SAGGI ERRATICI – 5. NESSUNO



Gli dèi sono molti e sono contessuti al mondo. Ciò che è detto essere di là dal mondo, ovvero dal dominio del molteplice e della relazione, non è nominabile né narrabile, perché è assoluto. Assoluto significa sciolto da ogni relazione, quindi anche da ogni nominare o narrare. Fare dell’assoluto un dio, un dio che si rivolge in maniera parziale a un popolo, a un figlio, a un profeta, è pertanto l’equivoco metafisico del monoteismo. Agli dèi si sacrifica, i propri averi e la propria conoscenza. All’assoluto non si sacrifica né lo si prega, perché non si dà relazione nell’assoluto. Ciò che non è assoluto è relativo e cade sotto il dominio della molteplicità e della relazione. Per questo gli dèi sono molti e sono contessuti al mondo.
In questo ordito cosmico tramato dai fili evanescenti dei mortali, vi sono trame più forti, più vitali, più durature, quelle degli eroi e dei sapienti di cui si serba memoria, e poi fili che sono insieme la trama più splendente e l’ordito stesso, gli dèi oggi innominati. Per esempio una fonte è sorvegliata dal dio, che ne è insieme il barbaglio e il ciclo ipogeo che la lega al cosmo, la sua trama più apparente e il suo ordito più vivente. Finchè il dio presenzia, essa è riconosciuta divina, e la comunità che se ne serve sarà più incline a preservarla rispetto alla comunità che crede che il dio sia altrove e al mondo resti l’uomo a disporre di tutto. Ma soprattutto, ed è questo che ci risulta ormai inafferrabile, la fonte non è comprensibile se non in termini divini. Possiamo infatti analizzare l’acqua e le falde, la pioggia e le nubi, cosa contenga il mare che evapora al cielo, accumuliamo dati in tal senso, e il senso della fonte ci sfugge. Possiamo dire, romanticamente o positivisticamente, che la fonte dà vita, o dà carbonio e ossigeno, ma la sua presenza è così morta alla sua funzione, il suo ordito è ridotto alla sua trama. Dare sé rimanendo sé è infatti quello che fa il dio.
Nell’abramitismo il dio è l’altro dal mondo e il mondo è di un altro che è l’uomo. E del mondo l’uomo deve rispondere a un dio che lo ammonisce dall’altrove in cui fu posto dallo scriba perché fosse intoccabile. Giunti col nostro secolo all’esaurimento di questa strategia metafisica, il dio intoccabile non tocca più alcuno. L’intoccabile è abbandonato da un uomo che risponde a sé solo, benché ancora e senza ritegno sotto le antiche vesti del responsabile del mondo di fronte a dio. La sua domanda non è più quella dell’individuo nobile e libero, ossia come seguire il dio, ma quella del mercatante e schiavo, ossia come cavarsela contro tutti e tutto. Capitalismo e comunismo proliferano in questa indifferenza al divino e in questa ricerca di scampo, mentre basano entrambi la loro teoresi e prassi su un dato irreale, l’infinità delle risorse disponibili, e il dominio umano su di esse, che è in tutto frutto dell’ideologia genesica, per cui il mondo è illimitamente a disposizione dell’uomo. Così lo scriba dopo il diluvio:

E terrore e tremore di voi sia in ogni animale in terra…[1]

Tale pensiero, di dominio senza finitezza, su “ogni” cosa, di per sé mostruoso per la mentalità della sophrosyne come del limen, è accompagnato da un che di sconosciuto al romano e al greco, il “terrore e tremore” che il mondo deve avere nei confronti dell’altro che è l’uomo, a immagine del sentimento che l’uomo deve avere per l’altro che è dio.
Il dominio infinito su risorse infinite è un pensiero che può avere per grembo solo la cieca credenza nella materia, poiché solo la materia non ha limite nella materia. Pianeti innumeri aspettano chi non sa darsi pace che il mondo sia questo, uno, perenne, inappropriabile. Ma soprattutto un muro e ogni muro può essere distrutto e tutto può essere distrutto di ciò che è stato fatto. Il solo limite reale che si ponga alla materia è quello consacrato, cioè verticale e immateriale, che in immagine traversa terra e cielo, e che così corrisponde all’intelletto, il quale decide e conferma e reitera quel limite, perché l’intelligenza è verticale, ineffabile, profonda, cioè traversa continuamente visibile e invisibile. Una terra spopolata di dèi, dunque sconsacrata, è deserta di limiti.
Siamo compiutamente al polo opposto, col nostro mondo fluido, aggettivo-specchio della talassocrazia corsara che domina da qualche secolo e dalle due sponde dell’Atlantico il globo, della cultura di cui ci diciamo figli. Infatti il limite fu la base della civiltà latina, civiltà religiosissima, civiltà di terra, di legge che si fonda su geografia, di ordine entro il provato confine, civiltà che sprezzò il nomadismo rapinoso dei deserti e l’incertezza mercantile del mare, questi sproni all’ambiguità e alla mendacità, questi sproni alla regressione cui assistiamo da molto nel nostro occidente, con l’accaparrarsi barbarico, fluttuante, immorigerato della terra e dei suoi beni, tra cui figurano immondamente anche gli umani. Per convincersi meglio che l’attitudine genesica non sia naturale o universale ma culturalmente orientata, leggiamo le parole greche di Celso:

Il mondo visibile non è stato concesso all’uomo, ma ogni cosa nasce e muore per la conservazione del tutto[2]

E ancora, a guisa di correlativo critico:

“C’è Dio, e subito dopo di lui ci siamo noi, nati da lui e in tutto simili a Dio, e a noi sono subordinate tutte le cose, la terra e l’acqua e l’aria e le stelle, e tutto è fatto per noi, ed è ordinato per servire a noi … ” Affermazioni del genere si sopporterebbero meglio dalla parte di vermi o di rane che non dalla parte di Giudei e Cristiani che litigano fra loro.[3]

Dio ha creato il mondo, il mondo è suo e la proprietà del mondo è passata in eredità al figlio che è a sua immagine e somiglianza, in un concatenamento a immagine e somiglianza delle preoccupazioni domestiche del figlio. Così furono attribuiti impulsi del tutto umani, e di un’umanità subalterna, ai principi cosmogenetici. Così oggi la preoccupazione lucrativa, ladresca, di stampo egotico, di lotta per la sopravvivenza, di tutti contro tutti, non è affatto il ritorno a una condizione belluinamente primigenia, ma il frutto marcescente di una cultura millenaria sin dall’inizio debitrice di una mentalità materialista, e del suo secolare pervertimento, che traversa sotto i nostri occhi, con un genocidio perpetrato da chi ne piange uno con l’avvallo di chi ne fa ammenda, all’ombra di un unico dio, la soglia dell’irremissibile, almeno finché il nostro sguardo avrà luce.
Dunque lasciamo tutto. Lasciamo al dio la sua morte e alla morte il suo dio. Lasciamo anche quello che pazientemente coltivammo, anche i simboli che furono cari, i simboli che ci schiusero al mistero, e che ora ci abbandonano all’enigma. Esso ci chiama a una caverna. Non è abitata e non ci sono pupi vani che un fuoco mendace spande come ombre sulla parete più fonda. Pardi e bovidi e cacciatori dipinti in vermiglio e carbonchio non la adornano. Non orme umane o ferine la indicano come luogo sicuro né periglioso. È la caverna del nulla. Nemmeno c’è eco perché non c’è voce a chiamarci da fuori. Perché non c’è fuori, almeno qui, in occidente, la terra che abbiamo ricevuto in sorte, e che si va confondendo con ogni terra. Il nichilismo è quel tempo in cui ci accorgiamo che nessuna logica è di per sé retta, che la ragione è sterminatrice, che il suo dio è Apollo, che scaglia le sue frecce e uccide ciò che palpita gratuitamente, come edera grondante pioggia, come Dioniso. Ma qui forse ricomincia il cammino:

La sapienza greca è un’esegesi dell’azione ostile di Apollo.[4]

Chi è all’inizio non ha nome, perché il nome è ricevuto, o è vinto all’insorgere di un io. Quale sarà dunque il nome di chi non ha ricevuto nulla, anzi il nulla, poiché non ha ricevuto una tradizione, agonizzanti tutte nel suo mondo, ma una breve intuizione di ciò che fu tradizione e un saggio quotidiano della superstizione che la sostitutisce? Non è più l’io, questo tardo prodotto di homo, questo ganglio positivista, riserva di caccia per safaristi del sociale, per pescatori di quattrini nell’inconscio, l’io è esaurito, lo vediamo nei volti, che non sanno reggere nemmeno la più lieve maschera sociale, che si amorfizzano, che sono pronti a fondersi nella melassa elettronica cui sono consacrati, neuroni da macello. L’io fu.
In un’altra carverna, millenni or sono, nella caverna non del nulla ma del mostro, Odisseo dice a Polifemo di essere Nessuno e Polifemo gli crede. Il monoculato, colui che non vede se non il visibile, la materia, che non vede se non grasso e sangue, che pensa che il divino sia invisibile, crede a Odisseo, ovvero all’anima che gli dice: non sono nessuno, non sono, credi pure a te stesso, tu sei la realtà. E così lo gioca.
Nessuno bada al dio, non allo specchio, bada al gesto, non alla scena. Cerca nell’opera il modo di essere familiare con gli dèi. Passa una vita a esprimere una melodia che traversa le generazioni. Nessuno è il singolare di un noi. Nessuno ama la solitudine per cogliere l’unità. Si separa per vedere l’inseparabile. E alle volte lo canta. Nessuno intuisce che il mondo è illusione se l’io lo crede qualcosa che non è sé. Così cura questo mondo per curare ciò che siamo, non per preservare una specie. Nessuno aspetta il nome dal dio, la nuova mitologia. Aspetta le frecce di Apollo senza sapere il suo nome. Né sa da dove verranno queste frecce, forse da molto più lontano dei confini, nello spazio o nel tempo, in cui ha immaginato la propria storia.

Federico Pietrobelli




Note:

[1] Genesi, 9, 2-3. Con la Vulgata: “Et terror vester ac tremor sit super cuncta animalia terrae…”
[2] Celso, Il discorso vero, a cura di G. Lanata, Adelphi, Milano 1987, IV, 69.
[3] Ivi, IV, 23.
[4] Giorgio Colli, Nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1975, pp. 40-41.





Immagine:
Paesaggi con scene dell’Odissea, affresco, metà del I sec. a.C., Roma, domus di via Graziosa.
Scena: Odisseo incontra le ombre dei morti.