PIETRE URLANTI – LE CHIESE ARMENE DI CLAUDIO GOBBI








Amberd, Armenia, XI sec.



Anjar, Libano, XX sec.



Gandzasar, Nagorno Karabakh, XII sec.



Harichavank, Armenia, X sec.



Hovannavank, Armenia, XIII sec.



A una mia osservazione sul senso politico di questa operazione, Gobbi risponde che il suo interesse è rivolto all’architettura armena in quanto «prototipo dal grande potenziale metaforico»: un potenziale che evidentemente per l’autore travalica – senza però né rimuoverlo né enfatizzarlo – il problema della Diaspora e del genocidio del popolo armeno. In tal senso il vincolo strutturale di escludere ogni tassonomia, ad esempio di ordine filologico, cronologico o geografico, opera anche su un piano politico: come metafora di una lettura storica possibile ma «aperta» e non direttamente enunciata, di fatto irrappresentabile se non in una dimensione corale e implicitamente identitaria, ridotta al minimo comune denominatore di una presenza architettonica originaria e persistente nel tempo e nello spazio. […] Il rapporto con le fonti e con i referenti delle immagini può essere fluido, mobile, per certi versi anarchico (nella misura in cui cambia i suoi parametri di volta in volta senza darsi regole; decide come guardare o cosa conservare in base a variabili ridefinite per ogni singola fotografia), proprio perché appare centrato su un’idea fissa, instabile e difficile da identificare, ma ricorrente: «Le fonti storiche sono varie: libri, archivi, album di famiglia; ci sono fotografie ufficiali e fotografie private; molte immagini sono anonime. Per me quello che conta è reperire la testimonianza dell’esistenza del monumento in un dato territorio e dare a questa una “dignità” che lo renda apprezzabile in relazione al tutto». […] Che forma di percezione socialmente condizionata può dunque esibire oggi il prototipo senza tempo e sospeso nel tempo della chiesa armena, se non – parafrasando una riflessione che Walter Benjamin dedica alla moda,[1] e che andrebbe commisurata alla attuale “moda della fotografia” – quella di chi, situandosi ai margini della percezione quotidiana, muovendosi al tempo stesso al suo interno e al suo esterno, tenta ostinatamente di opporre resistenza agli effetti fatali della dimenticanza?


Giacomo Daniele Fragapane



Jukhtak, Armenia, XI-XII sec.



Khshkonk, Turchia, X-XI sec.



Milano, Italia, XX sec.



Mykolaiv, Ucraina, XI sec.



Noravank, Armenia, XIII sec.



La fedeltà armena al proprio modello di chiesa è granitica e… unica. Nessun rinascimento, medioevo o barocco ha inquinato la purezza di questi riferimenti che non sono mai diventati obsoleti e antiquati, o distratto gli autori di questi segni tracciati con esemplare costanza sulla terra “delle pietre urlanti”.[2]  Laddove si insedia una comunità armena, per quanto piccola, lì prima o poi sorgerà una chiesa e questa chiesa conserverà quelle forme che proteggono la peculiarità della liturgia armena[3] e, in ultima analisi, ne riaffermano l’identità.
È questa incrollabile costanza che ha colpito Claudio Gobbi nella sua esplorazione del concetto di “confine”. Un concetto che, certo, non si lascia ricomprendere nelle categorie geografiche e meno ancora in quelle politiche; il confine consiste infatti, piuttosto, in una dimensione culturale che ne garantisce un’inerzia completamente diversa rispetto alle violente, irrazionali bizzarrie della storia. La chiesa armena, nelle sue forme ostinatamente ricorrenti, è uno dei baluardi in assoluto più stabili di questo confine che, in un certo senso, coincide con quello della stessa Europa o forse piuttosto dell’occidente.


Martina Corgnati




Shushi, Nagorno Karabakh, XIX sec.



Sofia, Bulgaria, XXI sec.



Surp Karapet Vank, Armenia, XIII sec.



Yagikesen, Turchia, XI-XIII sec.



Yeghipatrush, Armenia, X-XIII sec.



Ma cosa vuole essere quindi questo progetto in senso fotografico? Gobbi gioca in modo complesso con i concetti di documento, realtà mediatizzata, riproduzione e formato, ma anche con le connotazioni di ricordo, segno, autenticità e distanza contro vicinanza. La sua strategia è estremamente seria e richiama alla memoria lo spirito indagatore di una generazione precedente di fotografi italiani, come Ugo Mulas e Luigi Ghirri, ma in modo più marcato rispetto a loro Gobbi deve rapportarsi a un mondo in cui lo status dell’immagine fotografica e la tecnica (digitale) si sono fatti sempre più problematici e complessi. Se a prima vista Arménie Ville è un omaggio commovente all’eredità culturale di un piccolo popolo tenace, con il suo approccio e con la sua presentazione Gobbi rivolge al proprio mezzo espressivo domande di fondamentale importanza.


Hripsimé Visser






Note degli Autori:

[1] «Le mode sono una medicina destinata a compensare, sul piano collettivo, gli effetti fatali della dimenticanza. Quanto più un’epoca è effimera, tanto più si orienta secondo la moda». Walter Benjamin, I «passages» di Parigi (Das Passagenwerk), Einaudi, Torino 2000, vol. I, p. 85.
[2] La terra delle pietre urlanti è l’Armenia stessa, così definita per la natura prevalentemente rocciosa del suolo delle Highlands che è stato teatro della violenza genocidaria dei Giovani Turchi.
[3] La chiesa apostolica armena si è separata definitivamente dal cattolicesimo nel 554, non riconoscendo le proposizioni duofisite proclamate dal concilio di Calcedonia nel 451 e avvalorate poi dal concilio di Costantinopoli. Sul piano dottrinale, essa segue il miafisismo di Cirillo d’Alessandria. Attualmente, il cristianesimo apostolico armeno che riconosce l’autorità suprema del Katholikos di Echmiadzin, è praticato da circa otto-nove milioni di persone sparse in tutto il mondo.