TRE DOMANDE A RICCARDO LALA








FILIPPO BRUSCHI
Lei ha sempre teorizzato la possibilità di un’Europa sovrana, autentica realtà statale e geopolitica. Oggi, nel 2025, le sembra ancora possibile una sovranità europea? Quali sarebbero i suoi confini (Praga, Varsavia, gli Urali)? Quali le sue caratteristiche (federalismo, confederalismo, ecc.)?

RICCARDO LALA
Oggi, l’Europa è più sovrana di quanto non lo sia stata da 80 anni, giacché gli Stati Uniti, per il tramite di Donald Trump, hanno appena manifestato in concreto la loro volontà di disimpegnarsi almeno parzialmente dall’Europa, e, contemporaneamente, la maggior parte dei Governi europei si sta agitando, anche se in modo disordinato e forse in mala fede, per riempire il vuoto che si è così creato. Di qui, un’opportunità per rendere l’Europa non soltanto più forte dal punto di vista militare, ma anche più concentrata sulla propria identità e sulle proprie risorse inesplorate.
Purtroppo, a causa dell’attuale confusione, non è possibile formulare previsioni sulla struttura di una realtà politica europea nel futuro, né sui suoi tempi, ma soltanto auspici. Personalmente, considero l’Europa, nei suoi molteplici aspetti (geografici, etnici, linguistici, culturali, politici ed economici) come un continuum storico e spaziale che va dai popoli neolitici all’attuale conquista dello spazio, dalle steppe dell’Asia fino alla Groenlandia, e che dovrebbe darsi prima o poi una struttura politica corrispondentemente complessa e sofisticata. Occorrerà riflettere sul fatto che, attualmente, tutti i Paesi del mondo, e, in primo luogo, l’Europa, vivono di fatto in un sistema di “Multi-level Governance[i] che parte dalle Nazioni   Unite e arriva ai singoli quartieri di ogni città. In particolare, l’Europa ha la NATO, l’Unione Europea, gli Stati Membri, le Regioni e le Province. La questione è quale di questi livelli sia il più determinante, quello che richiede il massimo livello di lealtà dei cittadini. Di tutte le proposte formulate in passato, la più attuale per l’Europa nel suo complesso mi sembra una confederazione fra la UE e la Comunità di Stati Indipendenti, quale discussa nel 1989 a Praga sotto l’egida di Mitterrand e Gorbaciov,[ii] e tuttora forse riproponibile se le tensioni fra Est e Ovest si affievoliranno grazie alla pace in Ucraina.
All’interno della UE, che sta arrivando a una trentina di Stati membri, sarebbe invece probabilmente utile un livello intermedio (delle Macro-regioni o Euro-Regioni) che raggruppino le realtà più piccole, con un federalismo a più livelli (esempio, il cosiddetto “Trimarium”, o “Miedzimorze”, proposto fra Polonia, Baltici, Bielorussia e Ucraina). Inoltre esistono, ma sono quasi dimenticate, le “Euroregioni”, che raggruppano territori posti in più Stati Europei confinanti. Certo, gli “universalisti” hanno ragione nel pensare che gli Stati abbiano innanzitutto un dovere verso il mondo. Nel Mondo Multi-Polare (un concetto ormai accettato da molti), i partner ideali, quelli con una qualche possibilità di dare un contributo ai grandi problemi internazionali, sarebbero gli “Stati-Civiltà”, che corrispondono alle grandi civiltà storiche. La loro più precisa definizione sarà un effetto della storia futura. Oggi, ci sono USA, Cina, Russia e India, ma, domani, ci potrebbero essere anche Europa, Islam, Africa, Sudamerica. Tutti insieme dovrebbero regolamentare (in strutture come le Nazioni Unite) i problemi globali più scottanti, come le alte tecnologie (civili e militari), i rapporti fra i blocchi, i disastri naturali ed ambientali, la conquista dello spazio… Per il resto, ogni grande area del mondo potrebbe regolarsi secondo i principi che le sono propri.

F.B.
In Da Qin: l’Europa sovrana in un mondo multipolare lei afferma che la cultura «mainstream» in Europa soffoca tanto la cultura alta quanto quella tradizionale. Sono profondamente d’accordo e penso che questo spieghi la sensazione di supponente impotenza che l’UE trasmette oggi al resto del mondo. Quali sono secondo lei gli strumenti perché in futuro venga a crearsi un’élite emancipata da tale conformismo debole?

R.L.
Il problema centrale di oggi è la corsa verso la “Singularity Tecnologica”, la fusione fra uomo e macchina e fra le macchine e il nulla, ipotizzato da guru dell’informatica come Neumann e Kurzweil e da teologi come Teilhard de Chardin. Il “Mainstream”, nelle sue varie sfaccettature, ha come obiettivo (spesso inconscio), quello di preparare un’umanità amorfa (l’Ultimo Uomo, l’Uomo Medio, l’Uomo senza Qualità, l’Uomo a Una Dimensione) ad accettare il controllo da parte delle Macchine Intelligenti, a sua volta presupposto per poter divenire tutti Cyborg (cfr. Donna Haraway, “Manifesto Cyborg”). Si sta operando su vari piani per ottenere il massimo di omologazione. È una “religione politica”, che mira a ingabbiare l’Umano in principi ben definiti apparentemente di buon senso, ma in realtà inattuabili (egualitarismo, scientismo, edonismo spiccio), che ha trovato le sue espressioni più radicali nella “Cancel Culture” e nella “Cultura Woke”. Questa battaglia si combatte un po’ in tutto il mondo, ma soprattutto in Occidente. Mentre, in America, la Cancel Culture e la cultura Woke stanno subendo una battuta di arresto, l’Unione Europea è profondamente influenzata da queste culture, e tende a presentarsi come la paladina delle stesse nel mondo, anche se la sua sudditanza agli USA finirà per mettere la sordina a questo aspetto. Operando su più livelli, la cultura Mainstream influisce in modo diverso sulla cultura alta e su quella popolare. La cultura alta viene soffocata programmaticamente perché essa si fonda proprio sul principio della diversità (eccellenza, scetticismo, epistocrazia). Quella popolare viene colpita implicitamente, perché è la più vicina alle origini, e quindi più disomogenea a una cultura artificiale come quella postumanistica. Basti pensare, quanto alla prima, ai modelli culturali classici; quanto alla seconda, alle religioni devozionali.
A causa dell’entropia della stessa sostanza vitale dell’Umanità, risultante dai processi di cui sopra, soltanto forti spinte sull’Europa provenienti da altri continenti possono suscitare energie creative originali capaci di fuoriuscire dal nichilismo postmoderno. Questo era chiaro agl’intellettuali europei più avvertiti già dai tempi dei Gesuiti (Matteo Ricci, Panikkar), e degl’Illuministi (Leibniz, Voltaire), e si è confermato con Lermontov, Schopenhauer, Ciajkovskij, Nietzsche, Trubeckoj, Puccini, Gumiliov, Guénon.
Un’élite capace di rivitalizzare l’Europa potrebbe nascere solo fuori dei canali ufficiali succubi del potere del “Mainstream”, attraverso lo studio e la discussione delle aree del sapere contemporaneo trascurate dalla cultura ufficiale, come le civiltà preistoriche, la filologia generale e comparata, la letteratura comparata, la pedagogia antica e moderna, il rapporto uomo-macchina… Degli spunti in questo senso sembrerebbero venire soprattutto dall’orientalistica, per esempio: Peter Frankopan, Zhang WeiWei, Daniel D. Bell e Zhao Tingyang.

F.B.
Sempre in Da Qin lei suona più volte l’allarme di fronte all’estendersi dell’intelligenza artificiale («le macchine intelligenti») e aggiunge che la Cina può giocare un ruolo nel limitare tale espansione. Ciò sembra in contrasto con l’immagine che abbiamo della Cina, quella di un paese che, proprio grazie allo sviluppo informatico, riesce a ottenere una forte disciplina sociale. Come spiega la sua visione opposta alla vulgata?

R.L.
La Cina ha una sua cultura, diversa da quella europea, sì che non può essere facilmente confrontata con gli stessi parametri. Più che la cultura burocratica di eredità maoista, la Cina attuale vive nelle sue tradizioni confuciane e taoiste, che ispirano perfino le opere e i discorsi dei vertici politici attuali. La disciplina sociale è innanzitutto il risultato di quelle tradizioni: lo stesso mantenimento della struttura complessiva della lingua cinese (deciso da Mao), con la sua vaghezza e flessibilità, evita di per sé l’eccessiva mentalità tecnocratica.
Quanto all’informatica, il suo ruolo nella società cinese è quanto mai singolare. Essa si è sviluppata negli stessi tempi di quella americana, erodendo gradualmente il precedente dominio, sulla società cinese, delle piattaforme americane (i “GAFAM”). Attualmente, la società cinese è la più informatizzata del mondo, per ciò che concerne l’Intelligenza Artificiale, il Quantum Computing, lo Home Banking, i Big Data, le Smart Cities, le auto a guida autonoma, la transizione verde, ecc. Tuttavia, essa è anche quella in cui i principi esaltati in Europa come antidoti alla prevalenza delle Macchine Intelligenti (antitrust, privacy, normative di banca e borsa, tutela dei minori, fiscalità internazionale) sono seriamente applicati, come conseguenza del fatto che non si verifica lì il paradosso dell’Europa, che non ha proprie piattaforme digitali, utilizzando passivamente quelle americane, ma poi pretende  assurdamente di legiferare sulle stesse, con il risultato della generale disapplicazione delle sue leggi, il loro screditamento e un ulteriore rafforzamento dei GAFAM. L’amministrazione Trump, che in gran parte rappresenta proprio i “GAFAM”, intende imporre all’Europa (che l’attuale amministrazione americana detesta) l’abolizione della normativa europea di cui la UE va fiera.
In Cina, vi è una situazione specularmente opposta. In Cina, le piattaforme nazionali (i “BAATX”) hanno un giro di affari superiore all’insieme del resto del mondo, e sono seriamente soggette alla legislazione nazionale. La Cina ha praticamente clonato tutte le normative europee, semplificandole e rendendole più stringenti, applicandole senza indugi all’insieme dei BAATX, e, infine, comminando a questi ultimi pesanti sanzioni. Jack Ma, presidente e maggior azionista di ANT, è stato perfino arrestato per tre mesi, e gli sono state tolte le deleghe operative.
Il risultato è che, nel mercato interno, solo in Cina i diritti degli utenti (soprattutto in materia di antitrust, privacy e tutela dei minori) sono protetti nei fatti secondo gli standard che si pretenderebbe si applichino in Europa. Certo, questo non dice ancora che l’effetto snaturante dell’informatica non si eserciti anche sui Cinesi, anche per la presenza di un partito unico con 100 milioni di iscritti, e per le dimensioni mostruose di tutte le realtà sociali, dalle città, alle province, alle imprese. Tuttavia, esistono nella società antidoti di vario genere, riconducibili soprattutto alla sopravvivenza e valorizzazione dei costumi tradizionali (per esempio, il grande senso della famiglia e del villaggio, le arti marziali, la grande varietà linguistica e religiosa).
Se c’è qualcosa in cui l’Europa dovrebbe ispirarsi alla Cina è probabilmente la priorità dell’autonomia tecnologica. Oggi non abbiamo neppure più il pretesto della mancanza di fondi, visto che potremmo utilizzare ReArmEurope/Readiness 2025. In ogni caso, tutti, a cominciare dall’America, per passare alla Russia e all’India, stanno già imitando la Cina.




fine





Note del Curatore:

[i] Abbiamo conservato le maiuscole alle quali Riccardo Lala ricorre per  trascrivere concetti culturali o politici, anche perché tale scelta ci sembra renderli più reperibili sulla pagina.
[ii] Che potremmo sintetizzare nella possibilità di fare dell’Europa una confederazione di federazioni, dall’Atlantico agli Urali. Una proposta simile fu accennata alcuni mesi dopo dallo stesso Mikhail Gorbaciov nel suo famoso discorso al Consiglio d’Europa del 6 luglio 1989. Vd. https://www.jstor.org/stable/42736707