SAINT-JOHN PERSE, ULTIMI POEMI




Saint-John Perse nacque a Pointe-à-Pitre in Guadalupa nel 1887 e morì nella penisola di Giens in Costa azzurra nel 1975. Fu diplomatico di alto rango (presente alla conferenza di Monaco del 1938, amico di Churchill, refrattario a De Gaulle, spesso ricevuto a Washington), premio Nobel di letteratura (grazie a Eliot che lo tradusse, così come lo tradusse Ungaretti e in parte Rilke), redattore in proprio della Pléiade con l’opera completa (unico caso nella storia della collezione).
Qual è l’evento della parola di Perse? Esso è fondamentalmente irrelato nella sua naturale quanto ostinata cioè ricercata sorgività. Ma vi sono vene affluenti. Quelle formali, francesi, per l’esperienza della prosa ritmica o intessuta di metri regolari, che da Baudelaire per Rimbaud e Claudel gli giunge. Quelle sostanziali e meno evidenti, allogene. A Dante dedicò un discorso1 che è anzitutto un rarissimo, per lui, intervento critico in prosa, dunque non per consuetudine ma per elezione: perché nell’estrema disseminazione linguistica, nel toccare in parola tutto il creato dal lichene al dio con eguale partecipazione e giustezza, nel non evitare la storia in persona e, anche se per pochi folgoranti accenni, in versi, Perse si profila come il grande erede dell’ubiqua attenzione dantesca al cosmo nel suo misterioso manifestarsi. L’altro nome di questa eredità dantesca nel Novecento è Ezra Pound, in contrasto: per stile, quello centripeto, questo centrifugo; per tatto, quello ellittico, questo diretto; per politica, quello un europeo che si esilia negli Stati Uniti, questo uno statunitense che sceglie l’Europa, quello a vincere, questo a perdere. Ma, come ci dicono le due voci dai lati opposti del fratricidio, oltre la vittoria i frutti rimangono quelli di “un ombroso destino”;2 oltre la sconfitta “ciò che hai amato non sarà perduto”.3
L’altra vena sostanziale di Perse ha nome Pindaro, di cui ragazzo aveva intrapreso alcune traduzioni. La potenza connettente (e non i voli che fa la nostra ignoranza) del poeta tebano, per cui più i termini della similitudine si trovano nella percezione irriflessa lontani, più il canto è luminoso nel legarli, è trasmigrata in Perse, la cui forza è anzitutto centripeta, volta a un centro che non è spazio né tempo (leggi: non è nazione né epoca) ma coscienza del centro, che nella tenebrosa diversità del mondo trova ragione della propria offerta di luce, non chiusa in se stessa, generosa del proprio unico seme di cognizione: “Dio, lo sparso, è unito a noi nel diverso.”4
Le ultime prove poetiche rappresentano assieme alle prime raccolte e ad Amers (di cui il Lettore trova in questo sito un brano in traduzione nostra) le sommità di una catena che è l’opera coesissima di Perse. Di quest’ultima fase presentiamo Cantato da colei fu là (1968), Canto per un equinozio (1971) e Notturno (1972), nella bella traduzione d’arte di Mattia Ferrari (che ci ha già consegnato i Sonetti sulla morte Parte I e Parte II – di Jean de Sponde), stringente e volta a sospendere in rilievo i continuati moti verbali del poème en prose. Segue il testo francese.

Federico Pietrobelli







CANTATO DA COLEI CHE FU LÀ



Amore, o mio amore, fu immensa la notte, immensa la nostra veglia, dove tanto essere fu consumato.
E sposa vi sono, di gran senno, nelle tenebre del cuore d’uomo.
La notte d’estate si schiara alle persiane chiuse; l’uva s’annera, e il cappero – dal ciglio della strada – mostra il rosa della carne; e il profumo del giorno si sveglia nei vostri alberi da resina.

Sposa vi sono, o mio amore, nei silenzi del cuore d’uomo.
La terra, al suo risveglio, non è che un tremito d’insetti tra le foglie – aculei ed aghi sotto tutte le foglie –.
E sento, o mio amore, tutto correre alla propria fine. La civetta di Pallade chiama tra i cipressi; Cerere – dalle tenere mani – apre i melograni e le noci, e il quercino si cela tra grandi fascine; la terra – la tomba d’Abramo – è morsa dalle locuste.

E sposa vi sono, di gran sogno, in ogni spazio del cuore d’uomo;
Dimora aperta all’eterno, tenda tesa sulla vostra soglia: accolta la ronda a ogni promessa di meraviglia.
I gioghi del cielo scendono le colline; i cacciatori di stambecchi hanno rotto i nostri recinti; e sento gemere – sulle sabbie del viale – gli assi d’oro del dio oltrepassare il cancello. O mio amore di così grande sogno, quali uffici sul passo delle nostre porte; quali piedi sulle maioliche e le nostre tegole!

Grandi Re coricati sotto le lapidi di bronzo, ecco, ecco la nostra offerta ai vostri mani ribelli:
La vita rifluire in tutte le fosse, gli uomini levarsi sopra tutte le lapidi, e tutto riaccolto sotto l’ala della vita!
Le genti decimate sottratte al nulla, le regine pugnalate sono ora tortore di tempesta; e – morti gli ultimi raitri – gli uomini di violenza calzano ora gli speroni per le conquiste della scienza. Ai libelli della storia è giunta l’ape del deserto, le solitudini dell’est colme ora di leggende. E la morte – la maschera di biacca – si lava le mani alle nostre fontane.

Sposa vi sono, o mio amore, in ogni festa della memoria. Ascolta, o mio amore, ascolta
Il rumore d’un grande amore al rifluire della vita. Tutto corre alla vita come corrieri dell’impero.
Le figlie di vedove – in città – dalle palpebre dipinte; le bestie bianche del Caucaso vendute in dinari; e i laccatori di Cina hanno le mani rosse sopra le giunche nere; le grandi navi d’Olanda odorano di garofano: portate, portate, o cammellieri, le vostre lane al quartiere dei tessitori! è il tempo dei grandi sismi d’Occidente, quando le chiese di Lisbona – absidi aperte sulle piazze, teleri accesi sul corallo – bruciano i ceri d’Oriente di fronte al mondo. Verso le Grandi Indie dell’ovest vanno gli uomini d’avventura.

O mio amore del più grande sogno, il mio cuore aperto all’eterno, l’anima vostra che s’apre all’impero;
Che ogni cosa al di là del sogno, che ogni cosa del mondo ci sia in grazia sulla strada!
La morte – la maschera di biacca – si mostra alle feste dei Neri, la morte, vestita da stregone, cambierà mai di dialetto? O tutto della memoria, ogni cosa che sapemmo, che fummo, tutto ciò che raccoglie – al di là del sogno – i tempi d’una notte d’uomo: che prima del giorno se ne faccia razzia e festa, e rogo di braci per la cenere della sera! Ma il latte, che – al mattino – un cavaliere tartaro trae dal fianco della bestia, è alle vostre labbra, o mio amore, che ne serbo la memoria.



NOTTURNO



Ecco maturi i frutti d’un ombroso destino. Nati dal nostro sogno, dal nostro sangue nutriti, tormentarono la porpora delle nostre notti: sono i frutti di lunghe cure, i frutti di lunga brama, furono i nostri più segreti complici, e, prossimi alla confessione, ci traevano al loro fine dall’abisso delle notti. Al fuoco del giorno va ogni favore; ed ecco maturi, sotto la porpora, i frutti d’un imperioso destino – ma là non troviamo il nostro piacere.

O Sole dell’essere: dove fu la frode, dove l’offesa? dove la colpa e la tara, quale fu l’errore? Riprenderemo il tema alla sua nascita? rivivremo la febbre e il tormento? Maestà della rosa, noi non siamo tuoi seguaci: al più amaro va il nostro sangue, al più severo le cure; le nostre strade sono poco sicure, la notte profonda là dove desistono gli dei. Rose canine e rovi popolano per noi le rive del naufragio.

Ed ecco maturano i frutti d’un’altra riva. «Sole dell’essere, ricoprimi!» – parola del transfuga. E chi lo vide passare dirà: chi fu quell’uomo? quale la sua dimora? Andava solo al fuoco del giorno mostrando la porpora delle notti? Sole dell’essere, Principe e Maestro, sono sparse le nostre opere, i compiti senza onore, le nostre messi senza mietitura: la legatrice attende al fondo della sera – ed ecco tinti del nostro sangue i frutti d’un tempestoso destino.

Al passo di legatrice va la vita senza odio né riscatto.




CHANTÉ PAR CELLE QUI FUT LÀ

Amour, ô mon amour, immense fut la nuit, immense notre veille où fut tant d’être consumé.
Femme vous suis-je, et de grand sens, dans les ténèbres du cœur d’homme.
La nuit d’été s’éclaire à nos persiennes closes; le raisin noir bleuit dans les campagnes; le câprier des bords de route montre le rose de sa chair ; et la senteur du jour s’éveille dans vos arbres à résine.

Femme vous suis-je, ô mon amour, dans les silences du cœur d’homme.
La terre, à son éveil, n’est que tressaillement d’insectes sous les feuilles : aiguilles et dards sous toutes feuilles…
Et moi j’écoute, ô mon amour, toutes choses courir à leur fins. La petite chouette de Pallas se fait entendre dans le cyprès; Cérès aux tendres mains nous ouvre les fruits du grenadier et les noix du Quercy ; le ratlérot bâtit sons nid dans les fascines d’un grand arbre; et les criquets-pèlerins rongent le sol jusqu’à la tombe d’Abraham.

Femme vous suis-je, et de grand songe, dans tout l’espace du cœur d’homme :
Demeure ouverte à l’éternel, tente dressée sur votre seuil, et bon accueil fait à la ronde à toutes promesses de merveilles.
Les attelages du ciel descendent les collines ; les chasseurs de bouquetins ont brisé nos clôtures ; et sur le sable de l’allée j’entends crier les essieux d’or du dieu qui passe notre grille… Ô mon amour de très grand songe, que d’offices célébrés sur le pas de nos portes! que de pieds nus courant sur nos carrelages et sur nos tuiles !…

Grand Rois couchés dans vos étuis de bois sous les dalles de bronze, voici, voici de notre offrande à vos mânes rebelles :
Reflux de vie en toutes fosses, hommes debout sur toutes dalles, et la vie reprenant toutes choses sous son aile !
Vos peuples décimés se tirent du néant; vos reines poignardées se font tourterelles d’orage ; en Souabe furent les derniers reîtres ; et les hommes de violence chaussent l’éperon pour les conquêtes de la science. Aux pamphlets de l’histoire se joint l’abeille du désert, et les solitudes de l’Est se peuplent de légendes… La Mort au masque de céruse se lave les mains dans nos fontaines.

Femme vous suis-je, ô mon amour, en toutes fêtes de mémoire. Écoute, écoute, ô mon amour,
Le bruit que fait un grand amour au reflux de la vie. Toutes choses courent à la vie comme courriers d’empire.
Les filles de veuves à la ville se peignent les paupières; les bêtes blanches du Caucase se payent en dinars; les vieux laqueurs de Chine ont les mains rouges sur leurs jonques de bois noir; et les grandes barques de Hollande embaument le girofle. Portez, portez, ô chameliers, vos laines de grand prix aux quartiers de foulons. Et c’est aussi le temps des grands séismes d’Occident, quand les églises de Lisbonne, tous porches béant sur les places et tous retables s’allumant sur fond de corail rouge, brûlent leurs cires d’Orient à la face du monde… Vers les Grandes Indes de l’Ouest s’en vont les hommes d’aventure.

Ô mon amour du plus grand songe, mon cœur ouvert à l’éternel, votre âme s’ouvrant à l’empire, que toutes choses hors du songe,
Que toutes choses par le monde nous soient en grâce sur la route !
La Mort au masque de céruse se montre aux fêtes chez les Noirs, la Mort en robe de griot changerait-elle de dialecte ?… Ah! toutes choses de mémoire, ah ! toutes choses que nous sûmes, et toutes choses que nous fûmes, tout ce qu’assemble hors du songe le temps d’une nuit d’homme, qu’il en soit fait avant le jour pillage et fête et feu de braise pour la cendre du soir ! – mais le lait qu’au matin un cavalier tartare tire du flanc de sa bête, c’est à vos lèvres, ô mon amour, que j’en garde mémoire.



CHANT POUR UN ÉQUINOXE

L’autre soir, il tonnait, et sur la terre aux tombes j’écoutais retentir
Cette réponse à l’homme, qui fut brève, et ne fut que fracas.
     
Amie, l’averse du ciel fut avec nous, la nuit de Dieu fut notre intempérie,
Et l’amour, en tous lieux, remontait vers ses sources.
  
Je sais, j’ai vu : la vie remonte vers ses sources, la foudre ramasse ses outils dans les carrières désertées,
Le pollen jaune des pins s’assemble aux angles des terrasses,

Et la semence de Dieu s’en va rejoindre en mer les nappes mauves du plancton.
Dieu l’épars nous rejoint dans la diversité.

*

Sire, Maître du vol, voyez qu’il neige, et le ciel est sans heurt, la terre franche de tout bât :
Terre de Seth et de Saül, de Che Houang-ti et de Cheops.

La voix des hommes est dans les hommes, la voix du bronze dans le bronze, et quelque part au monde
Où le ciel fut sans voix et le siècle n’eut garde,

Un enfant naît au monde dont nul ne sait la race ni le rang,
Et le génie frappe à coups sûrs aux lobes d’un front pur.

Ô Terre, notre Mère, n’ayez souci de cette engeance : le siècle est prompt, le siècle est foule, et la vie va son cours.
Un chant se lève en nous qui n’a connu sa source et qui n’aura d’estuaire dans la mort :

équinoxe d’une heure entre la Terre et l’homme.



NOCTURNE

Les voici mûrs, ces fruits d’un ombrageux destin. De notre songe issus, de notre sang nourris, et qui hantaient la pourpre de nos nuits, ils sont les fruits du long souci, ils sont les fruits du long désir, ils furent nos plus secrets complices et, souvent proches de l’aveu, nous tiraient à leurs fins hors de l’abîme de nos nuits… Au feu du jour toute faveur ! Les voici mûrs et sous la pourpre, ces fruits d’un impérieux destin. Nous n’y trouvons point notre gré.

Soleil de l’être, trahison ! Où fut la fraude, où fut l’offense ? où fut la faute et fut la tare, et l’erreur quelle est-elle ? Reprendrons-nous le thème à sa naissance ? Revivrons-nous la fièvre et le tourment ?… Majesté de la rose, nous ne sommes point de tes fervents : à plus amer va notre sang, à plus sévère vont nos soins, nos routes sont peu sûres, et la nuit est profonde où s’arrachent nos dieux. Roses canines et ronces noires peuplent pour nous les rives du naufrage.

Les voici mûrissant, ces fruits d’une autre rive. « Soleil de l’être, couvre-moi ! » parole du transfuge. Et ceux qui l’auront vu passer diront : qui fut cet homme, et quelle, sa demeure ? Allait-il seul au feu du jour montrer la pourpre de ses nuits ?… Soleil de l’être, Prince et Maître ! Nos œuvres sont éparses, nos tâches sans honneur et nos blés sans moisson : la lieuse de gerbes attend au bas du soir. – Les voici teints de notre sang, ces fruits d’un orageux destin.

À son pas de lieuse de gerbes s’en va la vie sans haine ni rançon.







Note all’introduzione:

  1. Saint-John Perse, Pour Dante, Gallimard, Paris 1965. ↩︎
  2. Saint-John Perse, Notturno, vd. sotto. ↩︎
  3. Ezra Pound, Canto LXXXI: “What thou lovest well remains, | the rest is dross…” ↩︎
  4. Saint-John Perse, Canto per un equinozio, vd. sotto. ↩︎