INTRODUZIONE
Jean De Sponde (1557-1595) figura tra le voci più alte e insieme nascoste della poesia francese. Un rapido sondaggio in Italia e nella stessa Francia restituisce l’immagine di un autore pressoché ignoto. Eppure senza eccezioni le Stanze e i Sonetti sulla Morte paiono, a chiunque li conosca, tra le prove liriche più belle della letteratura transalpina.
La singolarità di Sponde sta nel suo espressionismo ante litteram, che lo frena dal tradurre bellamente Petrarca, in una particolare incisività ritmica che aderisce alla tensione concettuale ed emotiva svolta. È un dire strenuamente accentato. È una guerra di accenti nell’anima. È un’anima che risuona delle efferatezze di protestanti e cattolici nel sanguinoso Cinquecento, il secolo in cui emergono drammaticamente le vene ossimoriche del paese che fu dei Galli: la latinità dell’incivilimento romano e la germanicità del popolo franco, il centralismo e la riottosità rivoluzionaria, la venerazione per Roma e la cattività avignonese, l’adesione all’universalismo della scolastica parigina e il nazionalismo autonomista della monarchia del giglio, superbo scoglio, assieme al soglio pontificio prima e ai protestanti poi, al ristabilimento della pace imperiale in Europa.
Sponde incarnò suo malgrado queste polarità che attraggono tutt’oggi i suoi compatrioti, indecisi ossia inermi tra un destino atlantico e uno mediterraneo. Figlio di un padre calvinista, studente impeccabile, commentatore di Omero e di Esiodo, teologo fine, si convertì tardi al cattolicesimo, poco prima della morte, grazie all’incontro rivelatore col Cardinale Du Perron nel 1593. Ma in ambo le vite, di riformato e di controriformato, la sua fede gli costò disgrazie. Subì l’odio di quelli che prima o dopo furono suoi amici. Soprattutto, seppe incarnare questo labirinto del senso e dell’insensato nei suoi versi sacri, terreno di scosse e riassestamenti, in cui germina una commossa e colta meditazione sul destino mortale dell’uomo.
Viene fatto pensare al grande espressionista del Novecento, il “più alto maestro in molti anni di lingua tedesca”,1 Gottfried Benn. Per ascendenza, anche lui protestante, figlio di Pastore. Per inclinazione e per amore del bello e della forma, anche lui teso al liturgico cattolicesimo, in chiave peraltro anti-nazionalsocialista. Anche lui capace di fissare in versi memorabili le antitesi del proprio secolo, di viverle nella vittoria spirituale della propria opera e nell’esclusione dai cammini della fama, negategli per dieci anni le pubblicazioni sotto il Terzo Reich e per altri dieci sotto il nuovo protettorato americano.
Offriamo in versione italiana i dodici Sonetti che conchiudono la silloge Essay de quelques poemes Chrestiens inviata nel 1588 al Re di Navarra, e che sono titolati Sonnets sur le mesme sujet, seguendo nell’opera le Stances de la Mort. Sono quindi dodici Sonetti sulla Morte, che pubblichiamo in due parti (qui la SECONDA PARTE), coerentemente con l’andamento interno della silloge, prima volto al mondo degli uomini tra echi classici, sapienziali e morali, poi fisso alla sponda eterna di là dalle onde della storia.
La traduzione di Mattia Ferrari è d’arte e ci restituisce la franchezza accorata dell’eloquio spondiano, portando a sintesi le trame immaginali del francese, sfilandone i profili essenziali, cogliendo questa voce come in fuga e così amica ai vivi “del viver ch’è un correre alla morte”.2
Federico Pietrobelli
Jean de Sponde, Sonetti sulla Morte, I-VI
a cura di Mattia Ferrari
I
Mortali, che da mortali avete preso vita,
vita che muore nella tomba del corpo, voi
che ammassate tesori dai tesori
di chi cedette la vita alla morte, che –
vedendo di morti le morti seguirsi –
non avete altra casa che le case dei morti
e non sentite della morte un rimorso, perché
al ricordo il ricordo di lei s’oblia?
Amando le dolcezze, odia la vita
del pensiero della morte l’orrore,
né può bramare un’opposta brama?
Mortali, ognuno accusa, e scuso il torto
forgiato nell’oblio. L’oblio d’una morte
dispiega il ricordo d’una eterna vita.
II
Ma bisogna morire, e la vita orgogliosa
che sprezza la morte ne sentirà il furore,
i soli arderanno i fiori, e il tempo
creperà questa ampolla di vento.
Il lume che alza una fiamma di fumo
sul verde della cera consumerà l’ardore,
l’olio dei teleri velerà i colori, e le onde
si romperanno in schiuma sulla riva.
Ho visto chiari i lampi davanti agli occhi,
e il tuono ancora mormorare nei cieli
dove a breve scoppierà la tempesta.
Ho visto sciogliere la neve, e inaridire
i fiumi, ho visto senza ira i leoni. Vivete,
uomini, vivete, ma bisogna morire.
III
Pochi vedo curarsi della morte:
ognuno la cerca in guerra,
sul mare o sopra la terra, ma
ognuno dorme nell’oblio di lei.
Dal mare s’attende il ritorno, e
sulla terra il nemico abbattuto:
si pensa alla vita, e questa nave
di vetro uno scoglio saldo e forte.
E vedo i vermi innalzare dalle piane
i monti dei loro disegni, alti
quanto l’ambizione dei cuori:
giganti, dove spingete i vostri cumuli
di polvere? Li vedrete dissolti: salgono
dalla terra? Cadranno dal Cielo.
IV
Per chi tanto tormento? Per voi, il cui fiato
s’impunta nel petto, e trascina il languore?
I vostri sogni vuotati del vigore, e voi
così prossimi al colmo della pena.
Ma io v’accordo ancora un’impresa
certa che incorre nell’incerto rigore
del tempo: perderete il frutto, il lavoro,
ché il lampo stronca il monte più del piano.
Questi scettri bramati, i troni contesi – campo
altero allo scontro della vostra virtù – sono
della morte avara brama e contesa.
Ma perché questa pena? Perché tanto tormento?
Conoscete il corso della vostra vita:
la fuga dalla vita, la corsa alla morte.
V
Voi che contate l’ora: le ore passate
sono morte per voi, i nuovi giorni
moriranno al sorgere dell’aurora
e metà del vivere è metà del morire.
Accatastate le superbe brame, questo
cuore arrogante che il braccio implora,
il braccio che il cuore adora: la morte
li tortura e processa. E mille onde,
mille scogli v’ostano il piede: e
voi passate attraverso, ma certo
sarete vittime d’onde e scogli.
L’ora vi attende – vi spia l’istante –:
boia snaturato della vostra vita, che
vive nella pena, e muore senza riposo.
VI
Ognuno lamenta la crudele invidia
che la natura porta per i nostri giorni;
ma vostro è l’errore, uomini, non sono
corti al metro della vostra vita.
E nessuno odo tra voi che brami
slegarsi dal tormento e dall’errore
e volare a più chiare dimore, dove
infinito dimora il seguirsi dei tempi.
Chiare dimore – lontane dall’occhio, sorelle
del senno – per cui questo tempo non è
che un momento, e un’ombra il giorno: voi
io bramo. E questo giorno e il tempo, dove
s’acceca e gioca il mondo, non saranno
per me che un’ombra e un momento.
I
Mortels, qui des mortels avez prins vostre vie,
Vie qui meurt encor dans le tombeau du Corps :
Vous qui rammoncelez voz thresors, des thresors
De ceux dont par la mort la vie fust ravie :
Vous qui voyant de morts leur mort entresuyvie,
N’avez point de maisons que les maisons des morts,
Et ne sentez pourtant de la mort un remors,
D’où vient qu’au souvenir son souvenir s’oublie ?
Est-ce que vostre vie adorant ses douceurs
Deteste des pensers de la mort les horreurs,
Et ne puisse envier une contraire envie?
Mortels, chacun accuse, et j’excuse le tort
Qu’on forge en vostre oubly. Un oubly d’une mort,
Vous monstre un souvenir d’une eternelle vie.
II
Mais si faut-il mourir et la vie orgueilleuse,
Qui brave de la mort, sentira ses fureurs,
Les Soleils haleront ces journalieres fleurs,
Et le temps crevera ceste ampoulle venteuse,
Ce beau flambeau qui lance une flamme fumeuse,
Sur le verd de la cire esteindra ses ardeurs,
L’huyle de ce Tableau ternira ses couleurs,
Et ces flots se rompront à la rive escumeuse.
J’ay veu ces clairs esclairs passer devant mes yeux,
Et le tonnerre encor qui gronde dans les Cieux,
Ou d’une, ou d’autre part esclattera l’orage.
J’ay veu fondre la neige, et ces torrents tarir,
Ces lyons rugissans je les ay veus sans rage,
Vivez, hommes, vivez, mais si faut-il mourir.
III
Ha ! que j’en voy bien peu songer à ceste mort,
Et si chacun la cerche aux dangers de la guerre,
Tantost dessus la mer, tantost dessus la Terre,
Mais las ! dans son oubly tout le monde s’endort.
De la Mer on s’attend à ressurgir au Port,
Sur la Terre aux effrois dont l’ennemy s’atterre :
Bref chacun pense à vivre, et ce vaisseau de verre,
S’estime estre un rocher bien solide, et bien fort.
Je voy ces vermisseaux bastir dedans leurs plaines,
Les monts de leurs desseins, dont les cimes hautaines
Semblent presque esgaler leurs cœurs ambitieux
Geants, où poussez-vous ces beaux amas de poudre ?
Vous les ammoncelez ? Vous les verrez dissouldre :
Ils montent de la Terre ? Ils tomberont des Cieux.
IV
Pour qui tant de travaux ? Pour vous ? de qui l’halene
Pantelle en la poictrine, et traine sa langueur ?
Vos desseings sont bien loin du bout de leur vigueur,
Et vous estes bien près du bout de vostre pene.
Je vous accorde encore une emprise certaine,
Qui de soy court du Temps l’incertaine rigueur,
Si perdrez vous en fin ce fruict, et ce labeur,
Le Mont est foudroyé plus souvent que la plaine.
Ces Sceptres enviez, ces Throsnes debattus,
Champ superbe du camp de voz fieres vertus,
Sont de l’avare mort, le debat, et l’envie.
Mais pourquoy ce soucy? mais pourquoy cest effort?
Sçavez-vous bien que c’est le train de ceste vie?
La fuite de la vie, et la course à la Mort.
V
Helas ! contez voz jours : les jours qui sont passez
Sont desjà morts pour vous, ceux qui viennent encore
Mourront tous sur le point de leur naissante Aurore,
Et moytié de la vie est moytié du decez.
Ces desirs orgueilleux pesle mesle entassez,
Ce cœur outrecuidé que vostre bras implore,
Cest indomptable bras que vostre cœur adore,
La Mort les met en geine, et leur fait le procez.
Mille flots, mille escueils, font teste à vostre route,
Vous rompez à travers, mais à la fin sans doubte
Vous serez le butin des escueils, et des flots.
Une heure vous attend, un moment vous espie,
Bourreaux desnaturez de vostre propre vie,
Qui vit avec la peine, et meurt sans le repos.
VI
Tout le monde se plainct de la cruelle envie
Que la Nature porte aux longueurs de noz jours :
Hommes, vous vous trompez, ils ne sont pas trop cours
Si vous vous mesurez au pied de vostre vie.
Mais quoy ? Je n’entens point quelqu’un de vous qui die
Je me veux despestrer de ces facheux destours,
Il faut que je revole à ces plus beaux sejours,
Où sejourne des Temps l’entresuitte infinie.
Beaux sejours, loin de l’oeil, prèz de l’entendement,
Au prix de qui ce Temps ne monte qu’un moment,
Au prix de qui le jour est un ombrage sombre,
Vous estes mon desir, et ce jour, et ce Temps,
Où le Monde s’aveugle, et prend son passetemps,
Ne me seront jamais qu’un moment, et qu’une Ombre.
Nota al testo e alla traduzione:
La traduzione è stata condotta sulla recente edizione critica, di cui si pubblica altresì il testo, a cura di Christiane Deloince-Louette e Sabine Lardon (vd. Jean de Sponde, Poésies Complètes, Garnier, Parigi 2022), con l’eccezione di VII,4 e VIII,3, per i quali si sono accolti gli emendamenti proposti da Alan Boase (vd. Jean de Sponde, Méditations avec un essai de poèmes chrétiens, Ed. Corti, Parigi 1954, p. 205).
Note all’introduzione: