UNA POESIA: NUMA AL SACRO BOSCO DI MENALIO




NUMA AL SACRO BOSCO DI MENALIO




Avanzava la notte coronata di papavero
avanzava Numa al sacro bosco di Menalio
nel buio largente i negri sogni ai mortali
in cerca di ripari alla fame dei campi
tremenda carestia, lacrimati figli avanti il tempo
a Fauno è dato sciogliere le potenze
a Fauno è rinverdire bosco e non-bosco
se dell’intrico preda non sarai
o Numa, o Manu, tu, der Mann!

Nella grotta, sacrificate due pecore
puro di rapporto lontano dal talamo
vestiti panni bianchissimi, ruvidissimi
si stese invocando il dio che desse ascolto.
Nel sonno il protettore di chi l’onda
ascolta delle fronde e cerca le note
della linfa che ascende e il canto vuol dirne
Pan, avanzava a Numa Rex Romanorum
con parole veridiche oscuramente: “Sacrifica
due corpi e quattro vite.”
E a sua domina l’uomo si volse
a Egeria dea delle acque
per dare corso al limpido enigma:
due gravide chiedeva il dio
perché la terra tornasse gravida
dei semi che i viventi hanno per vita.

Da’, sempre da’, tu ricco
di niente che di poter dare!
Da’, sempre da’, tu forte
di niente che di dar potere!

In seguito, poiché a essi insegnava
a piegarsi agli dèi
essi imperarono. Grande lezione.
Si dice istituisse templi e riti
e fosse istruito da Pitagora
ma già Tullio notava l’anacronismo
uno Numa nel primo ab Urbe còndita
l’altro da Samo nel quinto avanti Cristo
e nel dato velava il fondo nitido
alla luce dell’intelletto, attraverso il velo del tempo:
Numa era Pitagora
che era Numa che era Pitagora
come altri come grani di rosario
come fra gli altri Plato, Boezio… beati tutti.

Iano aggiunse alla corona dei mesi
che guarda in uno il prima e il dopo
e veglia le soglie, dell’anno le soglie
e quelle del Caos, in Iano Caos
morì alla propria immagine.
E Febbraio diede al popolo e con esso
scienza del corso del sole e con esso
l’esatto accadere del rito.
E cadde uno scudo dal cielo
– portento! – da uno squarcio tra le nubi
lieve lento sul suolo dell’integro credo.
Sull’ancile non era niente, non era segno
ma tondo come un mondo natura era
dove il cavaliere avrebbe fatto la via
per portare terme e grammatica
per portare sapienza di legge
– non la lettera ma l’idea –
e ora pirati hanno l’egida dell’aquila
per portare cataplasmi
di macelli e di cemento.

Sic transeunt saecula
ma a noi non passa né riso né lacrima.
Interregno è il nostro transito sulla terra
in questua in tenebra di un’alba.
Pregando gli dèi ancora accessibili
con nessuna offerta tra le mani.
Quando il bosco dà ancora risposta
ai taciti dormienti nella notte.
Quando la notte la via divide
il cielo nell’occhio in cerca di augurio.

Agli inizi gli dèi nelle case degli uomini
Latium terra latente deo
dove Saturno si nascose
agli inizi, quando il dio è interiore
in illud tempus
quando il dio è nell’uomo
e l’uomo allora serve il suo regno
e l’uomo allora è il suo regno
– se dell’intrico preda non sarai
o Numa, o Manu, tu, der Mann!





Federico Pietrobelli





Nota al testo:
L’episodio cardine (la carestia che affligge Roma e la notte iniziatica, salvifica di Numa) è narrato da Ovidio, Fasti, IV, 641-672.

Nota all’immagine:
Pan e le Ninfe, Pompei, I sec. d.C., dettaglio – Napoli, Museo archeologico nazionale.