposte a seconda che si consideri il campo ideologico, letterario, energetico o geopolitico. In questo editoriale “Novecento” sarà simbolo di ciò in cui siamo ancora immersi ma che è ormai necessario superare, perché ci svia, ci indebolisce, o ci domina.

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Per cominciare dall’ambito più superficiale della cultura, quello dei riferimenti filosofici, riassumerei il Novecento da superare in quattro nomi: Scruton, Foucault, Marx e Fukuyama. Ognuno non preso per sé stesso ma come icona di una tendenza. Nulla di personale.
Scruton (nuovo riferimento culturale di alcune destre europee) è sintomo di una tendenza a tornare semplicemente indietro o a chiudersi nella «bellezza» come reazione alla socializzazione del pensiero. Indietro non si torna. Se l’Europa deve certamente aspirare a ritrovare un ruolo più vicino a quello della sua storia recente, sarà con forme diverse e in un contesto diverso, a cominciare dalla capacità di gestire la propria multiculturalità in un modo equilibrato. La bellezza, vecchio tema simbolista, non è che una riduzione in vitro della tradizione; è l’amore per i fiori di plastica quando non si ha la terra per coltivare quelli veri. Non a caso fu idolatrata a cavallo tra Ottocento e Novecento da intellettuali che si sentivano sradicati dal mondo circostante. Né Omero, né Dante, né Ferdowsî, grandi nomi della tradizione evocata da Scruton, avrebbero mai potuto creare le loro visioni globali dell’essere umano se si fossero rinchiusi in tale ampolla.
Quanto a Foucault, era fondamentalmente uno scettico.[5] Niente di male. Il problema è che quando lo scetticismo smette di diventare un antidoto per mutarsi in pensiero di massa, evolvendo in postmodernismo, pensierdebolismo, autoironia eretta a valore sistematico, un popolo, già in via di sottomissione, non può che ritrovarsi in balia di qualsiasi forza di compressione, sia essa sociale, culturale o geopolitica. Poco da stupirsi se abbiamo l’impressione che le cose scivolino su un piano inclinato.
Marx. Non tutto, ma quello che ne è rimasto dopo il 68: svincolato dalle masse operaie, progressivamente privato della riflessione sull’inconscio socio-storico come fondamento delle ideologie – vedasi certe sinistre attuali, per cui è inammissibile che nel 1525, 1725 o 1925 si potessero condurre vite diverse da quelle (quali?) del 2025. Di totalmente suo Marx ci ha messo la riduzione dell’uomo alla dimensione puramente economica, tratto che condivide paradossalmente con Hayek e altre teorici neo-ordo-liberali; di suo, in parte malgré lui, ci ha messo il capitalismo come prezzemolo linguistico da spargere su qualsiasi battaglia, anche quelle marcate dall’individualismo più sfrenato che nulla condividono con l’idea di comunitas o societas. Infine, peggio di tutto nel contesto attuale, l’elogio di un internazionalismo facile facile, cessione di sovranità non riflettuta, l’idea che davvero si possa cedere qualcosa al mondo, o al nulla, e non sempre e immancabilmente a qualcuno.
E da qui è agevole arrivare all’ultimo tetrarca, oggi di certo il più esiziale: Francis Fukuyama, almeno quello della Fine della Storia, capostipite della corrente che, prendendo spunto da un’idea hegelo-kojeviana-marxista, fece trasmigrare il finestoricismo di tanti boomer e dei loro figli da Mosca a Washington senza mai passare da Roma, Parigi o Berlino.
I danni sono incalcolabili: giudizio di tutta la storia umana alla luce di un unico stile di vita, inutilità dei popoli, bombardamenti umanitari, spappolamento linguistico travestito da modernismo (lockdown, smartworking, fare una call, ecc.), fino ad astrazioni tanto perniciose quanto pretenziose quali il «fascismo eterno» (Umberto Eco, 1995) – al quale, va da sé, si oppone surrettiziamente la democrazia liberal eterna.

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Scendiamo ora a uno stadio più profondo e diffuso della cultura collettiva. È qui che, tossico recente ma ormai molto diffuso, troviamo il moralismo astratto.
Il sintagma traduce la perdita di contatto del pensiero europeo con le condizioni materiali del divenire storico e la sua tendenza a cristallizzarsi in apoftegmi benpensanti.
Cosa pensare dell’assurdità, ormai integrata da vaste fette della popolazione europea, secondo la quale l’UE nascerebbe da una volontà autonoma di pace, quando la pace europea dal 1946 al 1991 nacque semplicemente dal fatto che erano URSS e USA, e non certo i loro vassalli, a decidere dove e quando si faceva la guerra? Non a caso il crollo dell’URSS (1991) coincise col riaccendersi della guerra in Europa – e guarda caso proprio in quella terra tra i due blocchi che era la Jugoslavia. Per non parlare delle agitazioni guerriere proliferate nelle ultime settimane, qualche istante dopo che l’UE ha percepito l’amico americano simulare un accenno di passo indietro. Esistono terre più irenofile.
Facciamo un esempio meno scontato.
Di recente mi è capitato di sentire l’invitato di un’istituzione culturale italiana a Parigi dire che la Germania avrebbe fatto i conti col proprio passato, l’Italia no. A parte che sarebbe interessante sapere in quale modo venga calcolata la somma dei conti col proprio passato, si dimentica che il peso delle due nazioni nella Seconda guerra mondiale non fu comparabile. La Germania ebbe 7.400.000 morti, l’Italia 425.000; la Germania continuò a combattere una settimana abbondante dopo la morte di Hitler, sebbene molte sue città fossero state rase al suolo; l’Italia, due settimane dopo lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia, sei giorni dopo il primo bombardamento di Roma, caricò Mussolini su un ambulanza per spedirlo sul Gran Sasso; la Germania è l’unica nazione che negli ultimi centocinquant’anni abbia avuto la possibilità di creare un’egemonia sul continente europeo; l’Italia non è nelle stesse condizioni dai tempi dell’Imperatore Costantino.
Date queste premesse, è naturale che i vincitori della Seconda guerre mondiale abbiano smembrato la Germania e applicato alla stessa una feroce pedagogia di contrizione, cosa non necessaria con la meno potente Italia. Sette milioni di morti, enorme capacità di resistenza e produzione industriale, possibilità di diventare Imperium: queste le cose che fanno materialmente la storia, non certo la gnomica autopunitiva e indimostrabili conti col passato. Eppure le nostre scuole assorbono sempre meno storia e sempre più “valorialità”, ovvero moralismo astratto.

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Da qui restiamo logicamente in Italia per citare un’influenza culturale che ci riguarda da vicino, forse quella dalla quale il nostro paese – ma non solo – ha più urgenza di liberarsi. Trattandosi di religione, ci troviamo a uno stadio molto profondo della cultura.
Parlo del protestantismo, il cui dominio culturale è un frutto maturato in quasi tre secoli di dominio anglosassone, grosso modo dalla guerra dei sette anni (1756-1763), quando il Regno Unito soppiantò la Francia come potenza egemone sui tre oceani; dal 1945, forse persino un po’ prima, gli Stati Uniti ripresero il testimone; senza dimenticare la grande influenza, tra ottocento e novecento, della Germania bismarckiana, che si fondava proprio sulla discriminazione dei cattolici tedeschi (Kulturkampf).
Al pari del cattolicesimo, il protestantesimo è in crisi di vocazione, almeno secondo i dati che arrivano dagli USA, la più grande potenza protestante al mondo. Ciò non toglie che, come insegna Emmanuel Todd, una religione può aver raggiunto la “fase zombie” e persino la “fase zero” e continuare comunque a influenzare la mentalità comune; può soprattutto continuare a essere uno strumento geopolitico di esaltazione della propria identità (soft power).
Sul piano teorico non pretendiamo qui riassumere noti dibattiti sul ruolo del calvinismo nella nascita del capitalismo (Max Weber), o dell’avanguardismo politico (Michael Walzer); oppure se le basi dell’economia moderna non si trovino piuttosto nella scuola di Salamanca (Joseph Schumpeter), e Max Weber non abbia scritto in realtà che una riuscitissima propaganda pro domo sua (Maria Elvira Roca Barea). Ipotesi di grande interesse ma che possono dare soltanto risposte parziali.
Per capire la sottomissione dell’Italia – e di molti paesi cattolici – alla religione dell’egemone, alcune domande e costatazioni molto pragmatiche spiegano meglio di tante teorie, fungendo da affilatissimo rasoio di Ockham. Cosa direbbero gli intellettuali italiani se fosse una setta cattolica, e non l’evangelismo statunitense, a dichiararsi pronta a qualsiasi sacrificio umano (altrui) per creare il Grande Israele, che questa stessa setta si incaricherebbe poi di annientare alla fine dei tempi? Produrrebbero fiumi di compiaciuto masochismo culturale. Cederebbero potestas, convinti di cederla a nessuno, forse al bene supremo.
L’interpretazione della storia, terreno prediletto della propaganda culturale, offre esempi ancora più limpidi.
Chiedete a un passante chi abbia bruciato le streghe e, malgrado il successo dei video di Barbero sulla questione, le parole Medioevo, chiesa, papa sgorgheranno spontanee dalla bocca dell’intervistato. Bisogna ricordare che le streghe furono bruciate alla fine del Medioevo in contemporanea col sorgere del protestantesimo e con grande foga proprio nei domini lutero-calvinisti?
La catena franco-tedesca europeista ARTE, ossia una voce privilegiata dell’egemonia culturale, ha recentemente trasmesso un documentario sull’antisemitismo dove è di nuovo questione di papi, vescovi e preti di campagna come i grandi antesignani della Shoah. Come mai nessuna menzione dei sermoni in cui Martin Lutero invitava a bruciare le sinagoghe (Degli Ebrei e delle loro menzogne, 1543)? E sì che tra Lutero, fiamme e sinagoghe qualche associazione era pur lecito farla. Difficile credere a un semplice oblio.
Oltre a ciò, il protestantesimo ci sembra giocare un ruolo privilegiato, quantomeno in area cristiana, nella diffusione di quel manicheismo di cui Federico Pietrobelli ha parlato nell’Editoriale di Lapisclamans come piaga trasversale della nostra epoca. Chiaramente puritana ci sembra l’ondata culturale che negli ultimi venticinque anni ha reclamato un’unione sempre più stretta tra intimità e diritto, tra la forma cosciente della vita sociale e le forze sotterranee che la determinano. Mentalità che non è sbagliato definire totalitaria. Perché se il cattolicesimo, anche in virtù di tutta la sua eredità greco-latina, forse anche per la sua forte componente aristotelica, è una religione di dialettica tra l’io e il mondo, il puritanesimo proietta senza transizioni la morale dalla sfera privata a quella pubblica, o viceversa. Senza soluzione di continuità. Da qui le bombe umanitarie, la reductio ad Hitlerum di qualsiasi antagonista, le battaglie per i diritti umani sempre e soltanto contro i nemici dell’egemone. Alla fine dell’anno scorso, in un’università francese, mi colpì il titolo della conferenza di una professoressa olandese: “La difesa dei diritti umani come strada verso la felicità personale”. Mi tornarono in mente le parole del giovane Karl Marx: “Lutero ha trasformato i preti in laici, trasformando i laici in preti”.[6]
Per carità, le nazioni protestanti hanno il sacrosanto diritto di restare attaccate alla loro tradizione e alla loro propaganda. Tuttavia che Italia, Spagna o Francia accettino l’egemonia culturale puritana non è nient’altro che un segno di colonizzazione. Senza rendercene conto, ogni giorno paghiamo un tributo morale, economico, e soprattutto di potestas a tale sottomissione culturale.


Filippo Bruschi






[1] «Altri plasmeranno meglio le statue palpitanti/non ne dubito, trarranno dal marmo volti vivi/meglio peroreranno nei processi, misureranno/le strade del cielo e prediranno gli astri nascenti/ Tu, Romano, ricordati di guidare i popoli col potere/tu avrai queste arti: imporre usanze di pace/perdonare ai vinti e abbattere i superbi».
[2] Dall’inglese weak: debole.
[3] Immanuel Kant, Idea per una storia universale in prospettiva cosmopolitica (Idee zu einer allgemeinen Geschichte in weltbürgerlicher Absicht, 1784); Victor Hugo, Discorso al congresso della pace (Discours au congrès de la paix, 1849). Entrambi i testi si concludono con un invito a esportare i valori europei, infine riunificati, al resto del mondo che ancora li ignora.
[4] È esistito. Vedasi Pekka Hämälainen, Comanche Empire, Yale University Press, 2008.
[5] David Macey, Michel Foucault, Gallimard, 1994.
[6] Annali franco-tedeschi (Deutsch-Französische Jahrbücher, 1844) Ed. del Gallo, Milano, 1965, p. 135.