SAGGI ERRATICI – 1. LA COSCIENZA DELLO ZERO











Un cammino secolare porta il manicheismo a emergere dalle vecchie brume settarie e divenire il nuovo sole radiante della politica. Nella forma filosofica del dualismo o in quella pubblica delle divine elezioni classiste, nazionaliste o genotipiche che tramano sinistramente il nostro passato e presente, esso si è scavato un sentiero tra i fronti che ha posto in essere con la sua sola esistenza di trincea, i fronti che nominiamo bene e male.
Siamo oggi a credere nell’esistenza del male in contrapposizione a quella del bene e a pensare che bene e male abbiano lo stesso statuto ontologico ovvero pari essere. Il che ha dell’incredibile per occhi nutriti da una tradizione, quella greco-latina prima, quella latino-cristiana poi, che altro non operò se non articolare gerarchicamente bene e male: l’essere è il bene, il male è sua privazione, la quale addolora del non essere né conoscere il bene.[1] Secoli di filosofia sono scorsi tra scrittoi e templi e cenobi per dire l’essere del bene, per dire l’ignoranza che è il male, per dire che la conoscenza è il bene stesso. La ricaduta morale di questo sillogizzare è evidente: il male è superficie e solo può modificare la superficie.[2] Quale forza allora da un tale pensiero, per chi sia in cerca conoscitiva dell’ottimo, per chi sia immerso nello studio delle profondità dei mondi!
Il peccato originale è ignoranza. Più, secondo tradizione cristiana, una qualche fatica nel conseguire ciò che si ignora.[3] Questo secondo punto è il torpore morale che fa pendere l’uomo dal lato della bassezza a cui lo attira la legge materica della gravità. Grave è chi si concentra sui detriti della psiche (inconscio) come del corpo (deiezioni) o dei sensi (istinto). Grazioso ovvero lievitante è chi si concentra sulla luce e sul suo doppio somatico, gli occhi. Tuttavia il peccato, dal punto di vista intellettuale, è solo ignoranza. È la caverna di Platone. È l’accecamento di Aiace furente per le armi di Achille vinte da Odisseo. Ignorare significa ignorare il bene, poiché bene è conoscere, poiché conoscere è acquisizione non di dati, ma di vicinanza all’essere infinito che sta dentro ogni essere declinato secondo persona e tempo e modo: a ogni sono, a ogni sarai, a ogni fu: tutto ciò non è che essere.
Bene e male sono relati, e che l’uomo debba dire “bene” ne è una prova. Così dire “verità” implica “falsità”, “conoscenza” implica “ignoranza” e via discorrendo. È un’attitudine naturale della mente umana che pensa il mondo per opposizioni, che pensa io e dunque pensa mondo, pensa stesso e dunque pensa altro. Questa è l’entrata, tra parentesi metafisiche, nella fase storica di sapiens, che scopre un prima per vedere un dopo, e perde il proprio ora in cui l’eterno vive. Ma questa entrata, descritta in tante tradizioni come caduta, non è affatto definitiva. Poiché è conosciuta come tale, come caduta, come devianza dal principio naturale, essa sprona l’uomo a tornare alla propria vera natura. È questa cerca benefica che abbisogna di concepire il bene come il termine principiale della realtà, e il male come la prova in cui si è immersi in quanto si è nati, la prova del nostro coraggio.
Si constati nel ciarlare dei dominanti come dei sottomessi l’acuirsi di una tendenza “simmetricista”: al bene e al male sono assegnati parimenti il valore uno. Mentre da tradizione il bene è l’uno e il male è lo zero, l’inesistente che vuole, quando l’uomo lo voglia, distruggere l’esistente. Questa manichea parità di bene e male o dualismo perfetto, questo primigenio schema intellettivo della modernità europea, essendo oggi attivamente il nucleo intellettuale delle società atlantiche, non può non portare distorsioni anche nei campi più esterni del loro vivere, e in particolare nella morale e nel politico.
In morale il risultato concreto dell’aldilà del bene e del male non è stato alcun ritorno all’età dell’oro in cui, non provando o vedendo il male, nemmeno s’aveva bisogno di dire “bene”. Condizione che è spesso descritta come eccellente e umanamente primigenia dai maestri del Tao.[4] Risulta invece il reciproco sottrarsi del bene e del male, dato che si equivalgono. Così l’uomo e le creature tutte e gli enti in genere sono forme omologhe e simmetriche, che si possono sottrarre a vicenda, poiché non esiste natura qualitativamente propria, poiché tutto è ammasso di particelle. Il che vorremmo riassumere, con beneficio d’inventario e rimandando a futuri sviluppi critici, in una formula: il genere del moderno è il neutro.
D’altro canto il terreno politico è stato arato dalla fantasia di uno stato di natura in cui tutti sono contro tutti, timbrata in scienza e inviata alla posta eugenetica dal darwinismo. Il politico ha esitato a usare di questa “naturalità”, fino all’alba del Novecento forse,[5] poiché l’antagonismo totale in fatto di guerra prevede la distruzione totale. Ma anche perché il paradigma dell’uomo non era ancora la natura o meglio un’immaginata natura ferina, né la ragione del sapiens era ridotta a un calcolo previa simbolizzazione a tradurre utilmente l’istinto. Solo allora, quando intendemmo che per l’uomo come per l’animale verità è istinto, fu possibile riprodurre lo stato di natura che il giusnaturalismo e il darwinismo prevedevano. Non più civili (noi) contro barbari (loro), ma: “They are animals!”,[6] frase dove invero si confessa una condizione condivisa.
Veniamo senz’altro al nostro punto finale e dal quale partire per nuovi orizzonti: il collasso spirituale dei tre monoteismi.[7] Infatti il manicheismo fu, sin dal suo affacciarsi sulla scena spirituale occidentale, antitradizionale, e proprio per questo, in fondo, in dialogo simbiotico con la stessa tradizione abramitica che nelle sue pieghe intellettualmente più oscure ne ha permesso l’emergenza e la sopravvivenza. In tale dialogo, il ritirarsi delle intelligenze mistiche e delle autorità spirituali che lo castigarono gli rende l’aria. La sua vittoria segnala ipso facto il declino delle tradizioni che lo ospitarono e combatterono.
Il sionismo ha oggi cancellato il credito di lamento di chi nei propri avi subì ciò che ora infligge ai vivi. Il giudaismo finisce[8] coi rabbini che, a domanda dei generali israeliani, cacciano passi nella Torah che avvallino lo sterminio dei Palestinesi. Qui ormai manca persino il più basilare pudore simbolico che fonda qualsiasi intellezione di un qualsiasi testo detto sacro. L’Islam va eliminando i superstiti della propria vena misterica, come i sufi. L’utilizzo sovversivo del Corano largheggia, nell’oblio del monito maomettano contro chi manipola il testo a proprio vantaggio, chiaro accenno alle distorsioni tribalistiche della tradizione universale.[9] Il cristianesimo cattolico è liturgicamente morto con il Concilio vaticano II, quando fu dismessa la lingua sacra dell’Occidente, cioè il latino.[10] Dunque il rito non è più efficace, orfano di idioma sacro com’è. L’eco del sacrilegio è nelle nicchie affrescate da antiche mani pie, e sono tinnii di plettri da ferie adolescenziali.
Nel nostro proprio paesaggio, nel vuoto rituale lasciato dal cattolicesimo e nello sfacelo del costituzionalismo e della forma Stato, i frutti passiti della Riforma stillano gli ultimi neri umori. Appare per ora l’evangelismo transatlantico il vettore più potente su cui il manicheismo giudiziario della potenza statunitense procede ignaro di pace. Questo esso dice: l’altro è il male, io il bene. Il male che è l’altro è come il bene che io sono. Uno vale uno, e in guerra, nell’uno contro l’altro, il risultato è zero. Ma se è in effetto l’azzeramento delle altrui vite, esso non tarderà a rivelarsi come l’azzeramento della propria coscienza, che è la vita di ogni uomo.
Dalla coscienza dello zero ripartiamo per il libero convivio di lapisclamans.



Federico Pietrobelli




[1] Meister Eckhart, Commento al Vangelo di Giovanni, I.52: “…tutto è stato fatto per mezzo di lui. Infatti i mali non sono né sono stati fatti, giacché non sono stati effettuati né sono effetto, ma difetto di qualche essere…”, trad. di Marco Vannini, Bompiani, Milano 2018.
[2] Ivi, I.75: “…le tenebre non l’hanno compresa, perché il male non stravolge, non falsa, non influenza, non denomina il bene in cui è.”
[3] Sono la ignorantia e la difficultas di cui parla Agostino. Vd. ad es. De libero Arbitrio, III.19.53.
[4] Chuang-tzu, Senso della vita: “Una calzatura è perfetta quando il piede non la sente. Una cintura è perfetta quando la vita non la sente. Un cuore è perfetto quando, perduta la nozione artificiale del bene e del male, fa naturalmente il bene e naturalmente si astiene dal fare il male…”, in I padri del taoismo, trad. di Leon Wieger, Luni, Milano 1994.
[5] Carl Schmitt, Il Nomos della Terra, II.2.4: “Il diritto internazionale europeo post-medioevale, caratteristico dell’epoca interstatale che va dal XVI al XX secolo, cerca di respingere il principio della justa causa …L’ordinamento giuridico internazionale interstatale parte, anziché dalla justa causa, dallo justus hostis [giusto nemico (vs. criminale)]e definisce legittima ogni guerra interstatale condotta tra sovrani con uguali diritti…”, trad. di Emanuele Castrucci, Adelphi, Milano 1991.
[6] Così i Russi per il Gen. Ben Hodges, vd. https://www.ilcontesto.net/la-sconcertante-versione-del-generale-ben-hodges/.
[7] Gian Giuseppe Filippi, Dall’ordine al caos, cap. 66: “…i monoteismi si trovano in uno stato di grave declino o di totale scomparsa…”, https://vedavyasamandala.com/66-il-trionfo-del-caos-2/.
[8] Giorgio Agamben, La fine del giudaismo: “…il Sionismo costituisce una doppia negazione della realtà storica del Giudaismo…”, https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-fine-del-giudaismo.
[9] Corano, II.79: “Guai a coloro che scrivono il Libro con le loro mani e poi dicono: ‘Questo proviene da Allah’ e lo barattano per un vil prezzo!”
[10] Constitutio de sacra liturgia, XXXVI: “Linguae latinae usus, salvo particulari iure, in Ritibus latinis servetur. Cum tamen, sive in Missa, sive in Sacramentorum administratione, sive in aliis Liturgiae partibus, haud raro linguae vernaculae usurpatio valde utilis apud populum exsistere possit, amplior locus ipsi tribui valeat.”