Nel quadro di quella che potremmo definire la poetica euroasiatica di Lapisclamans, della nostra attrazione per le terre liminari, pubblichiamo la serie di foto che Claudio Gobbi ha consacrato alle chiese armene e alla loro architettura. Sono foto collezionate dal 2007 ad oggi, molte scattate da Gobbi stesso, altre provenienti da archivi di diversi paesi, o reperite tramite ricerche in rete; alcune sono anonime, molte commissionate da Gobbi ad altri fotografi. L’idea base del progetto, dal titolo Arménie Ville, è di avere una grande pluralità di sguardi su un’architettura che, invece, è sempre uguale da millecinquecento anni.
L’Armenia si rivela così terra d’incroci e di emigrazioni ma allo stesso tempo di fedeltà davvero litica alle proprie origini. Ed è tale fedeltà che probabilmente spiega come un territorio oggi tanto esiguo continui a sprigionare una potente aura culturale nei quattro angoli del pianeta.
Poteva per altro Lapisclamans non consacrare il proprio primo pezzo di carattere figurativo a quello che Osip Mandel’štam definì il “paese delle pietre urlanti”?
Filippo Bruschi
foto di
CLAUDIO GOBBI
testi da
Topografia di una città. La città armena di Claudio Gobbi
di GIACOMO DANIELE FRANGAPANE
Atlante
di MARTINA CORGNATI
Eredità
di HRIPSIMÉ VISSER
a cura di
FILIPPO BRUSCHI





A una mia osservazione sul senso politico di questa operazione, Gobbi risponde che il suo interesse è rivolto all’architettura armena in quanto «prototipo dal grande potenziale metaforico»: un potenziale che evidentemente per l’autore travalica – senza però né rimuoverlo né enfatizzarlo – il problema della Diaspora e del genocidio del popolo armeno. In tal senso il vincolo strutturale di escludere ogni tassonomia, ad esempio di ordine filologico, cronologico o geografico, opera anche su un piano politico: come metafora di una lettura storica possibile ma «aperta» e non direttamente enunciata, di fatto irrappresentabile se non in una dimensione corale e implicitamente identitaria, ridotta al minimo comune denominatore di una presenza architettonica originaria e persistente nel tempo e nello spazio. […] Il rapporto con le fonti e con i referenti delle immagini può essere fluido, mobile, per certi versi anarchico (nella misura in cui cambia i suoi parametri di volta in volta senza darsi regole; decide come guardare o cosa conservare in base a variabili ridefinite per ogni singola fotografia), proprio perché appare centrato su un’idea fissa, instabile e difficile da identificare, ma ricorrente: «Le fonti storiche sono varie: libri, archivi, album di famiglia; ci sono fotografie ufficiali e fotografie private; molte immagini sono anonime. Per me quello che conta è reperire la testimonianza dell’esistenza del monumento in un dato territorio e dare a questa una “dignità” che lo renda apprezzabile in relazione al tutto». […] Che forma di percezione socialmente condizionata può dunque esibire oggi il prototipo senza tempo e sospeso nel tempo della chiesa armena, se non – parafrasando una riflessione che Walter Benjamin dedica alla moda,[1] e che andrebbe commisurata alla attuale “moda della fotografia” – quella di chi, situandosi ai margini della percezione quotidiana, muovendosi al tempo stesso al suo interno e al suo esterno, tenta ostinatamente di opporre resistenza agli effetti fatali della dimenticanza?
Giacomo Daniele Fragapane





La fedeltà armena al proprio modello di chiesa è granitica e… unica. Nessun rinascimento, medioevo o barocco ha inquinato la purezza di questi riferimenti che non sono mai diventati obsoleti e antiquati, o distratto gli autori di questi segni tracciati con esemplare costanza sulla terra “delle pietre urlanti”.[2] Laddove si insedia una comunità armena, per quanto piccola, lì prima o poi sorgerà una chiesa e questa chiesa conserverà quelle forme che proteggono la peculiarità della liturgia armena[3] e, in ultima analisi, ne riaffermano l’identità.
È questa incrollabile costanza che ha colpito Claudio Gobbi nella sua esplorazione del concetto di “confine”. Un concetto che, certo, non si lascia ricomprendere nelle categorie geografiche e meno ancora in quelle politiche; il confine consiste infatti, piuttosto, in una dimensione culturale che ne garantisce un’inerzia completamente diversa rispetto alle violente, irrazionali bizzarrie della storia. La chiesa armena, nelle sue forme ostinatamente ricorrenti, è uno dei baluardi in assoluto più stabili di questo confine che, in un certo senso, coincide con quello della stessa Europa o forse piuttosto dell’occidente.
Martina Corgnati





Ma cosa vuole essere quindi questo progetto in senso fotografico? Gobbi gioca in modo complesso con i concetti di documento, realtà mediatizzata, riproduzione e formato, ma anche con le connotazioni di ricordo, segno, autenticità e distanza contro vicinanza. La sua strategia è estremamente seria e richiama alla memoria lo spirito indagatore di una generazione precedente di fotografi italiani, come Ugo Mulas e Luigi Ghirri, ma in modo più marcato rispetto a loro Gobbi deve rapportarsi a un mondo in cui lo status dell’immagine fotografica e la tecnica (digitale) si sono fatti sempre più problematici e complessi. Se a prima vista Arménie Ville è un omaggio commovente all’eredità culturale di un piccolo popolo tenace, con il suo approccio e con la sua presentazione Gobbi rivolge al proprio mezzo espressivo domande di fondamentale importanza.
Hripsimé Visser
Note degli Autori:
[1] «Le mode sono una medicina destinata a compensare, sul piano collettivo, gli effetti fatali della dimenticanza. Quanto più un’epoca è effimera, tanto più si orienta secondo la moda». Walter Benjamin, I «passages» di Parigi (Das Passagenwerk), Einaudi, Torino 2000, vol. I, p. 85.
[2] La terra delle pietre urlanti è l’Armenia stessa, così definita per la natura prevalentemente rocciosa del suolo delle Highlands che è stato teatro della violenza genocidaria dei Giovani Turchi.
[3] La chiesa apostolica armena si è separata definitivamente dal cattolicesimo nel 554, non riconoscendo le proposizioni duofisite proclamate dal concilio di Calcedonia nel 451 e avvalorate poi dal concilio di Costantinopoli. Sul piano dottrinale, essa segue il miafisismo di Cirillo d’Alessandria. Attualmente, il cristianesimo apostolico armeno che riconosce l’autorità suprema del Katholikos di Echmiadzin, è praticato da circa otto-nove milioni di persone sparse in tutto il mondo.