COMMENTI STATICI – 23


…ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Dante, Par. XXXIII, 143-145


Dire inizio e fine di una cosa è un atto volontario della ragione, poiché niente ha propriamente inizio e fine se non nel tutto di cui inizio e fine sono impredicabili. La mente trasceglie nel continuum materico spaziotemporale cosa è cosa, le dà una forma, altrimenti tutto è legato a tutto e indistinguibile. Una rosa non è distinguibile dal giardino in cui vive, se non perché la mente la individua. Dire rosa è separarla dal giardino. Intendere questa separazione, etimologicamente questo sacrificio, è farsi consci del mistero in cui abitiamo: il continuo tra tutto, la non-differenza tra gli enti, dunque l’insussistenza di un io, di un soggetto, se non – questo se non che è la vita stessa dell’io – come latore di forma.

L’uomo dona la forma, è un latore di forme. E la forma ottima è la forma che testimonia dell’informe che è l’assoluto. Questo è il tesoro della ricerca artistica. L’arte soccombe all’ideologia se non tiene per vera questa massima: tutto ciò che fai, fallo fino in fondo. Sia completo ovvero perfetto. Precetto tecnico il cui quadro metafisico in certe epoche viene obliato, e che pure solo e sempre spiega l’operare dell’artista. Un’inesausta e identica occasione gli è infatti data: manifestare la soglia tra visibile e invisibile, tra dicibile e indicibile, tra percepibile e contemplabile. Questa soglia meglio è delimitata, meglio permette la visione dell’illimitato. Come un ciglio di burrone, su cui una striscia di marmo, un brillante cippo, ben polito, fermi l’attenzione del pellegrino, segnandone la fine del passo, ossia della lettura, e l’inizio del volo, ossia della contemplazione; se tale striscia manca o è incerta, il sentiero prosegue naturalmente nel burrone in cui perde di senso, perché va alla propria perdita, nessuno potendo tracciare una via nel vuoto. Tutto questo non è affare unicamente di finale o di chiusa, ma riguarda ogni pausa e accento del cammino, di questo cammino che si crea insieme a chi lo percorre: riguarda dunque il ritmo.

È propizio evocare, per dire cosa sia il ritmo, una paradossale evidenza: la molteplicità degli esseri non è numericamente definibile ma nemmeno senza numero. Paradosso che è un limite della mente umana. Altrimenti detto l’infinito, se davvero tale, non è molteplice, e dire infiniti è una contraddizione logica palese, poiché la pluralità è reciprocità limitante. Nell’infinito è la molteplicità, ma l’infinito è oltre la molteplicità, è uno. Se il nostro mondo, il mondo del molteplice, non è infinito, esso è finito e in esso si dà ripetizione. E la ripetizione è riattualizzazione del principio: ad esempio la pausa riattualizza il silenzio che fu principio della parola, ad esempio l’accento riattualizza la pura espirazione che fu principio del canto. Questo apparente ritorno dell’identico, che è insomma corrispondenza di ogni divenire al proprio principio, è una qualità intrinseca alla finitudine relativa del mondo manifesto. Tale corrispondenza è ciò che chiamiamo forma. Così noi torniamo alla nostra forma attraversandone altre e i nostri tratti “tornano” ovvero si mantengono. Mantenersi, per la creatura, è esprimere la propria forma a un ritmo serratissimo, prossimo al continuo che è la sua vita inesprimibile. Noi possiamo dire i tratti perché ritmici ovvero ripetibili nello spaziotempo, dunque riconoscibili e pertanto passibili di articolazione. Così i segni linguistici sono ritmici, essendo limitati in numero e ripetibili, quindi articolabili.

Il ritmo è proprio al nostro mondo perché a entrambi sono propri il numero e la ripetizione. Continuo, vita, infinito, questi remoti sinonimi, non sono ritmici, non sono numerabili, non sono articolabili, e sono l’orizzonte di senso del senso che esprimiamo linguisticamente. Dove trovano espressione? Alla fine del cammino dei segni, nel silenzio. Il Logos giovanneo è tale silenzio, che non è assenza di segni o di significati, ma al contrario loro totale fusione, dove essi non possono più apparire singolarmente come quando sono leggibili e dicibili. È una concentrazione di senso in un punto che per fusione genera, al pari degli atomi di idrogeno che concorrono alla nucleosintesi stellare, una luce silenziosa, a cui la riflessione umana e i suoi lumi proferenti continuamente tornano a confondersi.

Il silenzio è quindi il semplice, il non articolabile, il non molteplice. Pure a gradi diversi, ogni ente può essere considerato quale semplice. A gradi diversi perché più o meno compiuti nella conoscenza della propria semplicità. Semplice è infatti la psiche, per la quale essere è conoscere. E viene fatto pensare che sia proprio per questo conoscere che nel cosmo esista il moto circolare, altra immagine della ripetizione, del ritorno, del ritmo. Qualcosa di semplice infatti, che voglia muovere verso se stesso, ruota: la rotazione è il moto del semplice verso se stesso. Le danze circolari, pensiamo ai Dervisci, hanno questo senso autosponsale poiché si tratta, come nel Cantico dei Cantici, della psiche che muove verso sé, o in termini teologici, verso la divinità. Il cosmo, e in esso tutte le sue parti, ruota per trovare sé. E come le stelle e i corpi celesti ruotano sul proprio asse e con gli altri, così ruotare con un altro è muoversi verso il centro della relazione stessa. Andare al centro, tale è il moto interiore di cui testimonia il moto esteriore e circolare a cui il cosmo è sottoposto. Amare è il verbo che l’uomo usa per significare essenzialmente tutto ciò.

Federico Pietrobelli