SULL’ARTE DI SPROFONDARE IN POESIA

Presentiamo la traduzione del primo capitolo di un opuscolo dello scrittore inglese Alexander Pope (1688-1744) intitolato Peri Bathous, Or the Art of Sinking in Poetry (Peri bathous, o sull’arte di sprofondare in poesia).
Pope era di famiglia cattolica, come Christopher Marlowe e William Shakespeare, e perciò escluso dall’insegnamento pubblico, come usava all’epoca tra i protestanti. Gli fu una grazia: crebbe sotto lo sguardo severo della coltissima zia e frequentò a Londra scuole private cattoliche ancora tollerate, in un ambiente di separatezza in cui fu libero di approfondire il suo gusto classicista per la misura e la sua verve satirica.
Con questo scritto, parodia del celebre trattato Del sublime di Longino, lo scrittore inglese intende ridicolizzare alcuni poeti suoi contemporanei. Il bathous infatti – traducibile con “abisso,” “profondità” – rappresenta il contrario del sublime.




CAPITOLO I

È stato per lungo tempo mio costante motivo d’apprensione e di sorpresa (oh miei cari compatrioti) il fatto che, sebbene numerosi poeti, critici e oratori abbiano finora compilato e digesto l’arte della poesia antica, nessuno d’essi si sia ancora dimostrato così ispiritato dalla pubblica opinione al punto da levarsi e da portare a compimento un simile ufficio per quanto riguarda la poesia moderna: e ciò nonostante i nostri moderni eccellano sugli antichi sia per la mole dei loro scritti, che per la rapidità dei loro giudizi.
In ogni caso, resta vero che se già fu spianata una strada all’antico ϋψος (hypsos), o sublime, nessun percorso è stato mai tracciato per giungere al nostro βάθος (bathos), o fondo. Non a caso i Latini, piazzandosi proprio tra i Greci e Noi, fanno uso della parola altitudo,parolache implica egualmente sia l’idea di altezza che di fondo. Per tale ragione, considerando non senza sconforto quanti promettenti geni di questa nostra epoca stiano ora vagando sprovvisti di una guida e muovendosi a tentoni tra le tenebre, ho intrapreso l’ardua e purtuttavia necessaria fatica di prenderli per mano e di guidarli, passo a passo, lungo la scoscesa via del bathous: ovvero verso il fondo, la sentina, il polo e il non plus ultra della poesia moderna.
Qualora consideri (oh miei cari compatrioti) l’estensione, la fertilità e la densità demografica dei bassopiani del Parnaso, nonché il fiorente stato del nostro settore mercantile e l’abbondanza dei nostri prodotti, vi sono due riflessioni che m’amministrano grande occasione di sorpresa. La prima, è dovuta al fatto che tutte le dignità e gli onori siano stati tributati all’oltremodo esigua minoranza dagli abitanti della cima parnassiana. L’altra è legata alla considerazione di come la nostra contrada sia potuta pervenire al presente, indubbio stato d’opulenza e di splendore senza nemmeno avvalersi di un qualsiasi sistema di regole e di leggi. Riguardo la prima, ho di recente rilevato con grande piacere il progressivo decadimento in materia di gusto e raffinatezza di buona parte degli esponenti del genere umano, i quali sono divenuti troppo ragionevoli per sopportare ancora le infinite fatiche e le sgobbate necessarie per ascendere fino al gusto rarefatto di quei montanari… quando possano invece discendere al nostro easy peasy, senza fatica, senza traspirare la benché minima goccia di sudore. Avendo ora una indubbia maggioranza dalla nostra, sono certo che riusciremo ben presto a livellare quegli abitatori delle cime e procurare un ulteriore sbocco sul mercato al nostro prodotto: il quale è già assai stimato, incoraggiato e profumatamente rimunerato da nobili e paesani della Grande Bretagna.
Ciononostante, per supplire alla nostra mancanza, mi sono proposto di raccogliere le sparse regole della nostra arte in regolari institutiones, secondo la pratica e l’esempio dei più profondi geni della nostra nazione, quivi imitando i procedimenti dei miei predecessori: tra i quali s’annoverano il Maestro d’Alessandria e il segretario del rinomato Zenobia.[1] Nell’intraprendere questo mio cimento, sono tanto più animato ed ottimista quanto stimi che il mio, di successo, sarà ancora maggiore di quello raggiunto da quei grandi critici passati: e questo perché le loro leggi, sebbene possano dirsi buone, non sono mai state messe in pratica alla perfezione, ed i loro precetti (piuttosto severucci) lo furono solo a intermittenza, e solo da un ristrettissimo numero d’uomini.
Intendo al contempo far giustizia dei nostri vicini, ovvero gli abitatori del Parnaso superiore.
Essi infatti, prendendo vantaggio dalla favorevole pendenza del terreno, non potendo soffrire di vederci prosperare e vivere in pace, gettano continuamente rifiuti, spazzatura ed immondizia sulle nostre crape. Questi felloni, facendo facciata di godersi le correnti cristalline d’Elicona, ci invidiano la nostra acqua comune, la quale (e sia lodata la nostra buona stella), sebbene un poco limacciosa, fluisce sempre in copiosa abbondanza. Né questa è la più grande delle loro deplorevoli ingiustizie! Poiché, mentre è bene evidente che noi non si sia mai fatto il benché minimo tentativo d’irruzione nel loro territorio (preferendo il vivere pasciuti e soddisfatti nei nostri pantani natii) essi si sono spesso macchiati, non solo di meschini furti perpetrati nei nostri confini, ma pure di vere e proprie scorribande attraverso i nostri territori, facendo bottino d’ingenti scaffalate della nostra mercanzia. Se scrivo questo trattato, è anche per reclamare alcune delle suddette merci trafugate.
Perché, come vedremo nel corso di quest’opera, i nostri più grandi avversari sono talvolta discesi sino a noi: e senza dubbio essi avrebbero raggiunto il bathous stesso, non fosse stato per quella erronea opinione da loro sostenuta, ovvero che le regole degli antichi valgano in qualche modo anche per i moderni. Opinione che tra tutte è la più fallace, come si vedrà ampiamente illustrato nei nostri discorsi successivi.
A dire il vero, ogniqualvolta qualcuno d’essi si avventuri, per il lume del suo genio personale, ad imitare nuovi modelli, è davvero meraviglioso l’osservare quanto egli ci sia vicino in questi pezzi particolari, nonostante in ogni altro loro lavoro si differenzino da noi toto caelo.[2]



[1] Rispettivamente, Aristotele e Longino, considerato lo scrittore del trattato Sul sublime che Pope sta qui volutamente parodiando. Con il termine institutiones (nel senso di regole e precetti), il poeta inglese vuole probabilmente alludere alle Institutiones Oratoriæ di Quintiliano.
[2] “Del tutto” (letteralmente: per l’intera misura del cielo).