Adone Brandalise è stato professore di Teoria della Letteratura all’università di Padova.1 Per vastità di interessi e profondità di analisi, è da ritenere tra i più notevoli intellettuali viventi sul suolo italiano. Il suo insegnamento si è svolto sotto il segno dell’oralità, della parola come esperienza in presenza, necessariamente meno mediatizzata, ma forte della sorgività propria all’incontro.
Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista. Nella PRIMA PARTE ci siamo intrattenuti su Dante e sull’Umanesimo. In questa seconda parliamo di Novecento, Europa, Parola.
Ringraziamo nuovamente Adone Brandalise del tempo e delle energie che ci ha concesso per questa conversazione.
F.P.
Parte II
Padova 31.XII.2024
FEDERICO PIETROBELLI
Il Novecento è stato definito il “secolo breve”. Ma non è forse un secolo lunghissimo, ancora vivo nella nostra mentalità? Quale diresti sia la prestazione fondamentale del Novecento a livello intellettuale?
ADONE BRANDALISE
I secoli, come le epoche e le età, sono, più che contenitori cronologici, delle categorie ermeneutiche. Quindi il Novecento è una nozione che comporta con sé uno sciame di effetti di carattere categoriale. Parlare di Novecento e di novecentesco in genere, per chi utilizza questa espressione, significa molto, e un “molto” che viene detto senza uno svolgimento ampio. Varrebbe lo stesso per ottocentesco, settecentesco, barocco e così via. Ciò significa anche che questa prestazione omeopatica di organizzazione di discorso, di istituzione di convenzioni, all’interno di comunità di discorso, in un certo senso si potrebbe descrivere come variabile su di una pluralità di piani. Come dire… possiamo parlare di Novecento in musica, in economia – ma è la distinzione più banale questa – e forse avremmo delle mappe diverse.
Quando siamo di fronte a una definizione come quella di “secolo breve” evidentemente ci si trova a confronto con l’utilizzazione della nozione di Novecento costruita attorno alla portata discriminante attribuita ad alcuni avvenimenti collocati nell’ambito della centuria, che si raccolgono in effetti in una parte contenuta di essa. Insomma, le due Guerre mondiali, alcune grandi rivoluzioni, alcune clamorose trasformazioni tecnologiche, tecnico-economiche, con i conseguenti riflessi, o conseguenze, di rilevanza sociologica, che all’epoca in cui si ricorse a questa formula potevano sembrare sufficientemente nitide nella loro storicizzazione. In questo senso sì, “secolo breve”, il secolo che negli anni Ottanta è già finito e che forse comincia quando, con la fine degli anni Dieci, è finita la belle époque, può anche essere una formula credibile.
Ciò che mi sembra però più interessante è che forse ci stiamo avvicinando a una condizione in cui l’organizzazione per epoche della nostra conoscenza della realtà comincia a farsi più evanescente, anche perché la solidità che noi diamo alla rappresentazione storica è qualcosa che ha a che fare con la complicità, tanto importante strutturalmente, che la rappresentazione storica intrattiene con lo svolgimento concreto dei grandi meccanismi costituzionali. La Costituzione, che è la forma giuridico-politica all’interno della quale si è realmente prodotto l’Occidente come lo conosciamo, ma anche la sua funzione di mondializzazione, è una struttura che probabilmente va decomponendosi, non reggendo alla novità dei suoi prodotti storici.
Facciamo difficoltà a utilizzare ancora una nozione come quella di Novecento, se non attraverso il rinvio al dato rappresentato dalle convenzioni con cui questo termine è stato usato. Cioè se ripenso a tutta una serie di episodi di critica, di storia dell’arte, della letteratura, eccetera, non posso fare a meno di tenere in considerazione il modo con cui si definiva il Novecento in quei contesti. Ma in quanto nome che dovrebbe folgorare l’essenza di uno Zeitgeist, oggi come oggi, il Novecento mi sembra più evanescente. È vero che figure di suo conio, prodotte nei suoi crogioli, nei suoi atelier, si proiettano ancora in maniera potente sul tempo presente. Ma si ha anche la sensazione che nel tempo presente questi modelli, figure, categorie trovino una sorta di solvente che progressivamente li liquefà, mettendoci a contatto con un reale che tende per un verso ad alimentarsi, per un altro a farsi beffe delle nostre rappresentazioni di realtà. Perché le nostre rappresentazioni di realtà, quelle sì, possono sembrare ancora molto novecentesche.
Se volessimo azzardare una qualche formula – che vale quel che vale, cioè pochissimo –, una definizione possibile di Novecento sarebbe quella di un secolo in cui si sono vissute intensissime trasformazioni e se ne sono promosse altre che travalicano radicalmente e con andamento anche più tumultuoso i limiti cronologici del secolo stesso, ma in cui complessivamente la nostra cultura applicata, la cultura che è vissuta nella nostra organizzazione sociale, culturale diffusa, ha continuato a pensare che si potesse concepire la realtà anche a bocce ferme, che si potesse decidere che ci sono delle rappresentazioni di Stato, che per un po’ di tempo rendono non significativo lo svolgimento del tempo.
Dopotutto il mondo del diritto, il mondo delle leggi vive di un’operazione del genere. Una legge è vigente, il che vuol dire che per un po’ di anni, fino a quando non verrà cambiata, il diverso modificarsi della vita, dei costumi, eccetera, non intacca la sua vigenza. E non è un caso che gli strumenti del diritto stiano diventando sempre più difficili da usare adeguatamente. Adesso, non possiamo improvvisare qui delle semplificazioni… ma da una parte sentiamo invocazioni alla deregulation, al superamento della ricerca di regolamentazioni ossessive, di normative troppo puntigliose; dall’altra abbiamo un’iperproduzione di legislazione e di regolamenti dove la legge, i regolamenti tentano di correre dietro allo svolgersi delle cose, però mantenendo questo loro impianto, qualcosa che fissa per un po’ di tempo una stabilità. È significativo di un’accelerazione che rende questi grandi nuclei simbolici e concettuali precari e in un certo senso sempre più fatti a pezzi e riusati come materiali di spoglio dentro una nuova realtà che non trova più nelle loro matrici logiche il luogo di una propria interpretazione, di un proprio governo.
In un certo senso quindi siamo pieni di reperti novecenteschi, a cominciare dal fatto che chi parla è senz’altro un reperto novecentesco, perché è nato negli ultimi anni della prima metà del secolo scorso, e continua a esser qui a tentare un po’ velleitariamente di pensare. Ingrediente anche lui di un mondo che forse lo sopravanza. Anzi, come fisionomia sociologica, socioculturale, senz’altro. Poi, come possiamo dire… le vicissitudini del pensiero possono anche aprire in direzione di una temporalità diversa da quella storica.
FP
Cos’è per te Europa? La tua Europa è l’Europa che vediamo oggi?
AB
Riflettendo negli ultimi anni su questo tema – ho tenuto anche alcuni corsi, non sto a specificare come… detto così, ovviamente, l’idea di tenere un corso sull’Europa fa pensare all’opportunità dell’ingresso in campo di qualche infermiere dell’ospedale psichiatrico –, mi è parso che la cosa importante fosse concepire l’Europa come un filtro attraverso cui pensare. E a sua volta, se vogliamo, una categoria ermeneutica. Quindi qualcosa che ha una sua forte singolarità, ma una sua estrema refrattarietà a darsi dei veri confini. In un certo senso si potrebbe dire che un modo di concepire l’Europa è concepirla come una macro-comunità di discorso. Forse quando l’Europa è stata nel bene e nel male massimamente l’Europa – anche qui molto ci sarebbe da obiettare –, intendo dire la seconda modernità, dalla Rivoluzione francese in poi, l’età delle Costituzioni, di cui un po’ parlavamo prima, l’Europa era una pluralità di culture e di lingue che in un certo senso, pur con competizioni violente, si ritenevano e soprattutto si vivevano come reciprocamente necessarie. Qualcosa che in una forma riduttiva potrebbe portare il nome, caro a Carl Schmitt, di jus publicum europeum:2 un sistema di rapporti tra nazioni e Stati che, spesso col sacrificio di alcune realtà colpevolmente ritenute minori, era però costituito da entità oltre una certa soglia non comprimibili. Insomma, se c’è uno scontro tra la Francia, la Russia o la Germania che dir si voglia, potevano ballare l’Alsazia e la Lorena, ma la Francia restava la Francia, la Germania restava la Germania. Vi era un sistema di corrispondenze tra anatomie, per chiarirle così, sociali, culturali e giuridiche su cui era fondato il dialogo e il rispetto reciproco. Tanto è vero che su questo è anche fondata quella distillazione frazionata del mondo che, simbioticamente alla grande trasformazione economico-industriale, ha prodotto il fenomeno del colonialismo imperialista.
Se ci pensiamo, il mondo è stato diviso tra realtà che culturalmente figuravano nelle nostre tradizioni premoderne e che in qualche modo presentavano bene o male qualcosa a cui noi potessimo fare corrispondere le articolazioni fondamentali della nostra civiltà. Qualcosa che si può chiamare “religione”, anche se è una roba diversa dalla nostra; qualcosa che si può chiamare “diritto”; qualcosa che si può chiamare “economia”; qualcosa che si può chiamare “letteratura” o “musica”. Certo, testimonianze di uno stadio meno evoluto… insomma, penso alla grande, grande e meno scontata di quanto a volte alcuni critici non pensino, filosofia della storia hegeliana. Dopotutto la vera realtà è la realtà dell’adesso, di un mondo che trova il luogo in cui si pensa nel vertice dell’esperienza europea, che in quel caso è la Germania, sempre a un passo tra l’ipernazionalismo e la massima apertura cosmopolita, cosa che non dovrebbe essere dimenticata.
Noi, oggi come oggi, siamo un’Europa che ha rinunciato ad esserci quando la Germania ha rinunciato ad esserci, quando, dopo il disastro del Terzo Reich, la Germania ha ritenuto, concorde il mondo, che dovesse rinunciare alle sue principali ambizioni, per evitare di essere ritenuta pericolosa. La formula cara a Giulio Andreotti, ai prodromi della riunificazione tedesca dopo la caduta del muro, recitava con cinismo cardinalizio romano: “Io voglio così tanto bene alla Germania che ne voglio due.” La divisione tedesca era la rinuncia a questa grande forza centripeta che al cuore dell’Europa proponeva all’Europa di essere massimamente l’Europa, col rischio peraltro di mandarla a sbattere.
Ciò per dire che l’Europa è stata anche questo: un luogo in cui poteva raccogliersi nel presente di un pensiero in atto la totalità del mondo. Forse per essere all’altezza di tale intenzione, bisognava servirla così tanto da superare radicalmente la volontà centripeta che immediatamente diventava conservatrice di questo atteggiamento. Voglio dire, forse conquistare il mondo trasformandolo in una serie di colonie può anche essere una grande impresa innovativa per tutti; conservare le proprie colonie è sfruttamento, conservatorismo e spesso esempio di quell’umanesimo omicida di cui si era parlato.3 Insomma, superare quell’esaltazione della civiltà che prevede che vengano fatti a pezzi tizi troppo poco civili, e che la loro funzione nel mondo venga vista come quella di alimentare, per quegli aspetti che possono sembrare utili, la crescita economica e sociale dei paesi colonizzatori.
Per il momento, come possiamo dire… l’idea del business as usual sembra la grande stella polare. E se di tanto in tanto si pensa a dei cambiamenti di rotta, sono i cambiamenti di rotta ritenuti necessari per andare esattamente in questa direzione. Cosa cambiare per poter continuare a fare tutto sommato quello che si è fatto sempre? Non è una grande prospettiva, per ora.
FP
Hai scritto poco, il tuo rapporto con la parola è ed è stato principalmente orale. Credo, fra l’altro, ciò sia legato all’attenzione che porti al darsi della realtà come evento; all’attenzione che hai sempre portato al dinamismo, prima che al sistema, in pensiero; alla presenza e al presente della parola e del pensiero come il tempo che è loro. Cos’è per te “parola”?
AB
Sì, ho scritto molto poco e tanto meno scrivo adesso. Devo dire che il mio rapporto con la scrittura è stato un rapporto molto esigente e anche paradossalmente centrale, nel senso che – ma adesso non val tanto la pena di parlare di una vicenda così poco significativa – le mie sono scritture implose, dove spesso non ero capace di resistere alle esigenze di produrre una concentrazione che catturasse una serie di riferimenti, di nessi, di ordini discorsivi, esterni apparentemente rispetto a quello che avrei dovuto privilegiare, e che finivano per sembrarmi indispensabili, creando una sintassi complicata e tortuosa, e caricando sostantivi e aggettivi di distorsioni semantiche, finalizzate a catturare come allusioni, allusioni spesso anche difficilmente percettibili, intere dimensioni di discorso che per un verso non si potevano ritenere interne a quello che stavo producendo, e per un altro mi sembrava indispensabile vi figurassero. Ho scritto poco perché sostenevo poco la fatica di una scrittura che mi faceva un po’ esplodere, ecco.
L’intervento orale comporta in sé delle grandi esenzioni. Cioè mentre si sta parlando, e si sta parlando con qualcuno, bisogna che il flusso di parole sia relativamente costante, e questo giustifica che tutta una serie di sviluppi laterali, quelli che gonfiano normalmente così tanto la mia sintassi scritta, possano cadere senza sofferenze immediate e senza blocchi. Devo dire che anche così, spesso, la mia argomentazione è risultata, magari improvvidamente, piena di anfratti in cui si incapsulavano discorsi che potevano figurare, in quanto dicevo, solo come allusioni, come digressioni. Ma, per dirla alla Valéry, si può e a volte si deve divagare, purché lo si faccia seriamente,4 cioè purché la divagazione si dimostri alla fine non un vezzo o una libertà irresponsabile, ma una necessità di una struttura complessiva, che si realizza soltanto quando non si resta troppo legati a una linearità, irrealistica al fondo.
Ecco, in questo senso sì, la parola è qualcosa che sta accadendo adesso. Ho sempre avuto la sensazione di parlare per coloro che avevo davanti e nello stesso tempo non ho mai ritenuto che coloro che avevo davanti dovessero essere schiacciati su di un profilo socioculturale che io pretendessi di definire. Ho sempre provato a parlare per chiunque volesse ascoltarmi. Ma “chiunque” vuol dire che non tendo a prevedere un particolare tipo di competenze pregresse, un particolare tipo di interessi, una particolare tipologia di prodotto che dovrei fornire per qualcuno che già la dà per scontata in una determinata forma. Non ho mai pensato che ci fossero degli interlocutori troppo poco colti, troppo poco informati, troppo poco intelligenti per capire quello che dicevo. Non ho mai preteso che quello che dicevo venisse considerato necessariamente interessante. Parlavo e parlo per chiunque possa trovare in ciò che dico qualcosa che entri in combinazione con altre sue esperienze, con altri suoi pensieri, favorendo qualcosa, nelle migliori delle ipotesi, che realizzi almeno un po’ un suo desiderio nell’ordine dell’esperienza intellettuale.
Non si può pensare di controllare tutti gli effetti di ciò che si dice. E nello stesso tempo, credo che spesso noi si debba riconoscere che chi ci ascolta è un coautore di ciò che stiamo dicendo. La sua presenza, anche se è una presenza silenziosa, stimola una selezione di sviluppi del discorso diversa da quella che probabilmente avremmo dato al nostro discorso in una circostanza diversa. Ripeto, non parlo proponendo un format precostituito, ma tento sempre di capire dall’atteggiamento di chi mi ascolta se per caso non potrebbero esserci sviluppi, legati a ciò che comunque io penso, che potrebbero creare una situazione di maggiore intensità e scambio. Non ho obiettivi di convincimento, solo quello di portare la manifestazione di un pensiero ad un grado di elaborazione a cui probabilmente non si arriverebbe se non fossi costretto a parlarne con qualcuno. E questo è ciò che in qualche modo offro a chi mi fa il favore di ascoltarmi.
Dopodiché, sulla parola molto potrebbe essere adesso detto – è un po’ comico dire che molto si può dire sulla parola… Ma potrebbe essere affidato a un commento su di un sermone di Meister Eckhart. Già, effettivamente la parola nasce da me, circola e poi ritorna in qualche modo in me, o meglio: è nello stesso tempo anche sempre in me, avrebbe detto il Nostro.5 E su questo, che riguarda tutto sommato il nostro “essere un parlessere”, direbbe Lacan, si potrebbe dire molto, o lasciar trasparire molto.
- https://www.adonebrandalise.it ↩︎
- Cfr. Carl Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», a cura di F. Volpi, trad. di E. Castrucci, Adelphi, Milano 1991. ↩︎
- Vedi PARTE I. ↩︎
- Cfr. Paul Valéry, Préface aux Lettres Persanes : “Je vais divaguer sérieusement…”, in Id., Œuvres, IV, Gallimard, Paris 1931. ↩︎
- Meister Eckhart, Praedica Verbum: “È cosa mirabile che qualcosa fluisca all’esterno e tuttavia permanga all’interno. Che la parola esca all’esterno e tuttavia rimanga all’interno è davvero meraviglioso. Altrettanto lo è il fatto che tutte le creature fluiscano all’esterno e tuttavia permangano all’interno…”, in Id., Sermoni, a cura di M. Vannini, Paoline, Milano 2002, p. 273. ↩︎