Il monaco errante Han Shan (Montagna fredda) visse a cavallo del VII e dell’VIII secolo. Gli è attribuita la raccolta Hanshan shi, composta di poesie scritte tra il VII e il X secolo. Sospeso tra storia e leggenda, questo classico della poesia cinese inaugura la rubrica BANDELLE, albergo di voci inaudite.
In italiano:
Han Shan, Montagna fredda, a cura di Anna Bujatti, prefazione di Gian Carlo Calza, Tararà, Verbania 2013.
Lo sguardo fisso al semaforo rosso dell’avenue du Maine, l’altra notte, mi sono tornati in mente alcuni versi di Hanshan:
«Sprono il mio cavallo all’interno della città morta
E la città morta mi spinge a fantasticare
Nel labirinto di intricate nicchie
Vecchi mausolei, modeste tombe
Solitaria e fuggitiva trascorre un’ombra.
Il vecchio albero canta un lamento funebre
E io penso a tutte quelle ossa
Decomposta eredità di epoche che furono.»
Ricordo che esisteva una seconda traduzione, forse più stretta all’originale, suonava all’incirca così:
«Al trotto per le vie della città abbandonata
La città abbandonata mi commuove
Le nicchie alte e quelle basse
Le vecchie tombe, quelle imponenti e quelle più piccole
Ondeggia l’ombra dell’albero solitario
Da tempo, qui, il suono del legno si è come solidificato
E io sospiro sulle ossa sparse
Le storie degli immortali non hanno più nome.»
Sull’interminabile tapis roulant di Montparnasse, ripenso a Roberto Cazzola che, con dizione impassibile, mi insegnava il greco traducendo Omero alla lettera. Restituita mot à mot, la poesia di Hanshan (che compose questi versi parecchi decenni dopo essere morto) dice questo:
«Avanzare cavallo abbandonata città
Abbandonata città suscita visitatore commozione
Alte basse antiche nicchie
Grandi piccole vecchie tombe
Da sola s’agita ombra albero solitario
Da tempo solidificarsi legno di cimitero voce
Sospirare su tutte le ossa comuni
Immortali storia ancora più non avere nome.»
I versi di «Montagna fredda» (questo era il suo soprannome) si dispongono in una unità comprensibile in un batter di ciglio da chiunque parli la sua lingua. Guidato dall’intuizione, io devo invece attraversare i secoli per penetrare nella scena che questo monaco vestito di stracci trascrisse in un pugno di versi riverberanti.
«Sprono il mio ronzino per le vie della città abbandonata
E questa città lasciata da chiunque mi mette i brividi
Oltrepasso nicchie scavate ad altezza d’uomo, altre più basse
Tombe sfarzose e tumuli miserabili
Più lontano freme l’ombra di un albero
La voce del legno, nel cimitero, è ormai indurita dal tempo.
Tutte queste ossa messe insieme mi commuovono
La storia degli immortali qui non ha più nome.»
Adesso sono sulla linea 12, le mani bruciate dal gelo, in viaggio verso il Nord. Il mio vagone è deserto come la città attraversata a cavallo da Hanshan.
«Cavalco per le vie della città vuota
Lasciata da tutti, questa città mi dà i brividi
Nicchie basse e nicchie alte
Tombe monumentali e tumuli di pezzenti
L’ombra di un albero sembra mossa da una mano invisibile
Nel cimitero la voce del legno è indurita dai secoli
E le ossa, che immagino abbracciate tra loro, mi tolgono il respiro
Anonima è la storia immortale di questa gente.»
Ma qualcosa ancora mi sfugge. La visione rimane indistinta, come dietro a un vetro appannato.
«A cavallo per le strade della città deserta
Mi sento abbandonato come questa città abbandonata
A destra una nicchia bassa, a sinistra una più alta
Ecco una tomba monumentale e poi, poco più in là, un tumulo scalcinato
Un soffio di vento agita l’ombra dell’unico albero
Nel cimitero il legno ha una voce ormai inflessibile
E le ossa che qui si sono mescolate mi straziano il cuore
La storia di questi sepolti è immortale, ma senza più nome.»
Nella rarefazione del verso non riesco ancora a scorgere il viso di quel cavaliere solitario. Così gli presto il mio, e la riscrivo alla mia maniera:
«Ma cosa ci faccio a cavallo per le vie di una città deserta?
Questa città lasciata da tutti mi fa accapponare la pelle
Nicchie scoperchiate, alcune modeste, altre imponenti
La tomba sfarzosa di un nobile accanto a quella scassata di un mentecatto
Una fronda spostata dal vento basta a farmi sussultare
Giunto al cimitero, la dura eco del legno si insinua in me
E il pensiero delle ossa qui mescolate mi scalda gli occhi
I nomi di questi morti il tempo li ha cancellati, ma loro sono immortali.»
Sapere che sto giocando con questa poesia a partire dal ricordo di una versione inglese, farebbe ridere a crepapelle Montagna Fredda. Limpida come un’allucinazione, rivedo la smorfia di ilarità di un suo ritratto leggendario. Potrei continuare a tradurlo fino domani all’alba, fino a Perpignan, se la metro arrivasse a Perpignan. E nessuna delle mie versioni sfiorerebbe l’originale. Eppure, sbucato alla stazione Marx Dormoy, so che mi bastano pochi passi per raggiungere il cavallo che mi condurrà in quella città abbandonata, fra i versi di una poesia che un eremita chiamato Hanshan non ha mai scritto.
Giulio Minghini