IMPERIUM

Questa non è una rubrica di geopolitica o, come sarebbe più corretto dire, di geostoriapolitica. Comincia con un pezzo di geopolitica perché, nel momento attuale, questa appare come sfondo se non vettore di profondi cambiamenti culturali ed estetici. I successivi contributi a questa rubrica si incaricheranno di raffinare, decentrare, sublimare questa idea germinale.



Crepuscolo: il tempo che sussegue il tramonto
o (meno comune) che precede l’alba.


Perché Imperium?
Perché viviamo nel vacillare, indebolirsi, rattrappirsi della Repubblica Imperiale Americana (USA). Ognuno può scegliere il verbo e le cause che predilige ma, semplificando, appare chiaro che 335 milioni di statunitensi non possono dominare otto miliardi di persone, nemmeno aggiungendovi i 140 milioni di abitanti degli altri quattro five eyes (Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada – sempre che gli 8 milioni di québécuois si sentano del gruppo[1]). E questo malgrado abbiano accesso facilitato a tutti gli oceani del pianeta e controllino i principali stretti marittimi.

Due date sembrano indicare al di là di ogni possibile glossa questa contrazione americana. Primavera 2022, l’Arabia Saudita nega agli USA di far crollare il prezzo del petrolio per colpire la Russia all’indomani dell’esacerbarsi del conflitto russo-ucraino. Se i sauditi, che hanno negli americani i primi protettori del loro tesoro petrolifero, rifiutano di allinearsi su una questione tanto decisiva, siamo di fronte a un vero pivot storico: an energetical pivot of History, per parafrasare Mackinder.[2]
Seconda data, appena qualche settimana fa, l’8 dicembre 2024. La corte costituzionale rumena annulla le elezioni che vedevano il più anti-NATO[3] dei candidati, Câlin Georgescu, probabile vincitore delle elezioni.
Non ho mai coltivato il feticcio della democrazia – spesso sminuita in parlamentarismo più un fantomatico stato di diritto –, tantomeno delle sue strumentalizzazioni in politica internazionale. È chiaro tuttavia che se nello spazio UE si arriva a sopprimere un voto democratico, se la NATO ha bisogno di ricorrere a tale extrema ratio per evitare il parziale disallineamento di una nazione (la quale per altro, dall’allontanarsi del pericolo ottomano, aveva manifestato sentimenti globalmente antirussi[4]), questo significa che il vettore geostoricopolitico sta invertendo il proprio cammino; se Moldavia e Georgia cominciano a chiedersi se valga la pena entrare a far parte dell’Unione Europea, col rischio di divenire avanguardia militarizzata di un’entità che ormai pesa economicamente meno della Cina, così come il G7 pesa ormai meno dei BRICS, è chiaro che la dinamica euroasiatica, e quindi mondiale, sta vivendo una sorta di riflusso similcircolare: da Ceausescu a Georgescu, dal crollo del muro dell’est all’erezione del muro dell’ovest.

E qui la parola “muro” va colta in tutta la sua enorme portata. Per farlo conviene fare un salto indietro e analizzare la carta[5] dei vaccini quale si presentava a fine 2021. La questione non è qui tanto il vaccino in sé, quanto cosa indichi a livello d’influenza politica la scelta di prendere i vaccini anglosassoni (con una goccia di Germania dentro) in luogo di o in associazione a quelli russo e cinese.

©Laura Canali_Limes


Constatiamo che la maggior parte dei paesi del mondo, che sia a livello di somministrazione, produzione o accumulazione di riserve, ha rifiutato di limitarsi ai vaccini anglosassoni, e che quasi esclusivamente i paesi di più rigida osservanza NATO (Five Eyes, UE, Corea del Sud e Giappone) hanno optato per tale scelta.
Ne segue una domanda fondamentale: il Pentagono aveva previsto che, durante l’assemblea dell’ONU del 2 marzo 2022, la maggior parte dei paesi avrebbe sì condannato l’invasione russa ma, cosa ben più importante, rifiutato di applicare le sanzioni punitive richieste da Washington? Ipotesi plausibile.

La guerra in Ucraina assumerebbe allora un nuovo significato: non tanto tentativo di far implodere la Federazione Russa, secondo quanto teorizzato da Zbigniew Brzeziński negli anni 90[6], quanto strategia difensiva, vallo adrianeo per impedire che le colonie maggiormente sottomesse, quelle europee, potessero fuggire l’ovile e ricollegarsi al loro destino geografico e alveo culturale: l’Eurasia. Nordstream delendum fuit.
Noi unioneuropei saremmo dunque chiusi tra Kiev e Lisbona. A ovest, a sud, a nord, il mare e le marine anglo-americane fanno buona guardia. Resta la frontiera orientale. In teoria i paesi dell’est Europa dovevano essere i più solidi guardiani di tale ordine ma ecco che, sorpresa, uno dopo l’altro (dall’Ungheria alla Georgia e forse una consistente parte di ucraini), cominciano a pensare che il nazionalismo leopolino-kieviano stia portando più danni che benefici.
In questo contesto i governi francese e tedesco vacillano e alle prossime elezioni le maggioranze più atlantiste potrebbero perdere ulteriormente terreno.[7] Vedremo corti costituzionali annullare elezioni a ovest del Danubio? Vedremo i legati delle altre nazioni atterrare a Bruxelles per chiedere il rispetto della volontà dei popoli?
Di certo tra i grandi segni dell’attuale schizofrenia unioneuropeista c’è l’essersi fatti apostoli della democrazia proprio nel frangente storico in cui essa andava interiormente svanendo – e in modi assai visibili: Prima annullarono i referendum, e io non dissi niente; poi fecero governare le minoranze, e io non dissi niente, ecc.
Segno di schizofrenia, fuga della realtà, di cui un altro sintomo è l’ascesa delle tematiche postcoloniali nelle nostre università proprio mentre l’Europa si consolidava nel ruolo di entità altamente colonizzata. Leggere Regis Debray o l’ultimo libro di Jérôme Fouquet (Métamorphoses françaises) per capire la portata di tale colonizzazione in campo culturale proprio nel paese, la Francia, che unico in Europa dovrebbe possedere una autonomia strategica e militare nei confronti di Washington.

Si noterà che ho usato la parola Europa intendendone così un destino comune.
Di fatto non ho mai creduto alla possibilità dell’Europa. Non per chissà quale foga nazionalista, nemmeno perché l’UE si presentò fin dal primo presidente della Commissione, Walter Hallstein, come una propaggine americana avente recuperato la strategia germano-nazista nei confronti dell’Unione Sovietica; e nemmeno per il sadismo economico-culturale spesso manifestato dai dirigenti UE e dalle classi sociali che li hanno sostenuti. Semplicemente perché non capivo quale egemone interno – interno, non esterno come gli USA – potesse portare la pace, dopo aver vinto la guerra che ne avrebbe fatto, appunto, l’egemone, il cuore dell’Impero.
Non è un caso se, prima della nascita delle istituzioni europee, la Francia napoleonica è vieppiù la Germania hitleriana furono le nazioni che fecero maggior ricorso alla retorica europeista come sovrastruttura della loro espansione militare; perché furono le nazioni che più si avvicinarono all’unificazione del subcontinente europeo.
Entrambe caddero sulla Russia: vastità irreduttibile, tessera debordante il mosaico, ponte tra Asia e Europa e, volendo, tra Cristianesimo e Islam.
Non è escluso che anche gli USA si spezzino almeno un incisivo nel tentativo di dominare questo immenso ponte di deserti, tundre e risorse energetiche. 
Ma torniamo a perché l’Europa sembri improvvisamente avere un senso e non solo un nome. Perché essa, o almeno una sua buona parte, sperimenta ora una sorta di unità proprio a causa della sua condizione di colonia insoddisfatta e, cosa non da poco, dall’essere stata privata di energie a prezzo moderato. 
Ecco perché l’Europa.
Ma siccome in geopolitica le astrazioni sono spesso degli errori, non sfuggiamo alla grande domanda: Fin dove potrebbe estendersi questa Europa in cerca di autonomia, definizione e potestas? A breve termine non penso possa superare le rive dell’Oder e del Neisse (frontiera polacca); dovrebbe avere almeno un solido ancoraggio nel collo di bottiglia baltico; includere Praga, vero snodo tra l’Europa centro-occidentale e la striscia di paesi orientali. Questi ultimi, come detto, sembrano già inclini a oscillare tra due mondi piuttosto che appiattirsi su quello anglo-atlantico. Eccezion fatta, forse, per la Polonia. Che di tale scelta porterebbe sola la responsabilità.

Filippo Bruschi


[1] Il caso di Israele è un po’ a parte e ci ritorneremo.

[2] The Gographical Pivot of History (1904), articolo di Sir Halford John Mackinder, poi esteso nel saggio Democratic ideals and reality (1919). Forse la più famosa teoria geopolitica fin qui formulata, almeno nel mondo “occidentale”.

[3] Sigla che usiamo solo per chiarezza, almeno in questo primo intervento. La semantica dell’Italiano vorrebbe che si dicesse e scrivesse OTAN, come per altro si fa in Francia e in Spagna.

[4] Questo era forse più vero quando la Romania confinava con la Russia. Ora la Romania confina con l’Ucraina, e il trattamento non proprio di favore che il nazionalismo ucraino riserva alle minoranze rumene e magiara gioca probabilmente un ruolo nel rifiuto dei rumeni di diventare l’avamposto NATO più militarizzato d’Europa – è infatti in costruzione nei pressi di Costanza la base Mihail Kogălnicenau, che dovrebbe superare in estensione ed equipaggiamenti quella di Ramstein in Germania.

[5] Si ringrazia Laura Canali per averci consentito di riprodurla. Copyrights Limes. Autore: Laura Canali (2021). Fonte: Bloomberg Covid Vaccine Tracker – 25.3.21.

[6] Nel famoso The Grand Chessboard (1997). Notare che lo stesso Brzeziński cambiò parzialmente idea, considerando ormai gli Stati Uniti troppo sclerotizzati e decadenti per lanciarsi in una guerra che negasse alla Russia qualsiasi sfera di influenza. Per lo stratega americano-polacco gli Stati Uniti erano ormai “la nuova Unione Sovietica”. Strategic Vision (2012).

[7] La recente investitura da parte di Elon Musk del partito Allianz für Deutschland lascia pensare che gli Stati Uniti abbiano capito il problema e cerchino di legittimare per meglio integrare e contenere. Da parte sua Thierry Breton ha risposto: “lo abbiamo fatto in Romania, se necessario lo faremo anche in Germania”.