Tre donne europee
sette poesie di Filippo Bruschi
I
Iniziano le maschere a cantare
forse sono solo turisti di passaggio
guardati nella luce del crepuscolo
mentre assalgono la cima del ponte
e procedono in controluce.
Ecco Arlecchino staccarsi dal gruppo
con la bauta menare colpi al vento
saltare sghignazzante;
Pantalone, più lontano, pieno di
rassicurante pesantezza e di una
biliosa solitudine;
Brighella minaccia un barista;
Petrolino ne seduce la moglie.
E quella in un angolo di luce,
credo sia tu, per quanto bella,
non sei la prima amorosa:
Colombina silenziosa
O L’Elisir d’Amore
lo ascoltavo prima di
partire un’ultima volta
da casa tua a Venezia
e altro che poeti dei giorni
nostri e contorti sforzi di lirismo.
Come vi è perfettamente
descritta la passione
che conquide e consuma
il vortice del desiderio
lo sbando nell’impossibilità
di avere, la colpa assurda
di non essere amato. Sì,
l’amore, l’elisir, non i cinque
minuti d’umidità o la trita
società del matrimonio
ma l’amore distruttore
la follia da manicomio
Ci mena il vaporetto tra le schiume
verso Sant’Erasmo e la sua stranezza da
terra ferma, il sole scintilla tra le
bianche creste suscitando colori
che trascurarono
Canaletto, Tiepolo o Guardi:
allora il mare non era un soggetto,
credo. Ora lasciamoci beccheggiare
guardando sfilare intonaci rosa
malva, cannella o zafferano;
poi camminiamo sulla spiaggia
sotto il torrione dove i veneziani
fanno allegri il bagno nell’acqua
melmosa. Davanti ai nostri chinotti,
malgrado il sortilegio
del tuo pallore, sostengo orgoglioso
che natura è anche il vaporetto, quanto
la schiuma, l’albero, il cielo, i veneziani
confitti nella fanga. Sembri scossa.
Silenzio. In fondo,
dico per rimediare, pensa
che sia il nostro buccintoro:
non piangano i tuoi occhi d’oro
II
Da dove venivi ? Non lo sapevo e non lo seppi
dopo negli anni che abbracciammo insieme tra
una terrazza sul mare e un dodicesimo piano
alla periferia di Grenoble. Le montagne ci guardavano
Varcavi la porta ed entravi nel buio. Lasciami scagliare
un lampo nella tua solitudine; lascia che ti riporti nella
luce prima dell’oblio; lasciami toccare ancora una volta
la sponda della tua isola
Celos
Come mi piaceva
quando chiudevi le persiane
e lasciavi esplodere un grido
d’ansia appassionata
te la sei escopata ?
La gamba nuda quasi fino
all’inguine grassoccio
– Zorra– sibilasti.
Poi stornasti gli occhi
da me
colpevole di sguardi
III
Till an löpare (a una runner ferita)
Correndo tra le rose del Retiro
gentile e snä(e)lla non senti l’amante
pensarti da lontano col sospiro
sospeso dal passare tuo adelante
tentando di fermarti con la biro
sul triste foglio calpestato e ansante?
Non senti verde sguardo vaga stella
questo cuore inseguire Gabriella?
2014
Forse fui io forse fosti tu
a rinunciare prima di essere
schivare la procreazione
tra gli ultimi gemiti post-storici
– individualismo cannibale –
prima di due baci
sulla guancia
a chiudere l’orizzonte
Immagine:
El rapto de Europa, Francisco José de Goya y Lucientes, 1772 (collezione privata).