SAGGI ERRATICI – 2. IL NEUTRO E IL RITO TECNICO



Abbiamo ipotizzato, nel primo editoriale,[1] che il neutro sia il genere del moderno. Vorremmo sostenere questa ipotesi dicendo in breve quale ne sia la radice anzitutto metafisica. Essa è il manicheismo. Il manicheismo, nome proprio che utilizziamo quale nome comune, è la credenza in un doppio principio, malefico e benefico. La modernità si struttura attorno a questa parificazione dualista di bene e male, per cui essi si equivalgono, con segni opposti, come un più uno e un meno uno. La loro somma è zero, il nulla. La frase nietzschiana, “al di là del bene e del male”, continuerebbe dunque, per una vulgata interiorizzata dal consesso umano, con “c’è il nulla”. Questo è già stato analizzato da molti come il senso del nichilismo deteriore,[2] che afferma la distruzione senza orizzonte di ricostruzione, se non in forma di fuga perpetua in avanti, e così il transumanesimo vede nell’uomo il nulla da fuggire.
Da un punto di vista tradizionale, il passaggio attraverso l’incredulità totale è codificato ed è in certe vie chiamato “morte” (“morte iniziatica”). È semplice capire come chi voglia compiere un cammino conoscitivo debba sbarazzarsi di tutti i pregiudizi, immagini, simboli ricevuti, per poter capire autonomamente e quindi vitalmente i giudizi, immagini e simboli ricevuti, così ricreandoli nella sua lettura e vita. Infatti “il pane non ha in sé la vita ma vivifica quando è trasformato e convertito in nutrimento grazie alla potenza del vivente”.[3] Per cui il nichilismo, inteso come un momento del cammino in conoscenza, è il fuoco purificatore, che consuma le risposte accolte o formulate arbitrariamente.
Al di là di bene e di male, riconosciuti nel loro dialogo e dunque nella loro relatività, c’è il bene assoluto. È ciò che fece dire al greco che il cosmo è perfetto e al cattolico che Dio è amore. Oltre bene e male c’è solo il bene, il quale solo è reale. Questa intuizione naturale, che è il fulcro dell’espressione delle grandi menti avite, è tuttora naturale, fintantoché la natura nostra non sia completamente mutata. Prima di dire “essere”, noi abbiamo coscienza di essere, e questo essere è un bene di per sé. Sopra questa intuizione si fonda l’edificio simbolico che deve esaltare le mutue complementarità delle forme che partecipano all’essere[4] e permettere alla ragione di argomentare a favore di questo essere e di questo bene. E l’arte prende questo edificio simbolico e lo esprime secondo bellezza per dire che questo essere e questo bene sono degnissimi del nostro gusto.
Nella modernità le ragioni per cui il bene è sommo si sono perdute con la sostituzione sofistica al dio misura di tutto dell’uomo misura di tutte le cose,[5] e tale perdita si è tradotta in due sconvolgimenti che hanno investito il mortale e la sua natura: l’industrializzazione che modifica la creatura e il suo ambiente; e, come detto, la parificazione di bene e male, che in menti fini produce un loro reciproco esautorarsi sul piano morale (e infatti Nietzsche è un grande moralista), e in menti grosse è essenzializzazione dell’altro in quanto male e del noi in quanto bene.
Per avvicinare il primo sconvolgimento, per un cammino apparentemente lungo, ci piace ricordare qualcosa di antico e però vicino: il mito è il contenuto discorsivo di un rito. Ad esempio Persefone è primavera che sorge dal sottomondo, la si prega dunque perché torni e sia generosa di sé. Nel rito l’uomo sacrifica la natura alla divinità. Questo sacrificio della natura è qualificante e positivo, cioè si divinizza sia la natura del sacrificato (una parte dell’animale diventa divina perché mangiata dal dio), sia la natura del sacrificante (l’animale che l’uomo sacrifica e che si divinizza è il suo animale, sia in senso proprio che in senso interiore).
Così la scienza è il contenuto discorsivo del rito tecnico. Nel rito tecnico l’uomo sacrifica la natura all’uomo. Questo sacrificio non è qualificante né positivo. Cioè la natura che viene sacrificata è anche quella umana, quella del sacrificante, senza la contropartita simbolica e dunque intellettualmente aggraziante che è il rapporto con il divino. D’altronde ciò è impossibile in una società come la nostra che ha la società per propria divinità. È un circolo vizioso, e la natura che stiamo distruggendo sul nostro pianeta è uno specchio della distruzione della nostra natura, la quale vive non di solo orizzonte, ma di alterità asimmetriche, che furono ad esempio, quali grandi categorie del pensiero occidentale, l’animale e il dio.
Torniamo qui dunque alla questione del neutro e della simmetria. Neutro e simmetria si danno dove la croce del pensiero che è formata dall’asse metafisico e dall’orizzonte fisico sia ridotta al secondo, col primo dato al rogo delle ideologie. L’uomo odierno accetta rapporti intellettuali orizzontali, benché accetti piramidalità economiche mai esperite nella storia (ed è questo il successo degli usurai al potere). Cioè non vede oltre la società uno spazio di senso, che prima era incontenuto dalla società perché celeste e infero. Si pensava infatti che il senso del nostro vivere ci chiamasse da un aldilà simbolico secondo cui conformare l’aldiquà politico, né si trattava di escatologia, se pensiamo ad esempio a Platone e alle sue idee, il cui ricordo deve guidare la vita qui ed ora. Idee che, per esempio, servono a cogliere l’eternità dell’anima (poiché le vedemmo prima di essere gettati nel mondo), e sono un modo di intrattenere un rapporto qualitativo e non quantitativo col mondo, poiché senza idea di albero, l’albero, in quanto nome comune, è ridotto a una statistica e una media di tutti gli alberi che ho visto (e tale pensiero apre alla quantificazione calcolatrice totale del mondo a cui oggi assistiamo). Verticalità intellettuale e orizzontalità pragmatica si fondono quindi a dare lo spazio di vita dell’uomo, che è obliquo. Non a caso Apollo, il dio della parola e della luce per gli uomini, fu detto il Loxia, l’Obliquo.
Questo piano inclinato declinato in innumeri modi particolari ha trovato espressione nelle etiche umane. Sempre gli uomini tra loro, e gli uomini con l’ambiente e il paesaggio, hanno cercato un equilibrio tra assetti asimmetrici mobili, che sono naturali, poiché l’asimmetria è il proprio della natura. In essa non esiste simmetria totale, che sarebbe invero una stasi e così una morte, poiché verrebbe a mancare ciò che fa nascere un movimento, il dissimile come distanza ovvero spazio necessario al moto. La natura è il regno delle asimmetrie composte in un equilibrio che l’uomo chiama molto giustamente e molto bellamente armonia. Amore nel comporre ciò che una guerra, ossia una dissomiglianza, tende a disunire, che muove insieme sole e stelle. È questa l’asimmetria stessa che sta alla base della nostra intellezione del cosmo, quella tra l’uno e il molteplice, tra l’idea e le cose, tra l’amore centripeto e la guerra centrifuga.
Aggiungiamo ancora questo: come il tempo è un’immagine mobile dell’eterno,[6] così il mito è un’immagine mobile del vero. Eterno e vero sono il centro espresso dal cerchio del tempo e del mito. La storia è la fissazione rettilinea del movimento circolare del mito. Essa dice: negli umani rapporti asimmetrici vi furono e sono ingiustizie dovute all’arbitrarietà della mente schiava di superbia. Per orrore di esse, con levità in chi credeva a una generica uguaglianza degli uomini e con malizia in chi voleva prendere il posto dei superiori, la nostra attitudine è diventata quantificante e parificante, cioè pronta a vedere nell’equazione il modo in cui la giustizia opera. Essa spiega il rigoglio della simmetria nelle questioni del diritto odierne. D’altronde solo una società digitale può concepire modi quantitativi del diritto. La società vernacolare, di cui parlò Ivan Illich,[7] era fondata su asimmetrie costanti ma reciproche, che componevano un equilibrio da mantenersi non in virtù di astrazioni giuridiche, ma con la buona pratica della comunità. La società vernacolare o tradizionale è dunque analogica. Essa conosce maschere fississime e infinite variazioni di carattere. La nostra offre un’infinità di maschere a coprire l’uniformazione totalitaria dei caratteri.
Il tempo in cui viviamo, e che presto passerà, porta quindi il segno della vittoria del pensiero neutrale ovvero del modus pensandi più diffuso e pragmaticamente efficace da qualche secolo a questa parte in Occidente e da qualche decennio nel mondo. Neutro perché neutralizza le asimmetrie naturali e intellettuali in favore di simmetrie astratte in campo legislativo e sanguinose in campo politico, che lasciano belluinamente all’economia l’esclusiva dell’asimmetria e la necessità della naturalità. Simmetrie la cui base metafisica è la parificazione del bene e del male entro il manicheismo postmedievale, e la cui base fisica è data dal rito tecnoscientifico in cui si sacrifica la natura dell’uomo all’uomo, separandolo da sé e dall’intuizione del bene che è il proprio essere.



Federico Pietrobelli




Immagine: Pinax con Persefone e Ade, Locri, santuario di Mannella, V secolo a.C.

Note:

[1] Vd. su questo sito Editoriale.
[2] Vd. su questo sito Dialogo con Francesco Zambon, I parte, ultima risposta.
[3] Meister Eckhart, Sermoni latini, V.2.40, trad. di M. Vannini, Le Lettere, Firenze 2019.
[4] Ivan Illich parla di come l’uomo degli otia si votasse a “celebrare le complementarità reciproche in un universo che scorre costantemente dalle mani di Dio”, nel saggio Lectio divina nell’alta antichità, in La perdita dei sensi, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2009.
[5] Già Platone, in Leggi, IV, 716c, così si esprimeva: “Il dio è per noi misura di tutte le cose, molto di più dell’uomo, come alcuni pensano”.
[6] Si tratta della nota definizione di Platone, Timeo, 37d.
[7] Vd. Ivan Illich, Genere. Per una critica storica dell’uguaglianza, trad. di E. Capriolo, Neri Pozza, Milano 2013, dove l’Autore tratta, secondo l’angolatura concettuale del genere, termini come complementarità, ambiguità, asimmetria, potere, dominazione.