COMMENTI STATICI – 25



Tu conosci il mondo del sogno: tu comprenderai.
Io non ti voglio con gesto diurno forzare
né tu per consiglio diurno mi conquisterai:
ma prima deve il folto vento dei sogni spirare

Stefan George, Il nuovo Regno, B: II
traduzione di Leone Traverso



Anche nello stato di sogno, per impulso dell’ignoranza, del desiderio e delle azioni passate, quella mente appare segnata da impressioni come una tela variopinta, proprio come nello stato di veglia, ma senza che esse siano causate da alcun oggetto esterno

Śaṃkara, Māṇḍūkya Upaniṣad Bhāṣya, I.4
traduzione di Gian Giuseppe Filippi (www.vedavyasamandala.com)




Come constata il Vedānta, nella veglia noi pensiamo che esista fuori ciò che percepiamo dentro. Nel sogno vediamo fuori ciò che indubitabilmente creiamo dentro. Del sonno profondo, privo di sogni, noi diciamo: “non ho visto nulla”. La vista, come la vita, non è annichilita, ma nessun oggetto c’era da vedere. Non c’era fuori. Diciamo “non ho visto nulla” esprimendo che il nulla è del visto, non della vista. La vista c’era, ma era pura vista, senza oggetto da vedere. C’era solo il dentro.

Il Vedānta pertanto illustra che nella veglia, come nel sogno, noi esperiamo i mondi in termini di causa ed effetto. Il cosmo causa degli effetti ovvero crea delle immagini che ricevo, nella veglia. Causo io stesso degli effetti ovvero creo delle immagini che vedo, come una tela variopinta, nel sogno. Nel sonno non vedo nulla, nessuna forma è espressa, non ci sono immagini, non c’è niente, ossia non c’è effetto. Ma permane la causa, che è la stessa coscienza che percepisce i mondi nella veglia e nel sogno, perché come potrei altrimenti dire “ho dormito”? Come ne avrei consapevolezza? Lì non c’è nulla da ricordare, ma proprio di questo, che chiamo “oblio”, sono consapevole. Tutto, anche l’oblio, è coscienza. Lo stesso io, la memoria che ho della mia psiche e della sua dimora corporea, l’autoidentità che stabilisco attraverso il fluire del tempo, non si annienta quando cado in sonno profondo, in cui diciamo che non c’è nulla, l’io nemmeno. Questo è un grande mistero. Quel nulla è fuori di me, è il nulla dell’effetto. Ma la causa, la mia coscienza, permane. Qui dunque, nel sonno, faccio esperienza della purezza delle mie facoltà, perché dove non c’è un visibile non è detto che manchi la vista. Questa possibilità è altrimenti testimoniata dalla parte verbale del linguaggio: come dire “vedere”, senza altro, e pensare di farmi capire proferendolo, se fossimo privi di una comprensione di questa azione in sé? È di questo in sé che noi facciamo esperienza nel sonno: la vista senza il visto, o ancora, la vita senza il vissuto.

Dal punto di vista della veglia, il solo per cui abbiamo la parola, l’arte è a immagine del sogno, perché l’uomo da un inapparente interno crea un apparente esterno, utilizzando gli oggetti che ricorda del mondo. La creazione interna e invisibile del sognatore è simile a quella dell’artista, ma i creati appartengono a due “esteriorità” diverse: quella del sognatore è un mondo da lui solo testimoniabile, quella dell’artista è un’opera da tutti fruibile. Sono una coincidenza e una differenza, teniamo a mente, valide dal punto di vista dell’io della veglia. Per quest’ultimo, artista e sognatore usano entrambi, come materia delle loro creazioni, i ricordi della veglia, le percezioni avute nel mondo ritenuto reale. Il sogno è un collage di forme tratte dall’esperienza diurna, di ricordi di essa, secondo meccanismi variamente codificabili e interpretabili. Similmente, l’arte è una ricomposizione delle forme esperite nella veglia, percepite e ordinate secondo prassi che in parte le vengono da una cornice culturale e conoscitiva, in parte da intrinseche limitazioni linguistiche ossia tecniche. Sia nel sogno che nell’arte, la veglia vede dei mondi fruibili, la realtà onirica e l’opera, frutto di un creatore che è l’uomo stesso, il sognatore o l’artista.

Da un punto di vista più interno, di chi intuisca l’emergere e lo sprofondare degli stati, della veglia e del sogno dal sonno e nel sonno, e la realtà immutabile che li regge, la coscienza, l’arte non è davvero sogno. Da un canto perché l’arte, se è a immagine del sogno, lo è in ugual modo della veglia, dato che solo dal punto di vista della veglia posso affermare che nel sogno creo io il mondo, mentre dal punto di vista del sogno non posso affermare altrettanto, cioè che io che sogno sto creando il mondo che sto vivendo; anzi, potrei chiedermi perché anche del mondo diurno non dica ciò che dico del mondo onirico, ovvero che sia una mia creazione. D’altro canto, l’arte che contempla la relatività delle forme a immagine degli stati, e l’assolutezza della luce a immagine della coscienza, è un’arte che vuole essere liberante dalle leggi della veglia e del sogno. È l’arte per la quale deve il folto vento dei sogni spirare. È l’arte che desidera portare a termine le proprie possibilità formali, le stesse di veglia e sogno, nel campo che preliminarmente si è imposta, per aprire l’occhio alla potenza che le determina, la luce. Perciò quest’arte tramanda e sceglie forme che si rivelano le une per le altre, usando di un’immagine, come pietre focaie. L’artista le accosta, il moto dello sguardo le fa cozzare. Delle scintille scattano all’occhio, che assapora allora la propria massima capacità: la luminosità totale. L’occhio rivolto all’esterno è accecato, come in sonno. L’occhio è morto alle immagini esteriori, ma vivo alla sua intoccabile vita interiore, immerso in una “tenebra” in cui si vede, ma non c’è più nulla da vedere; in un “silenzio” in cui si sente, ma non c’è più nulla da sentire.

Di fatto, è solo impropriamente che il pensiero può tradurre un’intuizione il cui proprio dimora nella sua realizzazione. È solo impropriamente che l’arte può tradurre questa intuizione, ma più ne è consapevole, meno è impropria. Come può allora l’artifex essere consapevole di sé ovvero del proprio operato? Anche un punto di vista più esterno può essere utile se assunto correttamente, ad esempio un punto di vista “generativo”, in cui causa ed effetto riappaiono sulla scena mentale. E assumendolo possiamo dirci: ecco un raggio, la coscienza, che penetra in un prisma, la mente, da cui si proiettano luci e ombre, il mondo. Simmetricamente dunque, un’opera è compiuta nella misura in cui, esibendo luci e ombre, induca al ricordo del prisma e del raggio. Come vi riesce l’artista? Operando senza cessa memore di quel raggio e di quel prisma. Del raggio, della coscienza, perché sa che nessuna forma è la luce. Del prisma, della mente, perché sa che nessuna forma è la tenebra. La prima dona il limite positivo al suo operare: niente ecceda la propria natura. La seconda dà il limite negativo: niente scada dalla propria natura.

Tale ricordo luminoso è umanamente comune all’artefice e al fruitore, benché a quest’ultimo il creare artistico paia esterno e che dica: “Io ricevo l’opera.” Eppure proprio in questo ricevere gli è dato rammemorare, attraverso le forme che percepisce, ciò di cui l’artista ha testimoniato e serbato memoria: il raggio e il prisma, propri a tutti, che le hanno originate. La simpatia che il fruitore percepisce per l’oggetto della creazione è allora il segno di una simpatia più profonda, quella per la creazione. È in questo sprofondare che la lettura s’indistingue dalla scrittura, l’ascolto dall’esecuzione, la vista dal segno. Quanto più poi l’opera permetta questo sprofondare, quanto più lo invochi come sua ragion d’essere, non essendoci limite alla possibilità di leggerla, così come nel suo originarsi, nella luce informe, non c’era limite, tanto più l’opera è mirabile.




Federico Pietrobelli