IMPERIUM – III





full of sound and fury
Signifying nothing…

Macbeth, V. V. 27-28

Si vis bellum, para pacem, parla di pace, consegna il Nobel per la pace. L’Accademia di Oslo non poteva darlo a Donald Trump su richiesta del medesimo, troppo smaccato, ma hanno fatto quanto umanamente possibile per accontentarlo: insignire Maria Corina Machado. E proprio nei giorni in cui l’esercito americano s’aggirava minatorio attorno alle acque venezuelane, affondando ogni tanto una qualche barca con a bordo trafficanti? pescatori? emigranti? Chi lo sa. Il Ministro della Guerra (Secretary of War) Peter Hegseth è stato interpellato da alcuni senatori non certo per l’insieme degli attacchi, ma quantomeno per lo svolgersi del primo, in cui l’esercito avrebbe sparato su due naufraghi, finiti in mare in seguito a un primo bombardamento. Come spesso capita, gli Stati Uniti sanno criticare il loro operato proprio mentre nelle colonie europee si taccia di antiamericanismo chiunque obietti che le versioni ufficiali di Pentagono, CIA, e di tutti i media al traino, restino inevitabilmente pro domo. È d’altronde noto che specie i paesi germano-nordici, di cui il Regno di Norvegia fa parte, abbiano una relazione speciale con Washington e in generale con l’Atlantismo. Gli ultimi segretari dell’OTAN (NATO per gli anglofili) sono stati nell’ordine Jaap de Hop Scheffer (Olanda), Andres Fogh Rasmussen (Danimarca), Jens Stoltenberg (Norvegia) e Mark Rutte (Olanda). Mancano gli svedesi, che però si sono resi molto utili incastrando Assange, e che comunque, tanto nelle relazioni personali quanto in quelle internazionali, amano essere discreti. Da qui il detto spagnolo hacer el sueco, per dire fare il finto tonto, lo gnorri. Anche nella Seconda guerra seppero mantenersi fintamente neutrali con grandissima discrezione.
Mi è dunque sorta la curiosità di sapere chi costituisca la famosa Accademia. Ecco nomi e funzioni:

  • Anne Enger (1949). Membro del Partito di Centro (Senterpartiet), già Primo Ministro e Ministro della Cultura.
  • Asle Toje (1974). Esperto di politica internazionale.
  • Gry Larsen. (1975). Imprenditrice e membro del Partito del Lavoro (Arbeiderpartiet).
  • Kristin Clemet. (1957). Membro del Partito di Destra (Høyre).
  • Jørgen Watne Frydnes (1984). Presidente del comitato e membro di PEN, un associazione internazionale di scrittori.

Politici norvegesi. Più interessante sapere a chi è stato dato l’irenico Nobel nel corso della storia. In Europa 14 volte a un britannico, 11 volte a un francese su 67 premiati europei totali. Francia e Regno Unito contano assieme, oggi, 128 milioni di abitanti in un’Europa che ne conta 745 milioni.[1] Questo significa che se siete francesi e inglesi avete più di due volte la possibilità di essere guiderdonati da Oslo. Bisogna dire che dodici dei venticinque premi anglo-francesi sono stati dati durante le trenta edizioni precedenti il 1939,[2] quando queste due nazioni erano ben più temibili e militarizzate. Due volte il premio è stato dato a dei russi e due a dei sovietici: tre oppositori e Gorbačëv, che rese più servizi di qualsiasi oppositore (spesso assolutamente degno, sia chiaro, nel suo ruolo di oppositore).
Quattro premiati tedeschi (tre prima del 39, di cui due assieme a un francese),[3] un italiano (Ernesto Teodoro Moneta, nel 1907), nessuno spagnolo.
Nelle Americhe la sproporzione è simile: 24 statunitensi premiati su 33 totali. Considerato che, oggi, nel continente americano ci sono circa un miliardo e 50 milioni di persone e che gli Stati Uniti ne contano circa 335 milioni, anche uno statunitense ha più del doppio delle possibilità di ricevere il Nobel rispetto a un altro americano, 24 volte più di un messicano, infinitamente più di un brasiliano, dato che il Brasile, l’altro gigante demografico delle Americhe, non ha mai ricevuto il premio.[4] Si sa che darlo ai sudamericani si rischia quasi sempre d’incappare in qualche guerrillero sandinista o reduce dalle prigioni di Pinochet.
Stupefacenti i dati asiatici. Su 20 Nobel della pace, 3 sono andati a Israele, in guerra più o meno da quando esiste. Se consideriamo che, oggi, l’Asia ha 4 miliardi e 800 milioni di abitanti e Israele circa 10 milioni (altri dati dicono 9), questo fa sì che il Nobel sia stato dato in media quasi 150 volte più spesso a un israeliano che a un altro asiatico;[5] per giustizia bisogna dire che due israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin furono premiati lo stesso anno, il 1994, in cui fu premiato per l’unica volta un palestinese, Yasser Arafat. Tra i premiati due indiani (Madre Teresa e Tenzin Gyatso, nessuno dei due nato in India), un solo cinese — naturalmente oppositore (Lu Xiaobo) — e una birmana (Aung San Suu Kyi), alla quale poi si gridò di ritirarlo quando non si mostrò fedele ai desiderata ­— glielo diedero nel 1991, quando si pensava che prima o poi ogni nazione si sarebbe allineata al nuovo ordine mondiale.
In Africa la situazione è forse più equilibrata ma fino a un certo punto, visto che quattro sudafricani premiati su tredici, tra cui tre neri, indicano soprattutto interesse per una nazione in cui gli «occidentali» e soprattutto gli statunitensi hanno visto riflesse segregazioni di casa loro.
Visto che ogni nazione, ogni città, ogni essere umano esprime un proprio punto di vista, o ne adotta de gré ou de force uno altrui, diventa piuttosto facile stabilire quale sia quello di Oslo.

Sfogliamo altra insignificante, tragica attualità. Gli Stati Uniti continuano a proporre i piani di pace, gli europei a modificarli, i russi ad attendere che gli recapitino la versione definitiva. Tenendo come punto di riferimento le 24 proposte avanzate dagli USA a inizio dicembre, dopo l’incontro tra Witkoff e Ushakov, soffermiamoci su un paio di punti che ci sembrano degni d’interesse perché ci riguardano da vicino. Prima di tutto il quattordicesimo:

I fondi (russi) congelati saranno utilizzati come segue:
100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti in iniziative guidate dagli Stati Uniti per il ripristino e gli investimenti in Ucraina. Gli Stati Uniti riceveranno il 50% dei profitti derivanti da questa iniziativa. L’Europa aggiungerà 100 miliardi di dollari per aumentare il volume di investimenti disponibili per la ripresa dell’Ucraina. I fondi europei congelati saranno sbloccati. I restanti fondi russi congelati saranno investiti in uno strumento di investimento separato tra Stati Uniti e Russia, che implementerà progetti congiunti in determinati settori. Questo fondo mirerà a rafforzare le relazioni e ad accrescere gli interessi comuni, per creare una forte motivazione a non tornare al conflitto.

A cui bisogna aggiungere il dodicesimo:

Gli Stati Uniti coopereranno con l’Ucraina per il ripristino, lo sviluppo, la modernizzazione e la gestione congiunta delle infrastrutture del gas ucraine, inclusi gasdotti e stoccaggio.

Insomma gli Stati Uniti gestiranno i soldi russi con i russi, e gestiranno materie prime e strutture ucraine con gli ucraini prendendosene ampi dividendi. Gli europei invece pagheranno, senza godere di alcun profitto né di alcun interesse sui prestiti elargiti. Considerato che la guerra nel Donbass cominciò nel 2014 perché il Presidente della Commissione Europea UE Manuel Barroso (oggi amministratore a Goldman Sachs) mise Janukovič spalle al muro proponendogli un’associazione economica che escludesse la Russia, che nel 2022 la guerra l’hanno accelerata gli USA a sprezzo della mediazione euro-occidentale (Hollande, Merkel), per gli europei si tratta di un risultato regressivo e desolante.

A questo punto ci si può chiedere come mai nessun paese europeo, specie occidentale, tranne in parte la Spagna (di cui dovremo parlare un giorno), osi disallinearsi dalla strategia USA come fecero Francia e Germania nel 2002 al momento dell’invasione dell’Iraq, o non tenti di situarsi profittevolmente tra Russia e USA, come fa l’Ungheria, e perché si preoccupino soprattutto di fare entrare l’Ucraina nell’OTAN, che certo non sono e non saranno loro a comandare.
Sappiamo che l’UE non è un’entità politica,[6] ancora meno geopolitica – e come entità economica è molto strana non avendo un bilancio comune –, ma resta stupefacente come trent’ anni e passa di accelerazione del progetto europeista (da Maastricht passando per i referendum coercitivi del 2005), invece di collocare i paesi europei, specie i maggiori, quasi alla stessa altezza di Washington, li abbia relegati più in basso di tanti omologhi africani (vedasi il voto all’ONU del 2 marzo 2022 citato nel primo Imperium[7]). Proviamo a formulare alcune ipotesi:

  • Hanno seriamente paura della Russia.
  • Hanno seriamente paura degli Stati Uniti.
  • In realtà Stati Uniti e paesi UE giocano con la Russia al poliziotto buono e al poliziotto cattivo. Resta il fatto che il buono mangia, il cattivo paga.
  • Washington ricatta l’UE, in particolare le sue guide politiche (conti alle Virgin, minacce alla famiglia, foraggiamento dell’opposizione legale e illegale).
  • L’irruzione nelle vite europee di media statunitensi (serie, reti sociali, applicazioni), in modo ancora più massiccio e intimo di quanto non facessero cinema e musica pop fino agli anni 2000, ha finito di colonizzare l’Europa.
  • L’allargamento dell’UE ai paesi dell’Europa orientale ­ — soprattutto Polonia e baltici, direttamente connessi con Washington ­— ha segnato la fine di ogni possibile indipendenza europea.
  • Le istituzioni europee continuano a essere sotto influenza di neocon nulandisti-sorosiani, che stanno solo aspettando che passi la parentesi Trump per tornare a essere aggressivi con la Federazione Russa. Nel frattempo la linea in Europa resta la loro.
  • Il progetto europeo è sempre stato un progetto statunitense e tale si conferma.
  • Ammettere di essere stati trascinati in una guerra a perdere sarebbe troppo per un progetto fragile come l’UE, che non sopravviverebbe – ricordo un’intervista nel 2014 di Emmanuel Todd nella quale l’antropologo «sentiva» che l’UE sarebbe andata a cercare la propria morte in Ucraina. Il suicidio continua.
  • Non solo le élite ma buona parte delle classi sociali europee non vogliono tornare a essere protagonisti della storia, cosa che li porta a desiderare di essere dominati da qualcuno. Credevamo che questa cessione di sovranità fosse in funzione pro-europea; in realtà essa sacrifica l’Europa se intuisce che la vera sottomissione è verso gli USA, come forse abbandonerebbe gli USA se intuisse che la sottomissione finale sarebbe nei confronti della Cina. Pare che il Pentagono abbia a lungo meditato De la servitude volontaire di Etienne de La Béotie.[8] Per quanto riguarda Francia, Italia e Germania (ovest?) pare con grande successo.


In ogni caso inutile dare la colpa a Trump, che non potrebbe fare quello che fa se i rapporti di forza non fossero previamente stabiliti. Ricordiamo che nell’estate del 2023 l’ineffabile Margrethe Vestager (guarda caso danese) propose come economista in capo della Commissione alla concorrenza una cittadina del Massachusets, Fiona Scott Morton. Dunque una statunitense a gestire la concorrenza europea; una statunitense, per giunta, già consulente di numerose GAFAM. Si può far meglio? Siccome fu soprattutto la Francia a opporsi alla nomina, molti gridarono al solito sciovinismo francese che non accetta di sciogliersi nei magnifici destini europei; la decisione di Scott Morton di rinunciare al posto fu cantata al pari di atto eroico. No, decisamente inutile prendersela con Trump.

Un altro punto interessante tra le 24 proposte è il ventesimo:

a. L’Ucraina adotterà le norme dell’UE sulla tolleranza religiosa e la protezione delle minoranze linguistiche.
b. Entrambi i Paesi accetteranno di abolire tutte le misure discriminatorie e di garantire i diritti dei media e dellìistruzione ucraini e russi.

Perché sottolinea l’importanza del fattore antropologico nella lotta tra potenze. I russi vogliono restare vivi in Ucraina a livello di cultura e contano probabilmente sul fatto che in fondo legami di parentela, linguistici e culturali mantengano la cultura russa viva attorno al Dnepr. Pare per altro che i giovani ucraini abbiano ripreso a parlare russo per provocazione verso un potere politico visto di sempre più cattivo occhio. Questo spiega perché, contrariamente a quanto si crede, Mosca abbia scelto di non riconoscere ancora la Transnistria, e perché centellini la cessione di passaporti anche ad abcasi e osseti del sud: l’idea guida non è di annettere territori per il piacere di annetterli ma di mantenere lo spazio russo il più esteso possibile, di non diventare una fortezza con popoli estranei ai propri confini.
Perché non tutti hanno la fortuna degli USA di stare comodi tra due oceani, avendo al sud il solo Messico ­— in fase di risveglio dopo la scoppola nella guerra del 1846-48 che gli costò quasi metà del proprio territorio —, al nord l’impalpabile Canada. E vedasi cosa è successo al solo paese vicino, per altro assai piccino, che abbia creato problemi agli USA, progressivamente stritolato da più di sessant’anni di embargo: Cuba.
Interessante a questo proposito il gelido ningun comentario con cui Claudia Sheinbaum ha commentato il Nobel a Machado. Un giorno vedremo il Messico avvicinarsi a La Havana per puntare la Florida? Nel mondo della geopolitica ispanofona qualcuno comincia a sussurrarlo, a suggerirlo.

Restando nelle Americhe, il 4 dicembre, a Washington, sono stati firmati, sotto l’egida statunitense, gli accordi tra Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, di cui però speriamo di far parlare presto uno specialista. Notiamo soltanto che infine, malgrado media e intellettuali abbiano fatto di tutto per non dirlo ogni volta che parlavano di Congo, la responsabilità del Ruanda nel conflitto più mortifero dalla Seconda guerra mondiale sono ormai ufficializzate.

Torniamo dall’altra parte dell’Atlantico, in riva al Mediterraneo. Se gli Europei sono orribilmente succubi, le scene viste alle Knesset in ottobre possono in parte consolarci, con Trump che tratta tutti con grande familiarità, si lascia paragonare a Ciro il Grande, lancia frecciatine a Netanyahu che è ora di fare la pace con l’Iran (faccia scura di Bibi). Forse perché negli USA comincia a serpeggiare una certa insofferenza, non tanto per i massacri di Gaza, quanto verso i bombardamenti scoordinati di Tel Aviv a cui l’army deve correre dietro magari a scapito dei propri interessi. Insofferenza che non è più solo a sinistra, o in geopolitologhi realisti come Mearsheimer; anche a destra qualcuno comincia a essere stanco. Si pensi al famoso giornalista Tucker Carlson, che ha lasciato intendere di avere più simpatia per l’Iran che per Israele, perché è Israele a portare maggior danno all’America first.
Il colpo più basso che gli Stati Uniti potrebbero infliggere a Israele, si dice, sarebbe di far entrare una forza turca in Palestina quale garante della pace, come lasciano intendere gli accordi del 13 ottobre a Sharm el-Sheikh; perché la Turchia non è la povera Palestina, non molto tempo fa governava Gerusalemme, e già si guarda di sbieco con Israele nella nuova Siria frammentata del governo transitorio di Ahmad al Sharà. Infatti, già a fine estate, è iniziata una strenua battaglia a colpi di riconoscimenti incrociati di genocidio altrui. Il 25 agosto Netanyahu ha riconosciuto per la prima volta il genocidio armeno, sebbene con sorridente informalità in una videointervista;[9] a novembre il procuratore capo di Istambul ha risposto emettendo un mandato di cattura per Netanyahu con l’accusa di genocidio nei territori di Gaza.
È luogo comune constatare l’ascesa della Turchia negli ultimi anni, ascesa in parte logica vista la  sua posizione, per il fatto di trovarsi all’incrocio di diverse placche geografiche, e quindi tra diversi potentati, in un momento di sommovimenti tettonici. Può invece sorprendere che gli Stati Uniti, quantomeno complici nel tentato colpo di stato contro Erdogan del 2016, diano tanta corda a una potenza ascendente. Pensano di poterla colpire al momento giusto, un po’ come hanno fatto con la Germania tramite Nord-Stream? Azzardo? Finché la Turchia non avrà l’atomica e finché Russia, Cina e Iran, tra i quali sono incastrati sinuosamente e insidiosamente i territori turcofoni, resteranno i principali nemici degli USA, una strategia che sembra avere un suo senso. Senza contare che la Turchia i soldi li prende dal Qatar, dove si trova la più importante base USA nel Vicino Oriente.

Concludiamo la nostra umile cronica ancora più a oriente. Sempre in ottobre, la Cina, di fronte alla pressione di Trump, ha minacciato di chiedere giuridicamente conto dell’uso, anche minimo, di tutte le materie rare da lei fornite, un po’ sul modello di quanto gli Stati Uniti fanno con chiunque usi il dollaro. È la prima volta che i cinesi adottano esplicitamente una strategia imperiale nel senso di mondiale, concepita su un ampliamento massimo del principio d’extraterritorialità ­— loro di solito così attenti a sfruttare tacitamente le debolezze del nemico, aspettando che si trovi, quasi senza accorgersene, obbligato a dire di sì al t’ien-hsia, al Celeste Impero.[10]
All’altro capo dell’arcipelago delle isole Nansei, un parlamentare giapponese del partito Reiwa, Taro Yamamoto, ha affermato che il suo paese è una colonia americana.  Inoltre, come molti sanno, la Prima Ministro Sanae Takaichi, ha dichiarato che se la Cina attaccasse Taiwan il Giappone risponderebbe, anche da solo. Sono cose che riportano alla memoria un nobile adagio di moda ancora pochi anni fa e forse non del tutto dimenticato: quando le donne governeranno il mondo, avremo finalmente la pace. Si vis bellum…

Filippo Bruschi



Note dell’Autore:

[1] Nel caso dell’Europa l’evoluzione demografica degli ultimi 125 ani non intacca troppo tale calcolo, il peso demografico di Francia e Gran Bretagna essendo rimasto circa lo stesso del 1901, anno d’istituzione del Nobel, quando le due nazioni riunite contavano circa 75 milioni di abitanti su 390 milioni di europei. Unico piccolo cambiamento demografico interno avvenuto nel nostro continente nell’ultimo secolo è stato il progressivo avvicinarsi della popolazione francese e britannica a quella tedesca nel corso degli ultimi 35 anni. Notevole il ridursi invece della popolazione europea rispetto a quella mondiale, dal 28% del 1900 (dato che giustifica solo in minima parte la sovrabbondanza di premiati europei) fino al 9% attuale.
[2] Il premio non fu consegnato 8 volte prima del 1939, 5 volte successivamente al 1944. In mezzo cinque anni di pausa a causa della guerra.
[3] Non consideriamo tra i Nobel tedeschi Henry Kissinger perché, benché nato in Germania, fu premiato in quanto uomo di stato statunitense per i negoziati di pace col Vietnam (1973).
[4] In questo caso invece è importante considerare che nel 1905 la popolazione degli Stati Uniti, con 80 milioni di abitanti, superava di poco quella di tutto il continente americano, anche se già alcuni anni dopo avveniva il sorpasso. D’altro canto bisogna sottolineare che tra gli statunitensi premiati troviamo presidenti, vicepresidenti e segretari di stato, per lo più assenti tra i premiati europei.
[5] Data l’incredibile sproporzione, in questo caso non servono troppe statistiche diacroniche. Considerando che esiste solo dal 1948, Israele sorpassa facilmente il Regno Unito come nazione più premiata rispetto alla propria popolazione ma, sempre considerando la ratio premi/abitanti/anni di esistenza del paese, si pone più o meno allo stesso livello della Svezia (5 premi per 10 milioni di abitanti) e della Liberia (2 premi per 5 milioni di abitanti), ma nettamente dietro alla Svizzera (9 premi per 9 milioni di abitanti), la cui maggior parte dei premi si deve tuttavia al fatto di essere la sede di organismi internazionali : Croce Rossa, Bureau internazionale della pace, ecc.
[6] Peccato originale già palese nel fumosissimo Manifesto di Ventotene di altiero Spinelli, che molti osannano, e alcuni biasimano, senza evidentemente averlo letto.
[7] Si veda Imperium I.
[8] Tramite Gene Sharp, fondatore dell’Albert Einstein Foundation, autore di The Politics of Nonviolent Action (1973), e teorico di molte rivoluzioni colorate.
[9] https://www.youtube.com/watch?v=4a9fQ64GKUY
[10] 天下. Letteralmente «sotto il cielo», o «tutto ciò che è sotto il cielo».






Immagine: carta dell’antica Grande Colombia.