DIALOGO CON FRANCESCO ZAMBON (2/2)







Venezia, 21.II.2025



FEDERICO PIETROBELLI:
Vorrei parlassimo di Pascoli,[1] autore che subisce una vessazione scolastica tremenda. Nella ricezione di Pascoli si gioca qualcosa di fondamentale per la nostra concezione di poesia, soprattutto nella contemporaneità, dove la vena “minore” e “prosaicista” pare avere sempre più spazio nei cuori di chi si occupa di letteratura e poesia: il che va a detrimento dell’opera del sammaurese, perché il Pascoli “maggiore” risulta sconosciuto. Penso in particolare ai Poemi conviviali, ma anche ad altre forme lunghe che Pascoli usa, e che credo siano tra le più belle cose scritte in lingua italiana di tutti i tempi.

FRANCESCO ZAMBON:
Sono assolutamente d’accordo. C’è stata una selezione di Pascoli nefasta per la conoscenza della sua opera. Ci sono delle poesie molto belle anche tra quelle notissime, che però forse non sono intese nel modo in cui si dovrebbe. Per esempio il famosissimo X agosto andrebbe letto anche con l’aiuto di alcuni Poemetti, soprattutto dei Primi: dietro “l’atomo opaco del male” c’è tutta una concezione e una serie di poesie metafisiche di Pascoli che servono a capire anche questa poesia. Comunque sono perfettamente d’accordo: i capolavori di Pascoli sono sconosciuti o quasi. Sono moltissimi dei Poemi conviviali, senz’altro, e aggiungerei anche i Poemetti, soprattutto i Primi, ma anche alcuni dei Nuovi. Nei Primi vi sono alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura italiana e quelle che secondo me sono le due più belle poesie di Pascoli, Il vischio e Il transito. Il transito è una descrizione dell’aurora boreale solcata dal volo di un cigno come simbolo della poesia e del poeta (come nel Cygne di Mallarmé): non ha niente di sentimentalistico o di lacrimoso, né ha alcuni difetti di alcune tarde poesie di Pascoli, che sono a volte un po’ troppo ampollose e retoriche. Il transito è di una densità, di una essenzialità, di una potenza di immagini impareggiabili. E senza che alla descrizione segua una spiegazione, una decifrazione, una auto-interpretazione allegorica del poeta: ma il suo significato è chiarissimo. È un capolavoro. Ma anche Il ciocco è una grande poesia, per esempio: si trova nei Canti di Castelvecchio dove ci sono poesie più note, quelle delle antologie scolastiche, che non sono di questa complessità e qualità.
Sono d’accordo con Gabriele D’Annunzio – che pure era un suo rivale e in una circostanza è anche stato trattato male da Pascoli, il quale aveva, bisogna dirlo, un caratteraccio – quando afferma, dimostrandosi molto generoso in questo, che Pascoli è il più grande poeta italiano dopo Petrarca. E secondo me come poeta è anche superiore a Leopardi, un po’ sopravvalutato. Leopardi ha scritto poesie stupende, non c’è dubbio, ma anche tante veramente brutte. Inoltre per talento, per inventiva, per novità anche linguistica, a pochi anni di distanza da Leopardi stesso in fondo, ha rivoluzionato la lingua poetica in Italia. Mentre Leopardi, anche nelle sue poesie maggiori, si trascina a volte il peso linguistico della tradizione petrarchesca.
Penso che Pascoli sia con Petrarca il più grande poeta lirico italiano. E i suoi capolavori sono i Poemi conviviali e i Primi poemetti, due opere straordinarie di cui si sa poco a livello di conoscenza diffusa, scolastica in primo luogo, ma anche universitaria. Oggi ci sono per fortuna studi che vanno in questa direzione, per esempio quelli di Marco Bazzocchi o di Daniela Baroncini. È un autore da rivalutare completamente. Anche per gli aspetti di riflessione estetica e di poetica che sono presenti in alcuni suoi scritti, come Il fanciullino, in cui, nonostante il titolo, che può sembrare un po’ sdolcinato, sono contenuti temi di grande rilievo teoretico: ad esempio quando parla della poesia come di un linguaggio adamitico che nomina le cose. Ma penso che il suo scritto di poetica più importante sia L’Èra nuova, il suo secondo saggio di poetica, che riprende Il fanciullino e però va molto oltre, sviluppandone alcune idee in maniera più moderna e radicale, in una direzione di impronta nichilistica, nel senso che dicevamo prima.[2] Pascoli la concepiva proprio come la poetica del nuovo secolo: L’Èra nuova è uscita di proposito nel 1900 esatto. Il titolo stesso fa riferimento a una specie di rinnovamento totale della scrittura poetica che avrebbe dovuto essere basata sulla verità scientifica, cioè – per Pascoli – sulla consapevolezza della mortalità e nullità di ogni cosa. Per cui anche il Pascoli teorico d’estetica e teorico della poesia va ampiamente rivalutato.
Ci sarebbero anche altre cose da dire. Per esempio ho dedicato in un recente libro[3] un saggio al “silenzio delle Sirene”, episodio de L’ultimo viaggio nei Poemi conviviali. Ma Il silenzio delle Sirene è anche il titolo di un famosissimo apologo di Kafka. E facevo questa considerazione: gli studiosi di Pascoli, parlando de L’ultimo viaggio e dell’episodio delle Sirene, non lo hanno mai messo a confronto con l’apologo di Kafka, scritto nel 1917 e uscito postumo. E Pascoli ha scritto L’ultimo viaggio nel 1903, più di dieci anni prima. Ancora più incomprensibile secondo me è il fatto che a mia conoscenza i critici che hanno parlato, e sono tantissimi, anche importantissimi, anche italiani, per esempio Baioni o Calasso, di questo apologo di Kafka, non hanno mai menzionato il poema pascoliano. Anzi, mi pare sia proprio Baioni a dire: straordinaria questa invenzione del silenzio delle Sirene… In effetti è una cosa completamente nuova, perché in tutta la tradizione che riguarda le Sirene, che è vastissima, non ci sono mai state Sirene che tacciono. Ma l’invenzione è di Pascoli. Kafka sicuramente non lo conosceva, ma è comunque notevole che a pochi anni di distanza entrambi abbiano inventato questa novità, questa variante del mito che è di una ricchezza teoretica e di riflessione estetica straordinaria. Tant’è vero che poi sono usciti diversi libri intitolati (sempre con riferimento al solo Kafka) Il silenzio delle Sirene: ad esempio uno di Jacqueline Risset, che riguarda essenzialmente la letteratura francese del Novecento. E uno studio di Antonio Valentini sul mito in Kafka. Ma il poema di Pascoli, ripeto, è stato scritto più di dieci anni prima del testo kafkiano, e in lui questa variante del mito ha dei significati, delle implicazioni filosofiche ed estetiche enormi, anche metafisiche. Ulisse arriva dove si trovano le Sirene, e chiede disperatamente: “Chi sono?”[4] Ditemi una verità prima che muoia. Le sirene tacciono perché sono due scogli contro i quali la nave di Ulisse si schianta: alla domanda fondamentale sul senso della vita, sul chi sono io, su quale sia la verità della mia esistenza, c’è il silenzio, il silenzio delle Sirene. Sirene che in una parte della tradizione sono anche coloro che rivelano le verità più profonde, perché non c’è solo la Sirena seduttrice: ad esempio Cicerone, che Pascoli conosceva molto bene, interpreta il canto delle Sirene come il canto che rivela le verità più profonde.

F.P.:
Come nel mito di Er nella Repubblica di Platone,[5] dove il canto delle Sirene dice l’armonia del cosmo.

F.Z.:
Sì, e questa idea è già nell’Odissea, perché Circe, che annuncia a Ulisse che incontrerà le Sirene, accenna proprio a questo fatto, alla rivelazione della verità da parte delle Sirene. Quindi è un’invenzione straordinaria dalle implicazioni innumerevoli all’interno dell’opera di Pascoli e ben oltre. E però se si parla del silenzio delle Sirene, tutti pensano solo a quell’apologo di Kafka.

F.P.:
Si è fatto un’idea sul perché di questa distorsione nella ricezione di Pascoli?

F.Z.:
Dipende, secondo me, essenzialmente da Croce e dalla tradizione critica crociana. Croce ha messo davvero “in croce” Pascoli, facendone una lettura secondo il suo metodo di “poesia versus non poesia”, per cui prendeva una composizione e diceva: questa strofa va bene, quest’altra no, questa sì, e avanti. E da nemico dell’allegoria, come De Sanctis… Non parliamo nemmeno di quello che pensava degli studi danteschi di Pascoli! Ma anche della sua poesia, che è largamente allegorica. Questo aspetto, che poi è uno di quelli fondamentali del Pascoli maggiore, per lui non era poesia. Eppure Croce valutava positivamente alcune cose pascoliane, quelle entrate poi nelle antologie scolastiche; e la successiva tradizione critica, crociana, ha seguito fino a tempi recenti Croce nell’interpretazione di Pascoli, con rarissime eccezioni. C’è stato qualche libro anche negli anni Trenta e Quaranta che andava nella giusta direzione, ma sono libri che sono stati presto dimenticati e trascurati, nei quali si è cominciato a studiare l’aspetto allegorico-filosofico della poesia pascoliana, nonché i suoi studi danteschi. Si comincia insomma a fare una lettura più giusta e completa dell’opera pascoliana.

F.P.:
Il simbolo e l’allegoria è un altro ambito cui ha dedicato tanta riflessione e studio. Crede si possa definire la modernità come l’epoca della vittoria del letteralismo? Il moderno si caratterizza nel non riuscire più a intendere simbolicamente il mondo e di conseguenza l’opera che ne testimonia?

F.Z.:
Sì, è giusto questo, e nasce da un radicale cambiamento epistemologico, magistralmente descritto da Michel Foucault in Les mots et les choses, che avviene intorno al Seicento, con le grandi scoperte scientifiche, ma non solo.
Qual è il fondamento del simbolo nella concezione tradizionale? È che ogni realtà è in rapporto con un’altra superiore o inferiore. In questo modo, per esempio nella concezione platonica e neoplatonica, attraverso una serie di passaggi si risale fino all’Uno. Nella teologia cristiana, semplificando, la concezione è che ogni realtà materiale ne riflette una spirituale o, come ha scritto Émile Mâle a proposito del medioevo, “tutto è simbolo”. Questa visione è caduta completamente con la rivoluzione epistemologica seicentesca. Non c’è più l’idea che il mondo materiale sia un riflesso, una manifestazione, un’eco di realtà spirituali. Perché un po’ alla volta non si crede più che esistano queste realtà spirituali, ed è la ragione per cui il concetto tradizionale di simbolo scompare e si svuota di senso, dato che si fondava su una concezione metafisica: se questa sparisce, sparisce il fondamento stesso dell’idea di simbolo.
Poi però con il romanticismo il simbolo viene rimesso in auge, soprattutto da Goethe, ma in un modo completamente diverso rispetto a quello tradizionale: il simbolo rinvia ad altri significati, ma sono significati liberi, frutto dell’immaginazione, della creazione, personali, nascosti dentro noi stessi. Questa è grossomodo l’idea simbolica romantica, differente dalla concezione tradizionale secondo cui il simbolo ha un significato o dei significati precisi, magari anche molti, però non arbitrari, né frutto dell’immaginazione. Nella concezione romantica il simbolo non rinvia più ad una precisa costruzione metafisica o religiosa, ma è affidato alla creazione dell’immaginario, alla ricchezza infinita dell’immaginario, e corrisponde alla visione della poesia come immaginazione e libera creazione. Da qui nasce anche l’opposizione goethiana fra simbolo e allegoria, poi ripresa con varie sfumature da altri pensatori, anche dai vari De Sanctis e Croce, e che sta in questo: mentre il simbolo ha una ricchezza infinita di significati, l’allegoria rinvia a un senso preciso, quasi un senso letterale di secondo grado. Quindi l’allegoria rappresenta, nella visione romantica, per opposizione al simbolo, qualche cosa che non è creativo né libero, che non è in grado di creare vera poesia, se per poesia si intende ricchezza d’immaginazione e libera creazione. Da qui anche l’opposizione dei dantisti influenzati da questa estetica all’interpretazione allegorica di Dante, e in genere la negazione di qualunque valore poetico all’allegoria.
Ma anche questa idea, con la fine del romanticismo, cade. C’è un aspetto, mi pare, in chi ripropone questa idea di simbolo, piuttosto ingenuo, nostalgico, immerso in una visione appunto romantica della letteratura, della poesia come espressione di sé, dei propri sentimenti, della propria immaginazione. È un’idea superata nelle più profonde concezioni estetiche attuali. Questo ha inoltre comportato un recupero dell’allegoria, ma in forme diverse da quelle tradizionali, ossia non più con un riferimento a una teologia, a una metafisica, ma con il riferimento, in realtà, al nulla. È la concezione dell’allegoria di Walter Benjamin: l’allegoria è ciò che è frammentario e che rinvia ad altro, ma questo altro è il nulla, la morte. L’allegoria, come dice, è la facies hippocratica della realtà: è ciò che mostra la realtà come espressione del nulla. Si ritorna a quell’idea di nichilismo di cui si diceva prima, insomma quella di Mallarmé e di Pascoli stesso. È un recupero dell’allegoria in una forma moderna e credo che la poesia, molta della grande poesia contemporanea, sia poesia allegorica in questo senso. L’opera di Montale, che ho studiato da molto tempo,[6] è stata interpretata in questa prospettiva, per esempio i libri di Luperini insistono sull’idea che la poesia di Montale sia, soprattutto quella delle Occasioni e della Bufera, una poesia allegorica nel senso di Benjamin, appunto, non certo nel senso che Montale voglia comunicare una visione religiosa o di altro tipo.
Da questo punto di vista, la morte del simbolo è anche una rinascita dell’allegoria. È un fatto positivo, secondo me, e centrale nella riflessione estetica e nella creazione poetica contemporanea. Certo, questo non è letteralismo, ovvero il pensare il linguaggio normale della comunicazione come autosufficiente e completo, fine a se stesso, senza implicazioni allegoriche. Ma credo che la concezione letteralistica del linguaggio poetico sia, ahimè, lo sfondo di quasi tutta la poesia italiana degli ultimi decenni, che si proclama orgogliosamente “antilirica”. Ci sono delle eccezioni, ma sono molto rare nella poesia più vicina a noi, perché i poeti che vanno per la maggiore sono proprio di questo genere: è in fondo un ritorno all’uso della lingua delle gazzette, come la chiamava Mallarmé, contrario alla vera poesia.

F.P.:
In questo senso come valuta l’opera di Zanzotto?

F.Z.:
Come accennavo prima, penso che sia uno dei poeti europei più importanti della seconda metà del ’900. In realtà era per me prima di tutto un amico, anche perché abbiamo un retroterra familiare in comune. La mia famiglia paterna era di Pieve di Soligo.[7] Mio padre era amico fin dall’infanzia di Zanzotto, aveva quattro anni più di lui. Ora sto per pubblicare insieme a suo figlio Giovanni, presso l’editore Molesini, il carteggio tra mio padre e Zanzotto che va dal 1937 al 1947, quindi anche durante la guerra. È molto interessante, perché ci sono lettere di un Zanzotto nemmeno ventenne. Fra le prime c’è addirittura una poesia dedicata a mio padre, che è inedita – un po’ acerba, diciamo adolescenziale. Per dire che l’ho conosciuto anzitutto come amico di famiglia.
Ma ho subito cominciato a leggerlo e studiarlo. E ho anche scritto alcuni saggi critici sulla sua poesia. Delle sue poesie penso, molto in sintesi, che la fase migliore sia quella che arriva fino alle IX Ecloghe e cioè fino al 1962. Dopo viene la Beltà e da lì in poi mi piace di meno. Ci sono ancora cose molto belle, c’è l’Ipersonetto per esempio, e altro, qua e là, ma in una marea di testi che mi sembrano piuttosto prove o abbozzi di poesie. In questo, secondo me, Zanzotto è stato un po’ condizionato e portato fuori strada soprattutto dalla moda generale, dalla moda semiologica, psicanalitica, e in particolare da quello che lui considerava il suo interprete più importante, Stefano Agosti, che nuotava – certo con grande intelligenza – in tutte queste mode. Il cambiamento gli ha fatto avere anche un successo e una notorietà che forse non avrebbe avuto con la sua poesia precedente. Però nelle sue prime raccolte, specialmente in Vocativo e nelle IX Ecloghe, ci sono alcune tra le più belle poesie del ’900. Dunque lo considero, per questa parte della sua opera, uno dei maggiori poeti contemporanei.
Sempre parlando di autori cronologicamente vicini, ho molta ammirazione della poesia, che in genere è poco considerata, di Guido Ceronetti, di cui pure ero amico. Ho un ricco carteggio con lui, anche a proposito di cose quasi esoteriche, soprattutto di catarismo, perché lui si considerava cataro… Ora, Ceronetti ha scritto un libro di poesie, che ha poi arricchito varie volte – la raccolta più completa è La distanza, uscita da Rizzoli[8] – e lì c’è qualche bella poesia, però nel complesso non mi pare una delle sue opere migliori. Ma ha pubblicato anche un’altra raccolta, meno nota, che riunisce i testi per i suoi spettacoli in strada con il Teatro dei sensibili, intitolata Le ballate dell’angelo ferito: è uscita nel 2009 da un piccolo editore di Padova, Il notes magico, e vorrei farla ripubblicare. Lì ci sono delle poesie straordinarie, in forma di ballata, quasi popolaresche a volte, con una parola molto diretta, a differenza della maggior parte delle altre, che sono ermetiche, sono costruzioni molto intellettuali, ricchissime di riferimenti culturali, filosofici e religiosi, letterari e artistici. Queste poesie sono invece molto esplicite, e penso fosse quella la sua vena vera. Non so se succederà come a Pascoli, se ci vorrà del tempo perché venga rivalutato il Ceronetti poeta e soprattutto quest’opera. L’ho detto e anche scritto in un’occasione: per me Le ballate è il più bel libro di poesia degli ultimi trenta o quaranta anni in Italia.
E poi c’è poco altro, secondo me. Ma speriamo. Ricevo varie cose, e qualche autore promettente l’ho visto. Certo, nella poesia e nella letteratura in generale ci sono degli alti e bassi, dei periodi più o meno fecondi.  Oggi un insieme di fattori risulta piuttosto nocivo per la poesia. Insomma, la rivoluzione digitale non sembra essere propizia. Ma potrebbe diventarlo, chi lo sa, sono trasformazioni che magari porteranno a qualche cosa che non si può ancora prevedere.

F.P.:
Che pensieri le evoca la parola Europa?

F.Z.:
Prima di tutto mi evoca la nostra civiltà e la nostra tradizione. Fin da giovanissimo ho sempre cercato di studiare tutte le espressioni europee possibili di letteratura, di filosofia, di poesia. Eravamo in un periodo in cui l’insegnamento nelle scuole era molto chiuso, molto provinciale. Fino a non molto tempo fa in Italia si studiava solo la letteratura italiana a scuola: magari si studiava Cardarelli o Gozzano, ma si sapeva poco o niente dei grandi scrittori europei del ’900. Per cui sentivo la necessità di uscire, di conoscere la cultura europea. Quindi per me l’Europa è tutto, dal punto di vista della civiltà e della cultura.
Ho cercato di leggere e studiare, per quanto possibile, anche l’Oriente, soprattutto le religioni, e un po’ la letteratura, però confesso che mi interessano meno di quelle europee. E non sono mai uscito fisicamente dall’Europa. Ho viaggiato abbastanza, soprattutto in Francia, in Spagna, e in altri paesi, ma non sono mai uscito dai confini europei, anche i più stretti, se si vuole. Una volta sono stato in Romania per un congresso ed è stato il viaggio più lontano che abbia fatto (ma pur sempre in Europa). Per cui l’Europa è veramente la mia casa.
Se invece si parla dell’attuale Europa istituzionale, sono molto negativo: penso che sia la parodia di quella che dovrebbe essere e che è stata l’Europa, perché in realtà, almeno dall’epoca dell’Impero romano, è sempre esistita un’Europa piena di contatti e la cui civiltà, in fondo, è sempre stata unita. Come, ma non è nemmeno da parlarne, nel Medioevo. L’Europa aveva meno confini di quella attuale o di quella di fino a poco tempo fa. Questo per me è un dato di fatto.
La situazione istituzionale dell’Europa attuale è veramente penosa e sta portando a un declino, o è nata da un declino, che si vede in tantissime forme e che sono l’abbandono di tutta una serie di tradizioni culturali osservabile nel grande come nel piccolo. Si abbandona il latino. Si vogliono cancellare – si chiama infatti cancel culture – i grandi capolavori del passato, perché non sono più politicamente corretti, e si va avanti in questo modo. Forse è da questo che nasce anche un’idea di Europa puramente burocratica e appunto politicamente corretta che insegue ideologie di valore molto dubbio, per essere eufemistici.
Quando ero ventenne, sentivo moltissimo la chiusura che esisteva nella cultura italiana e il suo provincialismo. Ho potuto fare tre anni, subito dopo la laurea, come lettore di italiano in Francia, a Grenoble. Il francese, la cultura francese, gli amici francesi, soprattutto del Sud, quando ho cominciato a studiare i trovatori e il catarismo, sono stati per me linfa vitale, come per tutta la mia attività, per tutti i miei studi.
Devo dire che ancora oggi la cultura italiana è abbastanza provinciale: conosco tanti studiosi, professori più o meno della mia età, o anche un po’ più giovani, che non sanno o sanno male le lingue, e nessuno all’estero li conosce, non hanno mai pubblicato niente in altre lingue. Purtroppo è così, soprattutto gli italianisti italiani sono in questa situazione disastrosa.
Anche con la Spagna ho avuto e ho molti rapporti. Con tutto il mondo romanzo. È stato vitale per me. Adesso vedo che si va, a livello europeo, in una direzione opposta a quella che mi ispirava e che mi sembrava così necessaria. Certamente ci sono molti più scambi e più conoscenze di una volta, ma mi pare che queste cose, diciamo a livello di cultura, di studi, di ricerca, rimangano chiuse in un’élite troppo limitata.
A proposito sempre di Europa, quando è nato il progetto Erasmus, insegnavo all’Università a Trento, cioè nei primi anni Novanta più o meno, e ho creato il primo accordo della mia Facoltà con una Università straniera, quella di Barcellona, uno dei primi accordi di tutta l’Università di Trento. Sono poi stato per decenni il responsabile Erasmus della mia Facoltà perché ci credevo moltissimo. Adesso è già un mito l’Erasmus, ormai ci sono anche i figli dell’Erasmus, come li ha chiamati Umberto Eco, quelli che sono nati dagli incontri fra studenti dei vari paesi, e che sono grandi ormai. Insomma, quando è nato il mercato europeo, dopo la guerra, questi mi pare fossero gli ideali, ed erano anche i miei: un ampliamento dell’orizzonte culturale, uno scambio tra culture, un arricchimento reciproco. Eppure da un certo momento in poi si è andati in una direzione opposta, per tantissimi motivi, non solo interni. Se guardiamo all’Europa, all’Europa attuale intesa come istituzione politico-economica, sono molto deluso.

F.P.:
Con tutta una vita di studi, di incontri, di opere, come definirebbe il suo Graal?

F.Z.:
Lo definirei come già una volta ho risposto quando mi è stato chiesto: “dov’è il Graal?” – e naturalmente, come saprà, ne hanno trovati in varie parti più o meno attendibili… quasi tutti inattendibili! Direi: il Graal si trova in biblioteca. Il Graal è un libro. Per me è un libro, e come vede ne ho parecchi.[9] È lì che lo si trova materialmente, perché il Graal è una creazione letteraria. I libri sono stati un po’ la salvezza della mia vita fin da quando ero giovanissimo, e poi anche dopo, in qualche difficoltà, sono stati la mia zattera.
Per cui mi importa molto che il libro sia anche un oggetto bello, mentre oggi purtroppo ci sono tantissimi libri brutti. Ultimamente sono diventato anche un po’ feticista, ma moderatamente, perché sto raccogliendo e comprando anche dei libri di un certo pregio. Sono libri che mi servono, non compro un libro solo perché è prezioso, ma perché è un libro su cui lavoro. Mi sono procurato soprattutto prime edizioni degli scrittori e in particolare dei poeti contemporanei che studio: quelle di Mallarmé, di Pascoli, di Montale per esempio. Ecco che cos’è il Graal per me.



fine


Parte prima




Note del Curatore:

[1] Nato a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855 e morto a Bologna il 6 aprile 1912.
[2] Vd. Dialogo con Francesco Zambon, Prima parte.
[3] Francesco Zambon, Mito ed esoterismo in Giovanni Pascoli, Luni, Milano 2025.
[4] Giovanni Pascoli, L’ultimo viaggio, vv. 1138-1141 e 1152-1158: “– Son io! Son io, che torno per sapere! | Ché molto io vidi, come voi vedete | me. Sì; ma tutto ch’io guardai nel mondo, | mi riguardò; mi domandò: Chi sono? – | […] E la corrente rapida e soave | più sempre avanti sospingea la nave. | E s’ergean su la nave alte le fronti, | con gli occhi fissi, delle due Sirene. | – Solo mi resta un attimo. Vi prego! | Ditemi almeno chi sono io! chi ero! – | E tra i due scogli si spezzò la nave.” In Id., Poemi conviviali, a cura di M. Belponer, Rizzoli, Milano 2022, pp. 177-178.
[5] Cfr. Platone, La Repubblica, libro X.
[6] Vd. Francesco Zambon, L’iride nel fango. L’Anguilla di Eugenio Montale, Molesini Ed., Venezia 2023.
[7] Paese natale di Andrea Zanzotto, in provincia di Treviso.
[8] Guido Ceronetti, La distanza, Rizzoli, Milano 1996.
[9] Il professore ci ha ricevuto nel suo studio.