COMMENTI STATICI – 22

…e gli uomini di violenza calzano lo sperone per le conquiste della scienza.

Saint-John Perse, Cantato da Colei che fu qui


…criminali o monaci, non ci sarà più nient’altro.

Gottfried Benn, Il Tolemaico


Sia la scienza che la filosofia sono descrizioni di realtà, sono cioè una lingua … La scienza vede in una sistemazione convenzionale ma pratica di tutto il pensiero la terra promessa delle sue peregrinazioni; la filosofia al contrario tende a una sola cosa: all’occhio che contempli, puro, il mondo.

Pavel Florenskij, Attualità della parola


Una tecnologia artificiale complessa, ed eminentemente appropriata, già disponibile in una società, diventa strumento per il conseguimento di uno scopo nel momento storico in cui tale scopo acquisisce un significato simbolico.

Ivan Illich, La lectio in latino


Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core
che ’ntender no la può chi no la prova


Dante, Rime XXII



Due sono le società a cui l’uomo può tendere: la società religiosa e la società criminale. La società religiosa tesse il legame interno a specchio del legame che percepisce con il cosmo. Il cosmo è un modello luminoso, amico e superiore, da rispettare e adorare. Il fuoco è prima di tutto sacrificale. La società criminale tesse il legame interno contro il legame che percepisce con il cosmo. Il cosmo è uno spazio di relazioni caotiche e conflittuali con la natura e con le altre società. Il fuoco è prima di tutto marziale. Con esso, la natura quanto le altre società debbono essere assoggettate perché nemiche. Vivere è lottare. È questa mentalità che nella scienza è tradotta dall’evoluzionismo, nell’economia dal capitalismo, nell’etica dall’egotismo.

Successe e succede che una società criminale distrugga la società religiosa in cui si è formata traendone alcuni mezzi intellettivi e deformandoli a proprio uso. Eliminata la primitiva società religiosa, la società criminale va in giro a eliminare le altre società ancora religiose, le quali hanno badato al raffinamento del fuoco sacrificale più di quello marziale, e che si trovano annichilite, a meno di tralasciare il fuoco sacrificale per quello marziale, divenendo a loro volta società criminali.

Il fuoco è la tecnica. Se al servizio di una sapienza, la tecnica è indirizzata all’affinarsi espressivo (arte) e conoscitivo (scienza) del rapporto tra cielo e terra, ovvero tra interiore ed esteriore, attraverso in primis un luogo che ha nome culto, il quale ha al suo centro il sacrificio come immagine del continuo scambio tra l’invisibile e il visibile. Ciò che è visibile deve tornare all’invisibile da cui è venuto. Il fuoco marziale è subordinato al fuoco sacrificale.

Se al servizio di un sapere utilitaristico ed esteriore, la tecnica viene affinata non più nel senso di una mediazione tra cielo e terra, ma di un’univoca superiorità sulla terra che si traduce nella sua dominazione e nel rifiuto di riconoscere ogni altra superiorità, ovvero nell’oblio, metaforicamente, del cielo. Controllare il visibile, facendo astrazione dell’invisibile, questo è il fuoco infero che gli uomini usano nel momento in cui non sanno più quale sia il loro posto nel cosmo, che è invero il centro, essendo l’uomo il mediatore per eccellenza, il ponte cosciente tra finito e infinito, ponte intimo di cui la psiche è il pontifex.

Prometeo ruba il fuoco agli dèi e lo dà agli uomini. Per tale ruberia egli è punito, si narra incatenato su una rupe di ghiaccio in Scizia, o sospeso a una colonna, le viscere all’aria prese in pasto da un’aquila. Interpretiamo: non è il dono del fuoco in sé a far crucciare Zeus padre, ma il dono che ne è fatto agli uomini senza permesso, dono rubato, opera di ladro. Solo il dio degli dèi, solo l’intelligenza pura dell’uomo, può donare una tecnica e donarne i fini perché sia usata secondo intelligenza. La ruota nelle società precolombiane era destinata ai simulacri degli dèi e ai giochi dei bimbi. L’alfabeto latino fu esclusivo della lingua latina fino al XII secolo, per più di un millennio e mezzo non fu quasi mai usato per trascrivere altre parlate. Una tecnologia viene impiegata per un certo scopo nel momento in cui tale scopo acquisisce un significato simbolico agli occhi di una comunità. Esso e solo esso per l’uomo è determinante perché il potenziale cieco e pluriverso di una tecnologia venga convertito in un atto sensato. È l’orizzonte di senso, insomma il pensiero, a determinare l’uso. Una comunità che creda vero il contrario, che l’uso determini il pensiero, che il mezzo determini i fini, invero ha già smarrito il pensiero, che è principio e fine di ogni linguaggio o tecnica. Senza riconoscere tale principialità e finalità alla psiche stessa, il templum di ogni uomo, tutto diventa mezzo e funzione, anche l’uomo. Tutto, anche l’uomo, diventa sfruttabile.

La scienza non è il pensiero. La scienza è una lingua fra altre per una descrizione fra altre del mondo fenomenico. La scienza è un metodo conoscitivo che non è la conoscenza stessa, ma una griglia di prassi per arrivare a risultati condivisibili con chi conosca la griglia. La scienza è un mezzo. La scienza si interessa non della verità ma della validità (da validus, prestante), si interessa cioè dell’efficacia del proprio calcolo. Per calcolare la scienza deve considerare il mondo quantitativamente ossia come discontinuo. La quantistica, recente versione dell’atomismo, in cui anche la luce è parcellizzata, ne è l’esempio estremo. La scienza considera il mondo come discontinuo perché solo il discontinuo è calcolabile.

Il ragionamento analitico-quantitativo connaturato alla scienza moderna non interroga il proprio centro e origine, poiché volto alla superficie e al molteplice ovvero al divisibile e al moltiplicabile, né si domanda il perché del suo procedere, ma accetta un metodo e lo sfrutta: la ragione del suo odos, la ratio della sua via, non gli è funzionale. Ratio che invece è al cuore del pensiero sintetico-qualitativo. Tale pensiero ci dà contezza della realtà non come differenza tra un soggetto e un oggetto su cui senza macchia il soggetto si china e agisce, triviale dualismo in cui si parla di una realtà esteriore come se di essa non si facesse parte, ma della realtà interiore e ideale quale principio coeterno della realtà esteriore e creaturale. Perciò il ragionamento sintetico-qualitativo, o intuitivo-deduttivo, o ancora simbolico, in fondo non si pone altra domanda che quella sull’origine, sul primo e sull’uno, chiedendosi con ciò stesso quale sia la propria fonte, fonte silenziosa e inesprimibile che la tradizione ellenico-cristiana chiama Logos. Silenziosa perché è il silenzio stesso il principio del linguaggio, ed è a esso che il linguaggio fa ogni volta ritorno per trovare il luogo della propria Vita. Inesprimibile perché l’espressione che è il linguaggio trova nell’inespresso, nel silenzio, il suo principio o la sua Vita. La Vita allora è silenziosa, il che vuol dire: immanifesta, il che vuol dire: che permette il manifestarsi di forme della Vita. Due frasi giovannee di lungo corso in Occidente, una l’Eco dell’altra, rispondono a tutto ciò: In principio era il Logos e Io sono la Vita. Da questa fonte ulteriore a ogni parola e forma, da questa fonte silenziosa e vitale discende, per misteriosa filiazione, tutto ciò che possiamo esperire e pensare: il mondo. Misteriosa filiazione dall’uno al molteplice. Misteriosa perché talmente dentro noi da essere in noi più di noi, perché talmente puntuale e centrale, nella sua esperibilità e conoscibilità, che intender no la può chi no la prova. Questa è l’esperienza del mistero. È l’esatto opposto del vago e del sentimentale.

Possa essere questo un esempio di come la teoresi pura, la riflessione metafisica, sia la culla di ogni ulteriore pensare. Mettere serpi in questa culla è il crimine primo, che genera una società criminale. Non si può domandare a un ingegnere o a uno scienziato perché fa quello che fa, non è fra i suoi doveri. Egli è, in quanto figura professionale, “irresponsabile”, senza risposta. Egli è al di là del bene e del male. Chiuso in questa prospettiva, egli sarebbe il compiuto nichilista. Invece si deve e può sempre domandare a un amante della sapienza, al filosofo o al poeta, perché dice quello che dice. Ma per dirlo, egli deve in ultima battuta poter pensare il proprio dire, ovvero il proprio stesso pensare. È questo pensiero senza oggetto se non se stesso la radice abissale della mente umana, e ogni suo frutto, equazione, scoperta, formulazione, trova nel pensiero puro a cui il simbolo dà accesso il proprio costante principio. Pensare rettamente il pensiero – la metafisica – è allora la chiave per pensare rettamente il nostro rapporto al mondo – la fisica.

Nella culla con le serpi, il bimbo, il corpo sociale, nonché le sue lingue e le sue tecniche, crescono, a furia di morsi, avvelenati. Avvelenato ad esempio è quel ragionare dualistico che fa proclamare a degli scienziati: “l’osservazione modifica l’esperienza”, quasi si fosse mai data per l’uomo un’esperienza esteriore alla realtà, netta di una qualsiasi partecipazione a essa dell’uomo stesso. Per scacciare le serpi non ci vogliono santi a cavallo, ma che l’uomo ritrovi la propria intima ragione. Ci vogliono anche dei luoghi, per fare che ciò avvenga, e un tempo questi luoghi erano chiamati Monasteri. Santuari. Grotte. Separati dal Secolo. Ci vuole, quale disegno vivo per nuovi luoghi di comunione, una parola dotta, propriamente misteriosa, una parola che non si abbassi al misero, ma lo chiami da un’altezza per cui debba e voglia sollevarsi.




Federico Pietrobelli