MI HANNO CHIAMATO L’OSCURO E ABITAVO IL FULGORE







Strofe II
Dal Comandante d’astri e di navigazione

Dal Comandante d’astri e di navigazione:

“Mi hanno chiamato l’Oscuro, e la mia parola era di mare.
L’anno di cui parlo è il più grande Anno; il Mare su cui interrogo è il più grande Mare.
Riverenza alla tua riva, demenza, o Mare maggiore del desio…
La condizione terrestre è miserabile, ma il mio avere immenso sui mari, e il mio profitto incalcolabile sulle tavole d’oltremare.

Una sera popolata di specie luminose
Ci tiene sul ciglio delle grandi Acque, come sul ciglio del suo antro la Mangiatrice di malve,
Colei che i vecchi Piloti in vesti di bianca pelle
E i loro lunghi uomini di ventura portatori di armatura e di scritti, nei pressi dello scoglio nero, illustrato di cupole, sono soliti salutare con devota ovazione.

Seguirvi, Contabili! e voi, Comandanti del numero,
Divinità più furtive e infide di quanto lo sia, innanzi l’alba, la pirateria di mare?
Gli aggiotatori di mare s’impegnano felici
In lontane speculazioni: i bilanci si aprono, innumerevoli, al fuoco delle linee verticali…

Più dell’Anno detto eliaco nei suoi mille e migliaia di millenni aperto,
Totale il Mare mi circonda. L’abisso infame mi è delizia, e divina l’immersione.
E la stella apolide incede sulle alture del verde Secolo,
E la mia prerogativa sui mari è sognare per voi questo sogno del reale… Mi hanno chiamato l’Oscuro e abitavo il fulgore.”


*

“Segreto del mondo, fatti avanti! E che venga l’ora in cui la barra
Ci sia infine tolta di mano!… Ho visto scivolare nell’olio santo i grandi oboli grondanti dell’orologeria celeste,
Grandi palmi amabili mi aprivano le vie del sogno insaziabile,
E la visione non mi ha impaurito, ma assicurandomi agevolmente nel trasalimento, tengo l’occhio aperto all’immenso favore, e nell’adulazione.

Soglia della conoscenza! presoglia del fulgore… Fumi di un vino che mi ha visto nascere, né qui fu pigiato.
Il mare stesso come un’improvvisa ovazione! Conciliatore, o Mare, e sola intercessione!… Un grido di uccello sugli scogli, la brezza in corsa al suo uffizio,
E l’ombra passa di una vela alle soglie del sogno…
Dico che un astro spezza le sue catene nelle stalle del Cielo. E la Stella apolide incede sulle alture del verde Secolo. Mi hanno chiamato l’Oscuro e la mia parola era di mare.”


*

“Riverenza al tuo dire, o Pilota. Né ciò è per l’occhio di carne.
Né per l’occhio bianco ciliato di rosso dipinto sulla frisata dei vascelli. La mia sorte è nell’adulazione della sera e nell’ebbrezza azzurro d’argo su cui corre l’alito profetico, come la fiamma verde tra la flora costiera.
Dèi! Nessun bisogno di aromi o di essenze sui fornelli di ferro in capo ai promontori
Per vedere passare innanzi il giorno, e sotto la sua apertura velica, al passo della sua femminilità, l’alba deliaca in marcia sulle acque…

– Tutte cose dette nella sera e nell’adulazione della sera.
E tu che sai, Sogno increato, ed io, creato, che non so, che altro facciamo su queste rive, se non disporre insieme le nostre trappole per la notte?
E Quelle che immergono nella notte, in capo alle cupole delle isole,
Le loro grandi urne cinte con braccio nudo, che fanno, o devote, di diverso da noi?… Mi hanno chiamato l’Oscuro e abitavo il fulgore.”