COMMENTI STATICI – 11




Numero, grandezza, lunghezza, larghezza, altezza, profondità, ciò non aggiunge nulla di bene né di meritorio. Solo la carità è misura.

Meister Eckhart
Commento al Genesi, 130

Se soltanto si riescono a dimenticare anche per un istante le esigenze formali della prospettiva, il senso estetico immediato di ciascuno di noi sarà indotto a riconoscere la superiorità delle icone che violano le sue leggi.

Pavel Florenskij
La prospettiva rovesciata



Se l’arte è concepita come l’affiorare dell’invisibile nel visibile, l’arte trova principio nel senso estetico immediato di ciascuno di noi, ovvero nel senso che senza mediazione si fa uno con il suo oggetto. Così lo sguardo, l’invisibile, e l’immagine, il visibile, si fanno uno nella visione che l’uomo vive interiormente e offre esteriormente operando. Tale è il fulcro espressivo della sublime arte dell’icona. In essa l’oro è il manto che trattiene l’ombra, e adorna l’uomo perché l’ombra nel nostro occhio ci venga sottratta da questo lume umbratile che preludia la piena luce, la luce del volto. Il volto dell’uomo presenta insieme molti lati, le tempie come il mento, sguardo strabico, prossimo e straniero: è l’anima occhiuta del pittore che turbina attorno a lui, in una danza prospettica. Molti punti di vista per un solo oggetto di meditazione, il moto vivente dello spirito di fronte la stasi enigmatica del modello, e la quiete, perfezione insieme di moto e stasi, raggiunta nella loro espressione armoniosa, nell’opera. I punti di luce, i rilievi dei panneggi, i contorni rettilinei e spessi, tracciano itinerari che portano la ragione dal segno all’energia sottesa, inapparente. Allora l’energia appare mentre il segno dispare. Linee cangianti, linee di forza, simboli dell’invisibile tramatura che il Logos opera nel mondo, dettano percorsi privilegiati alla mente. È il mandala che gli Orientali visualizzano, compongono e scompongono ad occhi chiusi.

    Se l’arte è concepita per l’arte, gli oggetti che figurano nell’oggetto artistico sono concepiti per l’arte. Ma l’arte è tecnica e la tecnica è retorica e la retorica è schema. Gli oggetti di tale arte sono parti di uno schema ridotto a un a priori, massimamente irrelati a un soggetto o a un mondo di esperienza. Ad esempio, nella prospettiva idealmente lineare, dove l’occhio è fisso e unico, ed è obliterata la duplice e movente vita dello sguardo. Ad esempio, nell’astrattismo puramente aprospettico, dove l’occhio è chiuso e capovolto, ed è obliato il mondo di cui lo sguardo fa parte. In questi oblii, in queste obliterazioni, ogni fantasia soggettiva è ammessa, poiché la misura è al di fuori della relazione: l’immagine è, a prescindere dallo sguardo; l’arte è, a prescindere dal mondo.

    Ci vogliono indiscutibilmente regole esteriori, ma queste, se non diventano interiori, non produrranno che patine. Ci vuole necessariamente interiorizzazione, ma senza conoscenza delle regole formali, non si produrrà che inintelligibilità. Quando queste regole non sono comandate dai Monasteri ma dai Mercati, l’artista si esilia e osserva i Maestri lontani, ne apprende lo sguardo e le tecniche, e scruta il presente come la notte dei tempi, come l’origine tenebrosa, dove solo la qualità dell’ascolto conta. Qui anche i simboli si ascoltano, i più semplici, i più universali, i più poveri: una croce, un alloro, una corona. Con un sentimento aurorale, per l’alba della forma. Ripetendo in sé: solo la carità è misura. Solo un intelletto innamorato rende l’immaginazione capace di misura. La misura reale è data dalla relazione caritatevole con il mondo, quella che sola patisce le analogie tra uomo e universo. Posso immaginare palazzi di diecimila piani, ma questo non vuol dire sapere cos’è una casa. Posso padroneggiare qualsivoglia geometria, ma questo non vuol dire conoscere il volto. Devo saper dipingere perfettamente un volto, ma come vederlo, questo è imparare a danzare.

    L’assenza di carità, garante della misura, sfrena l’assillo razionalistico per la corporeità da un lato e per la concettualità dall’altro. “Dov’è la grazia?” è la domanda che peregrina tra questi due poli estetici. Spessissimo è una sola miopia a determinare la mediocrità in arte, miopia di un occhio che in Occidente ha nella prospettiva che detta lo spazio anziché ascoltarlo la sua primaria lesione, e che è la fede nell’arte come fine dell’arte.

    Eppure l’arte non è il fine dell’arte. L’arte è il fine dell’artista in quanto artista, ma l’artista stesso, in quanto uomo, ha per fine l’uomo, questo medium di cielo e terra, di idea ed ente. L’oggetto che l’artista produce non è né il cielo né la terra: è un piolo della scala intellettiva tra i due. Per questo l’oggetto d’arte è un supporto alla meditazione, e in tempi di usura, può essere il supporto più solido: visualizzare la Trinità di Rublëv, con il suo aurato girotondo di capi chini in lode l’uno dell’altro, è percorrere oggi molti pioli. Ma l’ultimo piolo, che è anche il primo, dove invero cielo e terra, idea ed ente sono uno, non è esprimibile: non è un oggetto artistico, poiché non è un oggetto, ma un soggetto, il soggetto che salendo quei pioli è giunto all’altezza della propria intelligenza. A quell’altezza poi la scala non serve più, o meglio, la scala è tutta in quell’altezza.

    L’artista è mediatore: è l’uomo nell’uomo, è il mediatore nel mediatore. Questa vocazione chiama alla specializzazione della tecnica esattamente nella misura in cui chiama alla totalità della visione: uno sguardo in su, alle Origini, alle Ore, alla Tenebra; e uno sguardo in giù, ai raggi, alle ombre, alla materia. Così cammina l’artista rievocando continuamente l’altra parte che momentaneamente non vede guardando ora su ora giù. Così le Parche gli hanno filato: ancora deve guardare quel basso e quell’alto per conoscerli pienamente nella loro apparente alterità. C’è un momento però in cui li vede insieme: nell’opera nata da questo doppio sguardo totale.

Federico Pietrobelli