ELEONAS PER PRINCIPIANTI



Se mai capiti ad Atene, stai alla larga dal quartiere di Eleonas. Corri al Pireo e prendi la prima nave che capita, oppure dormi. Puoi anche salire sull’Acropoli e restarci, per quel che mi cambia. Ma se ci tieni proprio, se vuoi a tutti i costi fare un giro a Eleonas, guardati bene dall’andare al mercato di Eleonas. Resta all’uscita della metropolitana, sotto la pioggia sottile di ottobre, a studiare attentamente la città che finisce in una periferia analfabeta. Se ti avanza, accenditi una Karelia filter, e stai lì a fumare un quarto d’ora. Spedisci messaggi molto erotici a un numero inventato lì per lì, altri ribollenti di invettive, altri ancora del tutto vuoti. Poi ritorna sui tuoi passi. Ritorna in infanzia, intendo, e vai dritto a Eleonas, filato a Eleonas vai. Vai a giocare al mercato degli zingari. Saranno trecento metri, dopo che, d’un passo spedito, hai guadato la strada. Vedi il capannone laggiù? Non ti puoi sbagliare. Entra. Dentro il bazar di Eleonas c’è odore di tutto. O meglio: tutti gli odori si sono mescolati in un unico odore oceanico e chiuso. Se non cerchi nulla in particolare, qui troverai quel che non sospettavi e che ti attendeva con calcolata impazienza. In una penombra che assomiglia a quella dei sogni, ogni oggetto ti chiama a sé. È un concerto ostinato e discordante che può provocare il capogiro, ti avverto.

Per primo ti si avvicina un microscopio. Se guardi con attenzione in fondo alla lente incrinata, ti puoi vedere come tua madre ti vedeva all’adolescenza (assente sempre ingiustificato, teatrale all’eccesso, già in fuga), allora ti allontani di scatto. Per terra, in una scatola di ferro, un mazzo di foto in bianco e nero. Sono tutte allegre e sbagliate. Una giovane greca, forse all’inizio degli anni Cinquanta, languidamente distesa sulla spiaggia, il braccio destro sotto il capo. Ha gli occhi chiusi, ma non sta dormendo. Sotto le ascelle si intravede una foresta buia in cui ti perderesti senza paura. Vorresti respirare l’odore di quelle ascelle, che è forse l’odore di Salonicco nel mese di giugno, vorresti nutrirti di quell’odore acuto e lontano, ma quell’odore è perduto, come quelle ascelle, come il nome della ragazza, che nessuno pronuncerà più. Perduto come un giorno trascorso lontano da Eleonas, se ci pensi bene.

Cosa scegliere, se non tutto, ti domandi scorgendo una toga da magistrato appesa lassù (ma perché così in alto?). Maglie di terza divisione del campionato ellenico, Tarzan che avvinghia il leone sulla copertina sbiadita di un fumetto, il poster di un antico concerto rebetiko, un portacipria a motivi orientali, tre scimitarre di plastica identiche, qualche anello da nonna, un’iconcina scrostata alla perfezione. E poi un occhio di stagno che ti fissa da un lontano indicibile, un ex voto arrivato su quella tavola da chissà quale chiesa neanche sconsacrata.  In un quadro due pinguini si scambiano uno sguardo perplesso, e tu lo restituisci ai pinguini. Servono pinne? Abbiamo pinne come nuove, ti assicura il mercante. Qualunque oggetto è maneggiato con meravigliosa incuria, a Eleonas.
Più in là, sfogli l’album di foto che racconta un matrimonio recente, e per qualche monetina ti porti via la sposa ritratta di profilo davanti all’altare (a casa, con calma, le sceglierai un nome). Cosa non comprare, cosa non salvare se non tutto, come per ricreare una minuscola Eleonas chez soi? Un labirinto decorato con ammennicoli dai destini più disparati e incogniti. Un museo inevitabilmente minore e per forza infrequentabile.
Perché Eleonas è l’enciclopedia delle eredità involontarie, dei residui negletti e spesso inservibili che hai voglia di venerare come reliquie. Qui arrivano le case dei morti, e le loro casse, è l’ultimo trasloco prima della dispersione definitiva. Qui precipitano le vite esaurite, disgregate, senza più corde vocali. Qui, nel negoziare aspro e incessante, si digerisce quel che rimane. Dove vivere se non dentro questo esauriente magazzino di relitti? Quel che è stato fabbricato fino a qui basta e avanza, ti spiega ogni bancarella, la produzione mondiale si può arrestare ieri stesso.

A forza di battere gli affollati passaggi del mercato, a forza di venire urtato da collezionisti occhialuti e arcigni, ignorato da altermondialiste di Boston, assordato da imbonitori in stato di preoccupante ebrietà, incominci a mancare di ossigeno, e cerchi l’uscita. Fuori, sotto la medesima pioggia scostante, una distesa di detriti, quasi una discarica rasoterra. Pochissima voglia di raccogliere la sparuta mercanzia, gli zigani hanno lasciato tutto. Qualcos’altro da spacciare lo troveranno di sicuro, per domenica prossima. Altre case in lutto, altri cassonetti indagati da cima a fondo, altri furti di poco conto. Tutto appartiene a chiunque, allora ti avvicini. Inoltri la mano, cerchi quel che i precedenti non hanno notato. A un certo punto indovini una giacca di ammiraglio, e la strappi al mucchio. La dispieghi, forse la annusi, poi la infili. Ecco Salgari, ecco Conrad. Eccoti sul ponte, al comando di una flotta invisibile. Verso quale nostalgia vuoi salpare?
Chiedi qualcosa a una tipina che ha farcito la borsa di vecchie foto estratte da un cartone. Ma lei si volta, ti fissa un istante e non risponde, proprio come questi oggetti che, spaiati e mesti, si offrono tacendo. Allora giri e rigiri, poi ritorni indietro, guardi ancora, guardi meglio, tallonato da altri rapaci che, come te, frugano tra gli stracci umidi e i manuali di economia rammolliti

Ma perché ti trovi a Eleonas? Quale irresistibile vento mentale ti ha spinto fino a qui? Tutto questo prendere o lasciare, tutto questo frugare dentro vite sconosciute, tutto questo vagheggiare senza capo né coda è demenza purissima. No, per oggi può bastare, ti dici incamminandoti verso la metropolitana. Ma non appena hai messo un piede fuori dal cerchio magico di Eleonas, non appena hai voltato le spalle ai musi lividi dei rari rimasti, lo capisci una volta per tutte: si scappa da Eleonas solo per poter un giorno, vivi o morti, ritornare a Eleonas.






Giulio Minghini