Massi erratici: blocchi rocciosi, talvolta di considerevoli dimensioni o di forma bizzarra, che, trasportati dai ghiacciai, vengono abbandonati, allorché questi si ritirano, più o meno lontano dai loro luoghi di origine.
Monoteismo è un termine improprio, meglio sarebbe descrivere Cristianesimo, Giudaismo, Islam con il nome di esclusivismo. Se accomuniamo sotto una stessa dicitura queste tre tradizioni, è perché quanto al loro presupposto dottrinale esse ne formano una, in cui la dialettica interreligiosa serve a reggere la scena storica e metafisica che le tre condividono e ne permette la reciproca sopravvivenza sociale, politica, economica.
Anche politeismo è un termine improprio. Il politeismo è semplicemente la normalità religiosa. D’un canto perché solo l’Assoluto non è relativo, non conosce relazione, non è quindi nominabile né pregabile, mentre tutto il resto, anche il divino e gli dèi, vive nel dominio della relazione, del sacrificio e della preghiera, cioè nel dominio del molteplice. D’altro canto il monoteismo nel culto è un’aberrazione di fatto, perché in pratica impossibile: Santa Rosalia a Palermo è più importante della Madonna, Mosè è invocato contro un muro, la Kaaba va toccata. Cultualmente il “politeismo” è la norma e sopravvive perfino in ambito monoteista, perché la liturgia è operata fisicamente dall’uomo e l’uomo è in simbiosi con i mondi in cui è calato, la sua mente riflette tale molteplicità, paesaggi varissimi, che generano suoni e gesti propri a ogni comunità, anche quelli con cui chiamare il divino, che permeano il modo in cui il divino si manifesta.
Monoteismo è un termine filosofico. L’apice di molta tradizione occidentale è in certo senso monoteista, cioè vede nell’Uno il vertice del ragionamento metafisico. Questa unità totale venne espressa in termini teologici fino a una certa altezza in Grecia, nel nome di Zeus, fino alla crisi democratica ateniese, se ancora Eschilo può far dire al suo coro:
Zeus, chi sa chi sia… forse
così ama sentirsi invocare
e io questo nome gli do, supplicando.
Non trovo confronti con Zeus,
eppure tutto ho pesato…[1]
Poi giunge Platone, il Giano greco, che guarda ai sapienti antichi come ai familiari della verità, mentre trascrive un linguaggio, la dialettica, che nel suo travisamento e irrigidimento posteriore avrebbe coperto la strada a quella saggezza sintetica, orale, intuitiva, a favore di un agone analitico, sillogizzante, scritturocentrico. Ma senza Platone capiremmo poco della follia divina che è la sapienza. Platone è una porta che va percorsa al contrario, dal futuro al passato, verso il prima della tecnica chiamata filosofia.[2]
Nella tecnica filosofica in cui si rinnova la teologia il dio supremo è chiamato Uno, nome conservato ai platonici dell’Impero romano e che passerà alla discussione teologica medievale. E infatti l’Olimpo è ora un simposio, quando visualizziamo interiormente l’armonia degli elementi del cosmo, ora una piramide, quando riflettiamo sul principio del tutto. All’apice della piramide è Zeus, l’Uno, oppure un punto che non ha estensione, che quindi non ha espressione né nome, che non è nemmeno un dio. Sicché ci sono cose che è bene tacere: persino il padre degli dèi intrattiene rapporti subalterni con Ananke, la Necessità.
A questo, al taciuto e all’inafferrabile, accenna la tradizione orfica, quando narra che Dioniso si guarda allo specchio e vede il mondo.[3] Il mondo è il riflesso di un dio. Quando noi lo guardiamo, guardiamo il riflesso di un dio. Se il mondo è intimamente divino, il nostro rapporto con esso non è se non religioso. Il sacrificio è l’atto religioso in cui l’uomo rappresenta a se stesso in che modo ciò che è continui a essere, attraverso la metamorfosi, che è un assumere l’altrui forma e offrire la propria. Così nei miti Dioniso è carnefice e vittima insieme, sbrana ed è sbranato. Questo anche dice il mito dello specchio: specchiandosi, l’immortale uccide la morte che è la materia, così il mondo è non solo sé ma è anche riflesso, è anche divino; ma il mondo, nella sua intrinseca molteplicità, fa in pezzi l’unità del dio.
Per una mente che vede nel mondo il riflesso del dio, comportarsi religiosamente è un’evidenza: devi mangiare, ma come uccidi l’animale, come cogli la pianta, come stacchi il frutto, questo fa di te un alunno di dèi o un consimile di vermi. Chi impara che il mondo è esilio da dio, può credere che il mondo sia un altro cui dio ha sovraordinato con se stesso la sua immagine nell’uomo. Nulla qui è divino, se non l’immagine di un’ipotesi antropomorfica trascendentale. Da traduttori della sapienza latina e greca, Cattolici e Ortodossi conservano il simbolo del sacrificio nella comunione, oggetto di scandalo per i Protestanti che predicano un Cristianesimo epurato dell’elemento greco-latino, mentre Giudaismo e Islam sono coerentemente sia iconoclasti che privi di ufficio sacrificale.
È dunque l’atteggiamento esclusivista più che il risultato cogitativo monoteista che indica la criticità embrionale delle tradizioni abramitiche. Esclusivismo cristiano, come eccezionalità storica: dio è eterno e ha aspettato un certo momento per salvare il mondo? Dio ha creato tutto, e suo figlio non è chiunque? Esclusivismo giudaico, come elezione genetica: dio fa distinzioni perché è distinto, lui che è unico? Lo spirito è un liquido che si passa per tubazioni, da trasmettersi per seme?[4] Esclusivismo mussulmano, come sigillo della profezia: una parola, cioè una forma limitata, può sigillare l’espressione di ciò che non ha limite?
Già lo aveva notato Celso nel II secolo:
I più ragionevoli fra i Giudei e i Cristiani si vergognano di queste storie e cercano di dare loro un’interpretazione allegorica.[5]
Ma dunque sarebbe questa la spinta alla nostra millenaria esegesi, all’ermeneutica, la “vergogna”? “Vergogna” di aver ricevuto storie insensate?
V’è sempre stata in Occidente una forma riservata di religiosità, l’iniziazione. Nell’Induismo tutti, dal ciabattino al re, sanno che ci si può liberare dall’illusione in questa stessa vita, e che alcuni liberati-in-vita calpestano il suolo della grande penisola. In Europa ciò non fu mai pubblicato e si costituì un duopolio, l’esoterismo (iniziazione, misteri) e l’essoterismo (santuari, sacrifici). È una struttura che i monoteismi hanno ereditato dai precedenti sistemi religiosi mediterranei. Nelle tradizioni basate su una rivelazione scritta, l’esoterismo fu, e forse in qualche monastero orientale è ancora, il rifugio di chi crede non perché è assurdo, ma perché ragiona, che accetta il quadro religioso dato perché portatore di un certo ordine esteriore, e che provando l’allegoria del testo si convince che il testo va abbandonato. Anche a ciò fa pensare la frase apicale del pensiero metafisico cristiano d’occidente, per bocca di Maestro Eckhart:
Preghiamo Dio perché ci liberi da Dio.[6]
Lo dice in maniera inequivocabile Krishna:
Per il sapiente i Veda sono come un pozzo in un’inondazione.[7]
E Platone ai suoi e a chi può capire:
…si consideri che, se si vedono opere scritte da qualcuno … per l’autore non erano esse le più serie, se egli stesso è serio…[8]
Perché il testo non serve la rivelazione, ma il suo possesso.
Dunque, vi sono due livelli da tenere distinti: il difetto congenito della mentalità monoteista; il degradarsi della stessa durante il nostro evo nell’irreligiosità. L’esclusivismo è il difetto congenito cui abbiamo accennato. Tale mentalità ha incontrato il favore di certe pulsioni sentimentali della società tardoimperiale (si pensi all’assistenzialismo cristiano[9]), rappresentando uno scadimento intellettivo rispetto alla tradizione greco-latina (confusione dolosa tra metafisica e storia). Si è poi attuato un processo di degradazione, decisivo per l’oggi, dei tre monoteismi, che non ha avuto né avrà inversione, dato che sono tutti fondati sulla primazia della rivelazione, scritta una volta per tutte, ricevuta dai loro capi carismatici, Mosè, Gesù, Maometto.
La storia occidentale, e ormai mondiale, è incardinata sul processo di secolarizzazione e di pervertimento[10] del monoteismo. I tempi e i modi sono diversi per i tre quadri del “retablo”, ma il processo ha una fine comune. Perso il monachesimo, il cristianesimo occidentale è divenuto esteriore. La superficialità intellettuale porta alla codardia interiore, come quella odierna papalina rispetto al genocidio dei Palestinesi. La tradizione giudaica è compromessa a rigore dal ritorno di Babilonia e poi dalla caduta del Tempio, con la perdita della casta sacerdotale levitica e l’avvento del rabbinismo e della sua fossilizzazione scritturocentrica. Per ultima, la tradizione islamica vede il trionfo della vena legalista e moralista, mentre Sufi e mistici scompaiono di scena.
Siamo, in Occidente, come Odisseo nella caverna di Polifemo. Polifemo ha un occhio solo, la prospettiva gli è impedita. Così è il monoteismo, monoculare. Di qui, da questa mancanza di biocularità, da questa mancanza di prospettiva e profondità, la sua durezza di spirito, il suo successo nel mondo materiale, e il suo divenire storicamente, fino a tradirsi totalmente, dedito alla sola carne. Abbiamo allegorizzato, perché l’intelligenza si è potuta esercitare soltanto a occhio chiuso, perché presentivamo che un occhio solo, per quanto aperto, è falso e bugiardo; mentre due occhi aperti vedono la divina profondità nel mondo. Il Ciclope è dedito a pascolare, a ingrandire il suo gregge, per poi sbranarlo. Il Ciclope è dedito alla materia: vuole mangiare e sollazzarsi e riprodurre le possibilità di sfogo del proprio istinto. Mangiate e riproducetevi. Il Ciclope tiene Odisseo in fondo alla grotta. Odisseo è il sapere greco-latino, tenuto in un canto, in una bacheca, museificato. Odisseo è l’anima, la nostra anima,[11] nel suo lungo viaggio di ritorno e di liberazione: Tiresia narra al re di Itaca che dovrà camminare verso nord, fino a gente che non riconosca il remo che porta sulla spalla, gente che non sa il mare, che non sa il divenire, gente che vive nell’essere, libera dalla catena di rinascite e rimorti, e lì l’anima-Odisseo sarà libera. Ora è prigioniera del principe della materia.
Siamo noi, i prigionieri di questa ideologia, mentalità superstite di agonizzanti religioni, superstizione in senso proprio, che ritiene sacro questo verso e lo attua:
Beato chi afferra i tuoi bimbi e li sfracella sulla roccia.[12]
Cavare l’occhio al Ciclope è il primo passo per uscire dalla grotta e lasciarvi chi si contenta di grasso e sangue.
Federico Pietrobelli
Note:
[1] Eschilo, Agamennone, vv. 160-164, trad. di Ezio Savinio, in Id., Orestea, Garzanti, Milano 1989.
[2] Cfr. Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1975.
[3] Cfr. Id., La Sapienza greca, I, Adelphi, Milano 1977, p. 43. Si veda anche Id., Filosofia dell’espressione, Adelphi, Milano 1969, p. 52: “Lo specchio non soltanto è un’indicazione della natura illusoria del mondo, ma dalla nascita di questo esclude ogni idea di creazione, di volontà, di azione. Tutto è fermo: la vita e il fondo della vita sono un dio che si guarda allo specchio.”
[4] Platone, Simposio, 175d: “Che spettacolo, Agatone, se la sapienza fluisse da chi ne è più pieno a chi ne è più vuoto, come per l’acqua tra i calici, che attraverso un filo di lana scorre da quello più pieno al più vuoto.”
[5] Celso, Il discorso vero, a cura di G. Lanata, Adelphi, Milano 1987, IV, 48.
[6] Meister Eckhart, Beati pauperes spiritu – Die Predigten, LII (in it.: Sermoni tedeschi).
[7] Bhagavadgītā, II, 46.
[8] Platone, Lettere, VII, 344c-d.
[9] Si veda ad es. Id., Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet, Macerata 2008.
[10] Concetto introdotto e analizzato estesamente da Ivan Illich per il Cristianesimo. Si veda sempre ad es. Id., Pervertimento del cristianesimo, cit.
[11] Cfr. Porfirio, L’antro delle Ninfe, a cura di Laura Simonini, Adelphi, Milano 1986.
[12] Salmi, 137, v. 9.
Immagine: Odilon Redon, Les cyclopes, 1914.