TRE DOMANDE A GABRIEL MARTINEZ-GROS






FILIPPO BRUSCHI
1) Qual è la teoria di Ibn Khaldun?


GABRIEL MARTINEZ-GROS
Lo Stato è senza dubbio la parola chiave del pensiero di Ibn Khaldun, poiché controlla i due meccanismi, tra loro imbricati, della pacificazione e della prosperità. Lo Stato è il motore della concentrazione del capitale attraverso la tassazione; è questa concentrazione finanziaria, seguita dalla sua ridistribuzione nella capitale per soddisfare le esigenze dei padroni dello Stato, a rendere possibile lo sviluppo e la sofisticazione delle tecniche, la nascita di nuovi mestieri, gli aumenti di produttività che nessuna società agraria, quali erano l’Antichità e il Medioevo, avrebbe raggiunto senza mobilitare, via la tassazione, le magre eccedenze produttive. Questo progresso si diffuse gradualmente in tutta la società, restituendole, sotto forma di prosperità, più di quanto pagasse in tasse.
Ma la riscossione delle imposte implicava, nelle terre controllate dallo Stato, il disarmo e la pacificazione totali, l’espulsione generale della violenza, l’assegnazione dei sudditi, che Ibn Khaldûn chiama “sedentari”, ai soli compiti di produzione, materiale o intellettuale, escludendo ogni violenza collettiva. Così facendo lo Stato priva le popolazioni “sedentarie” del loro sistema immunitario: le terre statali sono allo stesso tempo prospere e indifese, e questo non può che attirare e incoraggiare la violenza esistente ai margini. Lo Stato ha dunque necessità di proteggere se stesso e le proprie masse sottomesse e laboriose assoldando tribù mercenarie. Queste tribù alla fine prendono il controllo dello Stato che hanno protetto grazie alla loro forte solidarietà armata – la popolazione sedentaria non ha invece alcuna solidarietà perché questa è stata sostituita dalla protezione dello Stato. Per Ibn Khaldun, e nella realtà della storia degli imperi, lo Stato ha quindi due componenti antagoniste ma necessariamente associate: una minuscola minoranza incaricata della violenza, di origine tribale, estranea alla maggioranza della popolazione che dominava; un’immensa maggioranza – oltre il 95% – addetta alle arti della pace e della produzione.

F. B.
2) Perché Ibn Khaldun è sostanzialmente inapplicabile alla storia europea?

G. M.-G.
Perché il meccanismo fondamentale dello Stato, che secondo Ibn Khaldûn è l’imposta statale, concentrata nella capitale, scompare con l’Impero romano e durante tutto il Medioevo fino al XIV secolo, cioè per otto secoli, i veri secoli fondanti della coscienza e dell’esistenza europea e occidentale. Dal punto di vista di Roma, della Cina, di Bisanzio e dell’Islam, l’Europa è un’eccezione. Durante questi otto secoli, i prelievi signorili erano bassi e decentrati. L’autorità era rurale, con castelli, monasteri e città di scarsa importanza, anche quando l’ascesa della civiltà rurale fu spettacolare nel XII e XIII secolo. Nel 1300, Parigi, la più grande città d’Europa, era senza dubbio meno importante del Cairo, anche se governava un territorio più ricco dell’Egitto e della Siria. Più ricco, ma meno tassato, e quindi meno in grado di alimentare la capitale.

F. B.
3) Segni khaldûniani in epoca moderna?

G. M.-G.
Sì, essi apparvero non appena la tassazione statale cominciò ad affermarsi, anche se con difficoltà, in Europa (più in Francia e in Castiglia, meno in Inghilterra e Italia, molto poco in Germania).
Fu tuttavia la Rivoluzione industriale a cambiare di nuovo la situazione, in senso anti-khalduniano, fornendo alle società europee notevoli mezzi di arricchimento scientifico e tecnico – primi fra tutti i progressi nell’igiene e nella medicina: gli uomini sono la ricchezza principale della modernità. Le tasse passano così in secondo piano, lo Stato può armare i suoi cittadini “sedentari”, i sudditi diventano progressivamente cittadini armati in tutta Europa tra il 1850 e il 1975 (servizio militare obbligatorio). Dalla fine del XX secolo, la pacificazione insita nell’azione dello Stato, che rompe tutte le solidarietà capaci di ostacolarlo e si fa carico di ciò che prima facevano i gruppi o le famiglie (o la Chiesa) – i bambini, gli anziani, la difesa, la sicurezza e la polizia, la sanità… – ha portato alla malattia comune degli imperi morenti: enormi oneri, enormi spese, enormi tasse, l’abbandono forzato di territori non redditizi, l’accentuazione della pressione fiscale e sociale sulla maggioranza “redditizia”. In questo modo, si ricostituisce il divario tra territori “sedentari”, controllati dallo Stato, e territori “beduini”, potenzialmente violenti e abbandonati dallo Stato.
Il fenomeno è universale e non solo europeo, rallentato soltanto dove la crescita economica dà spazio di manovra allo Stato (oggi gli Stati Uniti, di nuovo la Cina, domani l’India), accelerato dal peso della storia: in Cina, nell’Islam, il meccanismo khalduniano è talmente radicato che è recepito come un ritorno alla logica naturale – i cinesi non sono mai stati cittadini, e la stragrande maggioranza delle società musulmane tiene presente la distinzione tra regioni pacificate e regioni ribelli, sedentari e beduini.
A questo proposito è interessante notare, senza perciò prendere partito per Milano contro Roma, per Barcellona contro Madrid, o per Manchester contro Londra, che la crescita delle capitali politiche a scapito delle città creative della rivoluzione industriale, è stato uno dei segni della rivincita dello Stato et della tassazione sull’innovazione locale nel corso degli ultimi decenni. È anche di questa ipertrofia dello stato che Trump e Musk si preoccupano oggi, in modi spesso discutibili. Bisogna tuttavia riconoscere loro di aver avvertito il problema. Non è davvero il caso in Europa…





FILIPPO BRUSCHI
1) Qu’est-ce que la théorie d’Ibn Khaldûn ?

GABRIEL MARTINEZ-GROS
L’État est sans doute le maître mot de la pensée d’Ibn Khaldûn, puisqu’il commande les deux mécanismes liés de la pacification et de la prospérité. L’Etat est le moteur de la concentration du capital par le biais de l’impôt ; c’est cette concentration financière, et sa redistribution dans la capitale pour les besoins des maîtres de l’Etat, qui permet l’approfondissement et la sophistication des techniques, la naissance de nouveaux métiers, des gains de productivité qu’aucune société agraire, comme le sont celles de l’Antiquité et du Moyen-Age, ne pourrait connaître sans cette mobilisation forcée, par l’impôt, des maigres surplus de la production. Ces progrès se diffusent peu à peu dans toute la société et lui rendent, sous forme de prospérité, plus que ce qu’elle paie en impôt.
Mais la levée de l’impôt implique, dans les terres contrôlées par l’Etat, un désarmement et une pacification totale, une expulsion générale de la violence, une assignation des sujets, qu’Ibn Khaldûn nomme ‘sédentaires’, aux seules tâches de production, matérielle ou intellectuelle, à l’exclusion de toute violence collective. De ce fait même, l’Etat prive les populations ‘sédentaires’ de leur système immunitaire collectif. Les terres de l’Etat sont à la fois prospères et sans défense, ce qui ne peut qu’attirer et favoriser la violence des marges. L’Etat doit donc se garantir et protéger ses foules soumises et laborieuses en engageant des tribus mercenaires pour sa défense. Ces tribus qui s’emparent à terme de l’Etat qu’elles protègent grâce à leurs fortes solidarités armées – tandis que les sédentaires sont dépourvus de solidarités auxquelles se substitue la protection de l’Etat. L’Etat pour Ibn Khaldûn, et dans la réalité de l’histoire des empires, admet ainsi deux composantes antagonistes et pourtant nécessairement associées : une infime minorité en charge de la violence, d’origine tribale, étrangère à la majorité de la population qu’elle domine ; une immense majorité – plus de 95% – assignée aux arts de la paix et de la production.

F.B.
2) Pourquoi Ibn Khaldûn n’est pas applicable à l’histoire européenne pour l’essentiel ?

G. M.-G.
Parce que le mécanisme fondamental de l’Etat selon Ibn Khaldûn, à savoir l’impôt d’Etat, concentré dans la capitale, a disparu avec l’empire romain et tout au long du Moyen-Age, jusqu’au XIVe siècle, c’est-à-dire pendant huit siècles, les siècles véritablement fondateurs de la conscience et de l’existence européenne et occidentale. Vue de Rome, de Chine, de Byzance, de l’Islam, l’Europe est une exception. Pendant ces huit siècles, les prélèvements seigneuriaux ont été faibles, décentralisés. L’autorité y est rurale, châteaux et monastères, les villes de peu de poids, même lorsque, aux XIIe-XIIIe s., l’essor de la civilisation rurale est spectaculaire. En 1300, Paris, principale ville en Europe, reste sans doute moins importante que Le Caire, alors qu’elle règne sur un territoire plus riche que l’Egypte et la Syrie. Plus riche, mais moins taxé, et qui nourrit donc moins sa capitale.

F.B.
3) Signes khaldûniens à l’époque moderne ?

G. M.-G.
Oui, et cela dès que l’impôt d’Etat s’affirme, difficilement, en Europe (davantage en France ou en Castille, moins en Angleterre ou en Italie, très peu en Allemagne).
C’est pourtant la Révolution industrielle qui change à nouveau la donne, dans un sens anti-khaldûnien, en pourvoyant les sociétés européennes de moyens d’enrichissement scientifiques et techniques considérables – au premier rang desquels les progrès hygiéniques et médicaux :  les hommes sont l’enrichissement premier de la modernité. L’impôt passe ainsi au second plan, l’Etat peut armer ses ‘sédentaires’, les sujets deviennent des citoyens armés, en gros progressivement partout en Europe entre 1850 et 1975 (le service militaire obligatoire). Depuis la fin du XXe siècle, la pacification propre à l’action de l’Etat, qui brise toutes les solidarités qui pourraient lui porter ombrage et prend en charge ce que les groupes ou les familles (ou l’Eglise) assumaient autrefois – les enfants, les personnes âgées, la défense, la sécurité et la police, la santé…–, conduit à la maladie ordinaire des empires finissants : d’énormes charges, d’énormes dépenses, d’énormes impôts, l’abandon forcé de territoires non-rentables, l’accentuation de la pression fiscale et sociale sur la majorité ‘rentable’. Ainsi se reconstituent l’écart entre territoires ‘sédentaires’, contrôlés par l’Etat, et territoires ‘bédouins’, potentiellement violents, abandonnés par l’Etat. Le phénomène est universel et pas seulement européen, freiné simplement là où la croissance économique donne à l’État des marges de manœuvre (aujourd’hui les Etats-Unis, encore la Chine, demain l’Inde), accéléré par le poids de l’histoire : en Chine, dans l’Islam, le mécanisme khaldûnien est tellement ancré qu’il paraît retour au naturel –  les Chinois n’ont jamais été citoyens, et la grande majorité des sociétés musulmanes garde en tête la distinction entre régions pacifiées et régions insoumises, sédentaires et bédouins.  À ce propos, il est intéressant de remarquer, sans du tout prétendre prendre position pour Milan contre Rome, pour Barcelone contre Madrid, ou pour Manchester contre Londres, que ces dernières décennies l’essor des capitales politiques, au détriment des cités créatives de la Révolution industrielle, a été un des signes de la revanche de l’État et de l’impôt sur l’innovation locale. C’est aussi cette hypertrophie de l’État dont Trump et Musk se préoccupent aujourd’hui, pour le meilleur ou pour le pire. Mais du moins peut-on les créditer d’avoir senti le problème. Nous en sommes loin en Europe…





[1] Gabriel Martinez-Gros è Professore emerito di Storia medievale del mondo musulmano presso l’Università di Parigi X. È stato residente alla Casa de Velazquez di Madrid, codirettore dell’Institut d’études de l’Islam et des sociétés du monde musulman e docente all’École du Louvre. È uno specialista di al-Andalus –  L’Empire Omeyyade (1992), Identité andalouse (1997) –  e dello storico medievale Ibn Khaldun, di cui applica le teorie in Brève histoire des empires (2014) e Fascination du djihad. Fureurs islamistes et défaite de la paix (2016). Tra le sue altre opere ricordiamo L’Empire Islamique (2019), La Traîne des empires. Impuissance et religions (2022). Ha curato un’antologia delle opere di Ibn Khaldun recentemente pubblicata da Passés/Composés (2024).

[2] Ibn Khaldûn nacque il 27 maggio 1332 a Tunisi e morì il 17 marzo 1406 al Cairo. Originario di una grande famiglia andalusa, fu consigliere dei governanti berberi che si succedettero nella frammentazione dell’impero almohade. A 45 anni si ritirò al Cairo dove scrisse gran parte della propria opera. Visitò Damasco nel 1401, poco prima che la città fosse assediata e conquistata da Tamerlano, e convinse il temibile conquistatore a risparmiare le vite degli abitanti. La sua opera principale, Il libro degli esempi, racconta la storia universale basandosi sugli scritti dei suoi predecessori e sulle sue proprie osservazioni. L’introduzione, intitolata Muqaddima (Prolegomeni), espone la visione d’Ibn Khaldûn su come gli imperi nascano e muoiano.